Il dito puntato di Eltsin
sullo sconfitto Gorbaciov

Boris Eltsin intima a Mikhail Gorbaciov lo scioglimento del Pcus
Il dito puntato: Boris Eltsin intima a Mikhail Gorbaciov lo scioglimento del Pcus

L’immensa sala della “Casa Bianca” sulla Moscova, accanto al Comecon, l’edificio che sembra un libro aperto (l’Otkroy Knigu), era piena come un uovo quel venerdì 23 agosto 1991. Dentro il palazzo del Soviet supremo della Russia, ribolliva la platea dei deputati. Mikhail Gorbaciov, ancora presidente dell’Urss, era sul palco. Dritto sul podio, davanti ad un microfono. Solo due giorni prima era sceso, pallido in volto, dalla scaletta dell’aereo, liberato dalla dacia-prigione di Foros, in Crimea dove i golpisti lo avevano isolato. Con lui, i familiari. La moglie Raissa, duramente provata. Dalla tribuna del pubblico, dove avevano accesso anche i giornalisti stranieri, Gorbaciov sembrava un uomo smarrito. A me apparve quasi un puntino. Gorby, piccolo piccolo. Smarrito e inerme. Perché si vedeva, anche a distanza, che gli era crollato il mondo addosso mentre stava tentando di limitarne i danni. Le strade di Mosca erano ancora percorse da cortei, le notizie di alcuni suicidi illustri (il maresciallo consigliere militare, il ministro dell’Interno, il capo dell’amministrazione del Pcus) rilanciavano un’aria cupa e tetra e c’erano ormai le prove, anzi la certezza del tradimento di alcuni suoi importanti collaboratori ai vertici dello Stato e del Partito. Il golpe era fallito ma il destino del Paese era segnato.

La sorte di Gorbaciov e i timori del mondo

Su Gorbaciov gli occhi del mondo. Puntati sulla sua sorte personale e su quella di un enorme entità statale, per di più potenza nucleare. C’erano, più che giustificati, i timori del mondo. E lì, accanto a lui, si stagliava Boris Eltsin, leader della Federazione Russa, seduto al tavolo centrale a recitare il ruolo del nuovo padrone. Del più potente dei russi. Si prendeva la scena e dava sciabolate. Implacabile. Sorretto dall’urlo dei deputati in sala. Ingenerosi, irriverenti, grossolani, vendicativi, spudorati, sarcastici. Senz’animo benevole. Urlanti contro Mikhail Sergheevich, ritenuto colpevole d’aver fatto crescere i golpisti e, tutto sommato, d’averli messi ai posti di comando. Molti erano quelli del golpe. Il colpo di stato, alla fine, si era rivelato quasi una farsa recitata dal capo dei congiurati del “Comitato”, il vicepresidente dell’Urss, Ghennady Janaev, brillo e balbettante di fronte alla stampa in diretta mondovisione. Ma in quella sala, l’imputato era uno solo: Gorbaciov. Incalzato dalle domande dei deputati, a volte anche sbeffeggiato, dileggiato da un Soviet che assomigliava alla curva di uno stadio. E, poi, il gesto teatrale, la sfida aperta, la mossa sprezzante, il ghigno arrogante del vincitore. Eltsin si alza e con dei fogli in mano va incontro a Gorbaciov che stava a spiegare, come meglio poteva in quella difficilissima situazione, le azioni fatte per introdurre nel paese le riforme economiche e il processo di democratizzazione dell’impianto statale. Il dito puntato come una pistola: “Mikhail Sergheevich, firmi qui, ora e subito, il decreto di scioglimento del Pcus”. Fine di tutto.

La prima pagina de l'Unità del 25 agosto 1991: Gorbaciov liquida il Pcus
l’Unità, 25 agosto 1991: Gorbaciov liquida il Pcus

Era giunto, dunque, un altro dei momenti più drammatici per il più innovatore e riformatore comunista sovietico. L’ora della prova personale. La più devastante. Gorbaciov tentava di prender tempo: “Boris Nikolaevich, aspettate… non è il caso… adesso”. Forse, in quel momento, a Gorbaciov saranno venuti in mente i giorni, persino entusiasmanti, della Conferenza di organizzazione del Pcus. A fine giugno 1988, nel caldo estivo, in una Mosca sfavillante, aveva affrontato con coraggio e a testa alta la battaglia contro i conservatori del partito che resistevano alla svolta della perestrojka. Per strada, sui bus, nei negozi, nelle fabbriche, i lavori della Conferenza erano trasmessi in diretta per radio. Ricordo i moscoviti con i transistor incollati alle orecchie che seguivano il dibattito e gli scontri aperti dentro il Palazzo dei congressi del Cremlino. Scene inusuali. La “glasnost” iniziava a mettere radici. Quella battaglia sembrò spianare la strada. Ma sino ad un certo punto. Perché l’economia era a pezzi e si vedeva nei negozi con gli scaffali vuoti: dal mitico e lussuoso “gastronom” Eliseevsky sulla Gorki dove, ai bei tempi, si trovavano le scatole di caviale in alluminio, alla miriade di “magazin” dei quartieri più periferici. Ma si assisteva, nel contempo, all’imprevedibile. In un freddo sabato, a gennaio 1990, una fila chilometrica salutava l’apertura del primo Mc Donald in piazza Puskin. Un panino con l’hamburger a 3,75 rubli (salario medio mensile 150 rubli). Questa era una fila che avrebbe avuto successo mentre le altre, nei negozi “normali”, avrebbero sempre dovuto misurarsi con il cronico “defizit”. E, sul versante politico, c’era anche lo spirito nuovo, l’apertura al pluralismo che aveva fatto emergere a viso aperto i dissidenti, i liberal-democratici. Attorno al settimanale da due milioni di copie – Argumenty i fakty – crescevano i gruppi di opposizione democratica che partecipavano, con una vera e propria campagna elettorale, i volantini, i “santini” con le foto dei candidati, alle prime elezioni per i Soviet locali e per la Federazione russa. Era il tempo in cui nelle sale imperversava il film “Pokajanie” (Pentimento) del georgiano Abiladze, esplicita atto d’accusa dei regimi totalitari. E nella lontana Siberia, nel Kuzbas, a Novokuznevsk, il primo sciopero dei minatori. Imponente, tutti gli operai per le strade, come mai era avvenuto. Quasi un miraggio averli potuto incontrare e fotografare. Lo sciopero: anche questo uno shock dovuto alla perestrojka ma anche al malessere pesante della società, per i bassi salari e un’economia in dissesto. Una condizione praticamente uguale nella capitale sino a 5 fusi orari ad est.

Il tentativo (fallito) di salvare se non il Pcus almeno l’Urss

Tutto ciò non era bastato. Non era stato sufficiente a Mikhail Gorbaciov, stretto tra la forte pressione dei riformatori radicali, dietro i quali era cresciuta con forza la figura di Eltsin, e quella dei conservatori rappresentati dai vari Ligaciov, Lukianov e Kriuchkov, il capo del Kgb. La battaglia politica si svolgeva giorno per giorno. Dopo le ore si sofferenza al Soviet della Russia, il presidente sovietico doveva passare anche attraverso il Soviet supremo dell’Urss, ancora in piena attività. Il 26 agosto faceva il suo drammatico rapporto, accusava i golpisti, proponeva riforme urgenti, chiedeva un Trattato dell’Unione che salvasse l’unità del Paese di fronte alle forti spinte secessioniste di Ucraina, Bielorussia e degli Stati asiatici. Ma soprattutto ammetteva: “Mi dicono di essere tornato (da Foros) in un mondo diverso. È vero. Un uomo è tornato e guarda le cose con occhi diversi”. Seguì un applauso che non si aspettava. Probabilmente uno dei pochissimi ricevuti. Che lo rincuorò un poco. Avendo già subito l’onta della chiusura del Pcus ma anche la dolorosissima esperienza dei funerali imponenti, sulla piazza del Maneggio, ai tre giovani caduti nei giorni del golpe tra i carro armati sotto il ponte della Kalinina. Dal palco issato davanti l’hotel Moskva, guardando i feretri e i familiari dei caduti, si fece forza: “Difficile parlare. Possiamo solo dire che non perdoneremo chi ha fatto tutto questo”. Un silenzio tremendo. Con questi sentimenti, si preparava ad affrontare i mesi successivi, sperando di salvare, se non più il Pcus, almeno l’Urss. Non fu così.

L'Inviato de l'Unità Sergio Sergi mentre assiste allo sciopero dei minatori in Siberia, luglio 1989
L’Inviato de l’Unità Sergio Sergi mentre assiste allo sciopero dei minatori in Siberia, luglio 1989

Una sera, nei giorni del dopo-golpe, squillò il telefono nella nostra piccola redazione di Mosca, in Ulitza Pravda. Eravamo in una palazzina con un cortile dissestato, appartamenti modesti abitati da russi. Al piano terra c’era un panificio dove si poteva acquistare, quando c’era, del buonissimo “черный хлеб” (chernyy khleb), il pane nero. Ne sento ancora il profumo. Da Roma erano arrivati, in soccorso, il vice direttore Peppino Caldarola, Jolanda Bufalini e Marcellino Villari. E anche Pavel Kozlov, interprete storico e Anna Zafesova, bravissima italianista poi assunta da “La Stampa” a Torino. Tutti a pestare sui tasti perché c’era tantissimo da raccontare di quella storia straordinaria che ci passava sotto gli occhi. Risposi: salve, chi parla? Dall’altro capo un gracchiare confuso, arrivavano parole metalliche, non comprensibili. Chi parla? Chi è al telefono? La comunicazione era migliorata ed una voce lontana mi disse: “Buona sera compagno, sono Enrico”. Enrico era Enrico Smirnov, lo riconobbi. Un personaggio di rilievo del Comitato centrale. Il capo della sezione europea, sotto Vladimir Zagladin, un italianista di pregio. Un intellettuale. La sua figura, esile, si stagliava, per dire, dietro Gorbaciov giunto a Roma per i funerali di Berlinguer.

Il drammatico saluto di Enrico Smirnov

Dimmi pure Enrico, dove sei?, ti sento a stento. La linea traballava, non era certo strano a quei tempi. Si parlava con prudenza per timore di intercettazioni. “Sono Enrico e volevo solo dire che io sono sempre stato amico degli italiani e del partito comunista italiano”. Cercavo di rassicurarlo: certamente Enrico, lo sappiamo. Prendevo tempo, cercavo di capire le ragioni della chiamata. Anzi l’avevo capito e temevo il peggio. Enrico non ti preoccupare ma dove sei? “Grazie, volevo solo dire solo questo, ho sempre condiviso le posizioni del partito comunista italiano. Grazie davvero e ti saluto”. Clic. Restai di sasso, muto per minuti. Mi raggelò il sangue. Perché quella frase sembrava tanto un addio. Non raccontai nulla a nessuno nella stanza. Non ne scrissi, né sapevo peraltro dove cercare Enrico. Mi sembrava che fosse stato assalito dalla paura dopo lo sgombero forzato ed il sequestro del palazzo del Comitato centrale. Dov’era finito Smirnov? Cosa gli passava per la testa? Non ebbi più notizie. Passò più di un anno. La Russia del 1992 era alle prese con una gravissima crisi economica, l’inflazione alle stelle, i negozi sempre più vuoti. Un mattino, Alla Borissova, la carissima amica di tanti italiani, una vita spesa alla Pravda, mi rivelò che Enrico Smirnov faceva il “tassista” per le strade di Mosca.

(2-continua – leggi qui la prima puntata)