Il disastro del Pd
perso tra le correnti
che non uniscono

Primo segnale. Lo sappiamo, certo: i sondaggi contano quel che contano, e da tempo non intercettano i cambiamenti veri dell’animo politico degli elettori, soprattutto se fatti lontano dal clima preelettorale. Ma il sorpasso – registrato qualche giorno fa – del partito di Giorgia Meloni sul Pd dovrebbe far sobbalzare più di un sincero democratico. E non solo per gridare “Allarmi, son fascisti!”.


Secondo segnale. La proliferazione delle correnti interne, che in questi giorni hanno visto la nascita della formazione ispirata da Goffredo Bettini (le “Agorà democratiche”), quella di Anna Ascani (“Energia democratica”) e quella nata dall’iniziativa di diversi parlamentari come Marco Furfaro, Paola De Micheli e Nicola Oddati (“Prossima”). Tutte nate, e anche questo è singolare, con l’obiettivo di “unire il Pd”. Come se già quel partito non fosse balcanizzato – tra lo sgomento e l’impotenza dei militanti, anche quelli che hanno forti radici e passioni in quella “casa” – occupato a dividersi federazioni posti di potere e perfino sezioni, in preda a cacicchi territoriali stile De Luca, insomma del tutto disinteressato alla politica vera, quella che si fa nei territori. In bocca a chi considera questa la politica che conta, la parola “periferie”, una delle più gettonate nel caso di elezioni comunali e regionali, suona alle orecchie di chi vive nelle zone con più difficoltà sociali come una beffa e una bestemmia.

Per Letta difficile fare una sintesi

Terzo segnale. La debolezza di Enrico Letta. Che con grande generosità ha preso le redini di un Pd in grande difficoltà, sostituendo uno Zingaretti dimissionario perché indignato da quel che avveniva nelle ramificazioni del partito. Una generosità che rischia di fargli fare la fine del vaso di coccio, spintonato da questa o quella componente, senza riuscire a trovare una sintesi. Proprio lui che aveva detto, appena insediato, “Un partito che lavora per correnti come qui da noi non funziona. Dobbiamo superare insieme questa sclerotizzazione”. Una riforma annunciata,  segnalata dall’analisi rigorosa e impietosa di Fabrizio Barca; una riforma auspicata da chi guardava (lo farà ancora?) a quel partito come almeno a un puntello democratico.
Puntello di che?
Lo spettacolo è disperante. Altro che puntello, quel partito è quasi un ostacolo. Basta vedere quel che avviene in preparazione delle amministrative di autunno (qui Roma, qui Rimini). Sorde lotte fratricide e autocandidature: e una povertà estrema di energie e idee da mettere in campo. In questa situazione coltivare grandi speranze rischia di essere un esercizio stucchevole.