Il fai-da-te regionale
rischia di affossare
il piano vaccinale

Nel Lazio dal 20 marzo sono aperte le prenotazioni per la fascia d’età 70-71 anni. In Lombardia sono ancora agli over 80 però con disservizi tali che il presidente della Regione Fontana ha chiesto le dimissioni del cda di Aria SpA, l’azienda regionale che gestisce le prenotazioni sui vaccini. In Emilia Romagna hanno finito le vaccinazioni nelle RSA. Insomma, le Regioni procedono in ordine sparso, tanto che anche il presidente Draghi nella sua prima conferenza stampa ha accennato al problema:

Bertolaso, Fontana e Moratti, il trio del disastro lombardo

“Noi andiamo forte a livello nazionale ma le Regioni sono molto difformi”. La media nazionale è di 81,9% di dosi somministrate sul totale delle consegnate, ma non tutte le regioni riescono a tenere queste percentuali. Sono sotto media ad esempio Toscana, Veneto, Lombardia, Calabria, Liguria, Sardegna. Il che vuol dire che il sistema di vaccinazione non è efficiente, rimangono dosi non utilizzate.

Anche sulle specifiche categorie da vaccinare non si va di concerto. La Lombardia ad esempio ha vaccinato con le due dosi solo l’11,1% di tutti gli ultraottantenni, contro una percentuale media di 14,9. Nelle settimane scorse, peraltro, si è accesa la polemica per le dosi somministrate ad alcune categorie non previste dal piano nazionale. In Toscana ad esempio, dove solo il 5% degli anziani ha ricevuto due dosi e uno su tre la prima dose, sono state però vaccinati anche molti avvocati e magistrati. Fino al momento in cui il piano nazionale ha stabilito che il criterio da seguire era solo quello per fasce d’età. Nel Lazio , dove sono stati coinvolti i medici di famiglia, cominciano ad essere chiamati per l’appuntamento vaccinale anche persone al di sotto dei 70 anni e che non rientrano nelle categorie fragili in base all’arrivo delle dosi AstraZeneca.

Le due fasi del piano

Il piano vaccinale nazionale prevede 2 fasi. Nella prima, come sappiamo, rientrano operatori sanitari, RSA e ultraottantenni che avranno Pfizer o Moderna. Nella seconda fase rientrano 6 categorie di priorità: gli ultra settantenni, le persone vulnerabili, Le persone con aumentato rischio clinico se infettate da SARS-CoV-2 a partire dai 16 anni di età fino ai 69 anni di età, le persone di età compresa tra i 55 e i 69 anni senza condizioni che aumentano il rischio clinico e le persone di età compresa tra i 18 e 54 anni senza condizioni che aumentano il rischio clinico. Per l’ultima di queste categorie, e più recentemente anche per le persone fino a 65 anni, è prevista la vaccinazione con AstraZeneca e per questo motivo queste persone si stanno vaccinando prima di quelli a priorità più alta.
L’ultima fase è quella che riguarda la maggior parte della popolazione (oltre 20 milioni di persone) dai 16 anni in su e utilizzerà i vaccini a disposizione in quel momento. Sappiamo infatti che ci sono altre opzioni in arrivo da quello della Johnson&Johnson a quello russo Sputnik che è sotto esame all’Ema, l’agenzia europea per i farmaci. Per quanto riguarda i tempi, però, le previsioni non sono buone. Secondo un calcolo effettuato da Lab24 del Sole 24ore, per vaccinare il 70% della popolazione italiana, valore richiesto per raggiungere una immunità di gregge, nel nostro paese bisogna somministrare 84.342.495 dosi (due dosi per ogni persona). Le dosi somministrate al giorno in media nell’ultima settimana sono 157.430.

Ritmo troppo lento

A questo ritmo ci vorrà 1 anno 3 mesi e 24  giorni. L’obiettivo sarebbe raggiunto quindi a luglio 2022. Un traguardo piuttosto lontano. Per questo il nuovo commissario Figliuolo ha dichiarato di voler arrivare a 500.000 dosi al giorno, ma la possibilità di raggiungere questo obiettivo dipende dalla logistica regionale e dalla disponibilità dei vaccini, l’altra grande incognita del piano.
Sulle conseguenze negative di una differenza marcata tra le politiche sanitarie regionali già si era discusso durante la prima ondata della pandemia. Avere di fatto venti sistemi sanitari diversi vuol dire avere un accesso ai servizi differenziato e non uguale per tutti. Il problema è che la regionalizzazione non ha riguardato solo l’organizzazione sul territorio della sanità, ma anche la sua progettazione. Questo ha fatto sì ad esempio che la Lombarida abbia scelto di smantellare la sanità territoriale rimanendo con solo 27 autorità sanitarie locali che servono
10,06 milioni di abitanti contro ad esempio i 107 ospedali di comunità (Case della Salute) per 4,46 milioni di abitanti dell’Emilia Romagna. Con le conseguenze che abbiamo tutti sotto gli
occhi.