Il Dna dei grillini e il bivio della sinistra

A  due settimane dal voto – ci dice la periodica rilevazione di Ilvo Diamanti su Repubblica – il Movimento Cinquestelle guida la corsa elettorale col 27,8 per cento.  Il Pd è ancora in discesa, al 21,9 per cento. Forza Italia torna al 16,3, come quando Renzi  la sconfisse alle Europee. La Lega staziona intorno al 13,2, Fratelli d’Italia è al 4,8. Liberi e Uguali è fermo al 6,1 , mentre cresce fino al 3,5 % – come si era  percepito in questi giorni – +Europa.  Gli altri sondaggi non suggeriscono fatti diversi. Nel complesso, la coalizione di centrodestra si conferma un risorto cavallo vincente, i Cinquestelle la vera incalzante novità che interpreta un’onda alta di malcontento.

Chi ha pronunciato già la definitiva condanna versus Renzi (e per esteso il Pd, almeno fino a quando esso non deciderà, attraverso i propri meccanismi interni, di archiviare l’ex presidente del Consiglio) potrebbe persino esultare per questo risultato, mentre si duole del mancato decollo di Liberi&Uguali.   Se i 5 Stelle fossero un interlocutore serio e stabile, autentici nuovi centristi o costole della sinistra, a seconda del punto da cui li si guarda,  questi numeri potrebbero aprire spazi di collaborazione non necessariamente votati alla semplice testimonianza.

Ma sono un interlocutore credibile?  La questione è tutta lì.

Momentaneamente ristretto nei completi scuri di Di Maio, lo spirito messianico dei postgrillini (chiamiamoli così, dopo il ritiro del fondatore dalla trincea) continua a fornire loro gran parte della benzina elettorale. L’autocompiacimento che li porta a considerarsi portatori di purezza in un mondo di marciume,  l’autointitolazione, attraverso alcuni gesti simbolici (la restituzione al microcredito di una parte delle indennità, per esempio) a una superiorità ontologica sul resto del mondo politico italiano, restano intatti.  Questa era e questa rimane la spina dorsale, l’identità del mondo che si riconosce in loro.  La sinistra lo sa, ne ha fatto esperienza diretta nel mai dimenticato streaming con Bersani: quando Crimi e Lombardi  ridicolizzarono un tentativo generoso di voltare la pagina della vecchia politica e di introdurre nel riformismo post Ulivo l’irruenza di milioni di Cittadini.

Cos’è cambiato da allora (a parte il disincanto grillino verso lo streaming, che non viene più praticato?).  Non molto. Anzi.  Proprio per difendere questa presunta superiorità  – e non solo per difendersi dai maramaldi mediatici – nella campagna sui rimborsi  la preoccupazione di Di Maio è stata puntualizzare:  “Noi restituiamo 23 milioni, gli altri no”.   Nemmeno il sospetto della necessità di un ripensamento critico:  che cosa accade, Di Maio,  se affidi  la selezione a una piattaforma che sta a metà fra la democrazia elettronica e l’autocrazia?  Si può condurre una battaglia per la soglia morale minima  senza predisporre verificabili controlli, regole certe, strumenti di tutela delle minoranze?  Quanto a lungo ancora, per dirla piatta piatta,  i Cinquestelle allontaneranno i Pizzarotti e si faranno passare sotto il naso furbetti e massoni?

Se non si districa questo nodo bello stretto, il futuro rapporto coi Cittadini – che serve a rafforzare l’anatema contro Renzi rendendolo più plausibile –  resterà una chiacchiera da salotto. E districarlo sarà dura, proprio perché il loro Dna politico  si fonda nel rifiuto e nella rivolta contro TUTTO il sistema politico. Di Maio non può cambiare spartito,  pena una repentina caduta elettorale.

Ci sarebbe molto altro da dire, su quanto il patrimonio ideale dei postgrillini sia clamorosamente distante da quello di una sinistra europea variamente declinata, oggi e ieri. Per una vita i parlamentari del Pci e poi del centrosinistra hanno versato una quota della loro indennità per i costi della democrazia di partito, sancita in Costituzione. Altro che “tutti ladri”.  La questione morale, tematizzata da Berlinguer 35 anni prima di Grillo,  fu un tentativo di affrontare le avvisaglie del degrado dei costumi sociali e politici. Chi la ignorò fece danno, ma fece un danno forse maggiore chi la interpretò come l’unzione di onestà, da parte di uno Spirito superiore,  a quanti avessero la tessera del Pci.  Non bisognerebbe mai dimenticare il lungo cammino che costò al Partito comunista italiano “guarire” da quella convinzione metafisica. E non bisognerebbe mai dimenticare, sull’oggi, le distanze siderali tra sinistra e postgrillini su questioni decisive del nostro tempo come i migranti e il lavoro.

I Cinquestelle, insomma, incrociano (con la Lega) tutta la protesta ma non danno alcun segno di avere scoperto la politica, quella che contempera interessi leciti di gruppi sociali diversi, o che governa gli scontri fra un interesse e l’altro,  sempre riconoscendo a tutti il diritto all’esistenza.  Il loro mondo si conferma  manicheo e naif, come lo è la prepolitica. E il consenso non basta – come ci ha insegnato il secolo breve – a intitolarsi ogni vittoria e ogni ragione.

E’ per questo motivo fra gli altri che sarebbe ora, negli ultimi quindici giorni, di far girare in un altro verso la campagna elettorale. Il 45 % degli elettori è ancora indeciso. Se non cambia lo spartito grillino, può cambiare quello degli attori  di ciò che una volta fu il centrosinistra.

Ci sono due modi. Il primo, è stato spesso e giustamente ripetuto anche su strisciarossa, è parlare dei programmi, di quel che si vuol fare DOPO.  Il secondo è smetterla – reciprocamente – di intorbidire le acque che separano/legano  la sinistra e il Pd.  A cosa servirà ancora – Diamanti docet –  rappresentarsi gli uni con gli altri da un lato come inutili epigoni di un passato di privilegi e dall’altro come cuculi che hanno rubato il nido alla sinistra?

Naturalmente questo sforzo, questo senso di responsabilità si sarebbe detto una volta, si scontra con la storia recente: la scissione, i rancori, le critiche alla deriva neoliberista e/o al conservatorismo per un mondo che non esiste più. E con la storia di sempre: nessun nemico a sinistra. Certe avvertenze però è meglio scambiarsele prima, e certi sacrifici affrontarli per quel che sono.  Così non ci si ritrova il giorno dopo a chiedere in giro: “Come è potuto succedere?”.