Il fantasma dell’arma nucleare sulla guerra in Ucraina

Giorni fa tanto Vladimir Putin quanto altri dirigenti moscoviti hanno richiamato il concetto centrale della dottrina strategica russa sulle armi nucleari. Il loro uso – hanno ricordato con l’apparente intento di controbattere all’”allarmismo propagandistico” dell’occidente – è previsto solo nel caso che sia direttamente minacciato il territorio della Federazione. Unite questa considerazione alla dichiarata intenzione di promuovere a brevissimo termine referendum per l’annessione alla federazione stessa dei territori del Donbass, di Kherson e di parte della Zaporizhia da Melitopol al mare e avrete un’idea della svolta inquietante che è intervenuta nella guerra d’Ucraina con il discorso alla nazione che il Gran Capo ha pronunciato ieri mattina in diretta tv, dopo un misterioso rinvio dalla sera prima.  Poiché nessuna persona ragionevole può dubitare sull’esito di votazioni organizzate in territori conquistati e tenuti con la forza delle armi, e perciò quelle terre dal punto di vista del Cremlino tra pochi giorni, forse tra poche ore, saranno russe a tutti gli effetti, il sillogismo che consegue alle due premesse è semplice e terribile: l’escalation segnata dal discorso con cui Putin ha annunciato la “mobilitazione parziale contro i neonazisti di Kiev” ha superato il gradino fatale. L’ operazione speciale, pur se spezoperatjia resta ancora la denominazione ufficiale dell’impresa per la quale vengono chiamati ora alle armi 300 mila riservisti, è diventata guerra a tutti gli effetti e la guerra si combatte con tutte le armi a disposizione.

Putin annuncia la mobilitazione

Le reazioni della NATO, di Washington e delle cancellerie europee sono apparse consapevoli del pericolo insito nella svolta improvvisa (ma non proprio imprevedibile). Ora però bisognerà vedere se gli occidentali saranno pronti a calcolarne tutte le conseguenze, che non riguardano soltanto gli aspetti militari sul campo né gli effetti, tutti da vedere, che la decisione di coinvolgere la popolazione russa con una mobilitazione generale finora accuratamente evitata avrà sulla stabilità del regime attuale. Le prime reazioni in molte delle grandi città russe sono state a questo proposito eloquenti: manifestazioni e proteste improvvisate, cui la polizia ha risposto con la solita spietata durezza e, soprattutto, un aumento improvviso degli espatri verso tutti i paesi in cui i russi possono recarsi senza il visto che per l’Europa è stato, come si sa, abolito con le sanzioni. Anche nell’assemblea generale dell’ONU, che è in corso in queste ore a New York, l’improvviso annuncio di Putin ha acceso gli animi dei leader che hanno preso la parola, come Joe Biden che ha pronunciato un intervento molto duro. Ma al di là delle reazioni immediate, è chiaro che questa nuova minaccia gravissima impone  una riflessione molto attenta e onestamente aperta anche alle necessarie autocritiche della strategia fin qui adottata dall’occidente.

Il conflitto dura da otto anni

Su un punto Vladimir Putin dice la verità: la guerra in Ucraina non è cominciata il 24 febbraio scorso, ma otto anni fa. E però non è cominciata, come sostiene la propaganda russa, con il “colpo di stato” che rimosse il presidente filorusso Viktor Janukovič, né con le repressioni violente, che pure ci furono nella colpevole indifferenza degli osservatori occidentali, delle popolazioni russofone del Donbass e di alcune delle regioni costiere sul Mar Nero. È cominciata con l’occupazione prima e poi con l’annessione della Crimea. C’è quella mossa di Mosca, ovvero la violazione dell’integrità di uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale per appropriarsi di una terra considerata “sua” all’origine della più grave crisi in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Allora i paesi dell’occidente condannarono quella violazione brutale, ma dalla condanna non trassero le conseguenze. Furono adottate delle sanzioni, sì, peraltro abbastanza blande, ma poi lo stato delle relazioni tra la Russia di Putin, l’Europa e gli Stati Uniti rientrò abbastanza in fretta nell’alveo delle convenienze economiche del vecchio continente e delle linee di tendenza geostrategiche americane: l’Europa ebbe il suo gas e il suo petrolio, Washington poté riseppellire le memorie dell’antico fronte della guerra fredda per dedicarsi alla nuova confrontation nell’Indo-Pacifico. Salvo trovare, sotto la presidenza di Donald Trump, una breve stagione di intesa tra i due campioni, lui e l’”amico Vladimir” di quella che altrove andava affermandosi come “democrazia illiberale”.

È nella sostanziale impunità di quella prima prepotenza che il regime autocratico del nuovo zar ha potuto consolidare e tradurre in politica attiva sempre più aperta e aggressiva quello che, giustamente, i suoi critici gli rimproverano: il revanscismo imperiale che lo porta a considerare cittadini, o sudditi, della Russia tutti i russi che la caduta dell’impero sovietico ha fatto trovare nella diaspora fuori dai confini della Madre Patria (rigorosamente con le maiuscole). In che cosa è consistita, se non in questo, la “riappropriazione” della Crimea? La penisola è abitata in effetti da una notevole maggioranza di russofoni e a stare a un criterio con cui anche qui da noi si considerano i valori della nazionalità (in aggiunta al fatto che il suo territorio prima russo era stato “regalato” all’Ucraina con un atto autocratico di Nikita Krusciov nel 1953), si poteva anche sostenere il diritto di Mosca a riprendersi la regione con tutti i suoi abitanti. C’è da ritenere che una buona parte dell’opinione pubblica europea e anche molti dirigenti occidentali in cuor loro la pensassero così. Qualcuno lo diceva pure, per esempio Silvio Berlusconi, e molti comunque non si sono fatti scrupoli di accettare tranquillamente, nei fatti, la nuova situazione, a dispetto delle sanzioni di allora.

Le deboli reazioni all’annessione della Crimea

La Crimea vista dal satellite

È stato qui l’errore. Nel fatto di considerare non certo giusto sotto il profilo della legalità, ma in qualche modo comprensibile che in una disputa territoriale venisse considerato prevalente il principio della corrispondenza di una nazionalità con uno stato su quello della inviolabilità delle frontiere sancite dalla storia e dal diritto internazionale. La mollezza della reazione alla violazione russa della legalità dell’ordinamento degli stati nel 2014 è stata una specie di lasciapassare concesso a Putin per il perseguimento dei suoi disegni neo-imperiali. Nella ricostruzione dell’avventura militare in Ucraina è abbastanza evidente la trama del disegno originale: dimostrare la falsità della “pretesa” degli ucraini di considerarsi diversi dai russi togliendo di mezzo il governo fantoccio venduto all’occidente o, quanto meno, “liberare” i veri russi in Ucraina dal giogo di quel potere. Che il governo di Zelensky non fosse per niente fantoccio di qualcuno e soprattutto che i russofoni, a parte la Crimea e (forse) il Donbass, non avessero in maggioranza alcuna voglia di essere “liberati” dai carri armati e dai missili con la Z che li ammazzavano senza alcuna considerazione per la lingua che parlavano dev’essere stata un’amara rivelazione per Putin e un ottimo motivo per maledire l’inefficienza dei suoi servizi di informazione.

La lezione che viene dal fallimento dell’impresa di “riconquista” tentata dal Cremlino avrebbe dovuto essere già evidente prima ancora che il massiccio aiuto bellico dell’occidente mettesse in grado gli ucraini di resistere e di contrattaccare come stanno facendo. Ma gli insegnamenti che ne derivano non riguardano solo i russi e i loro attuali dirigenti. In quelle contrade d’Europa la storia e le politiche dei potenti hanno creato un intrico di popoli e di confini mettere mano al quale può essere l’innesco di una devastante lotta di tutti contro tutti. Dai confini orientali dell’Austria e della Germania fino agli Urali non esiste paese che non abbia problemi potenziali o possibili tensioni di tutele di minoranze fuori dai confini o rivendicazioni di autonomie o modifiche territoriali dentro i propri. Il nazionalismo è una brutta bestia in ogni parte del mondo ma qui i pericoli sono molto più acuti che altrove, come è facile arguire prendendo in mano un atlante e qualche libro di storia.

Ostentazione nazionalistica

L’Ucraina non fa eccezione. I dirigenti attuali del Cremlino sbagliano a perseguire le loro politiche aggressive di ricostruzione di una comunità post-imperiale russa che non ha alcuna ragione di esistere più perché le libertà dei popoli sono, oggi più che mai, libertà dei cittadini che consistono nella possibilità di esercitare i propri diritti fondamentali (compreso l’uso della propria lingua) e non dipendono da quello che c’è scritto sul passaporto. Ma va riconosciuto anche che certe discriminazioni delle minoranze russe fuori dalla Russia, come se ne sono avute in Ucraina e se ne hanno anche altrove, per esempio nelle repubbliche baltiche – ultimo esempio le limitazioni imposte dalla Lituania al traffico tra la Russia e l’exclave di Kaliningrad – non solo sono ingiuste, ma non fanno altro che esasperare lo sciovinismo di Mosca. Ricordiamo che un buon progresso verso la soluzione dei problemi delle minoranze russe nel Donbass ucraino era stato segnato dagli accordi di Minsk, che furono fatti decadere dai dirigenti ucraini con l’attiva complicità di alcune cancellerie occidentali. Né sono d’aiuto certi toni, certi richiami storici, certe indulgenze su pagine pessime della propria storia cui gli uomini al potere a Kiev talvolta indulgono. La solidarietà con l’Ucraina aggredita dai russi è doverosa, ma non quando diventa, anche in occidente, ostentazione nazionalistica a prescindere dalle ragioni del diritto, della storia e della ragionevole ricerca di soluzioni di pace.

Insomma, una riflessione sugli inquietanti sviluppi della crisi ucraina non dovrebbe prescindere dal riconoscimento che il modo in cui finora non solo la NATO ma anche l’Unione europea hanno affrontato la questione dei rapporti dell’Ucraina con l’occidente e con la Russia non sembra abbia prodotto maggiore stabilità. Forse sarebbe il caso di ripensare alla costruzione di un sistema di sicurezza collettivo come quello che negli anni ’70 permise di salvaguardare la pace e la distensione in Europa pur in presenza di una grave e persistenza minaccia della Russia di allora, l’Unione Sovietica. Bisognerebbe farne oggetto di un confronto con Mosca, ma certo non nel momento in cui il Cremlino butta sulla scena della crisi il ricatto delle armi nucleari.