Il “destino del Paese”
nel piano di Draghi
sotto assedio

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) preparato dal presidente del Consiglio Mario Draghi è di gran lunga il più importante programma di investimenti realizzato in Italia nel dopoguerra. Il Piano può contare su 248 miliardi di euro di cui 191,5 miliardi finanziati dall’Unione Europea attraverso il cosiddetto Recovery Plan e il resto derivanti dalle prime riforme dell’esecutivo.

Draghi, parlando alla Camera, ha invitato a non guardare solo i numeri, anche se questa volta sono davvero rilevanti. Ha citato De Gasperi, dopo aver celebrato il 25 aprile con parole non banali – “Non fummo tutti brava gente”- e tanti saluti alla memoria condivisa, e ha espresso la filosofia che sta alla base di questa mobilitazione di risorse: “Sbaglieremmo tutti a pensare che il Pnrr sia solo un insieme di progetti, tanto necessari quanto ambiziosi, di numeri, obiettivi e scadenze. Metteteci dentro le vite degli italiani, le attese di chi ha sofferto la pandemia, l’aspirazione delle famiglie, le giuste rivendicazioni di chi non ha un lavoro o di chi ha dovuto chiudere la propria attività, l’ansia dei territori svantaggiati, la consapevolezza che l’ambiente va tutelato. Nell’insieme dei programmi c’è il destino del Paese, la sua credibilità”.

Ci può stare tutto e c’è quasi tutto

Foto di Karolina Grabowska da Pexels

Dentro il Piano ci può stare tutto e c’è quasi tutto, dalla riforma delle pensioni (un’altra) alla garanzia di Stato per i giovani che vogliono comprare casa. Ma ci sono davvero alcuni aspetti, politici ed economici, che rendono questo programma un’occasione unica per innovare, sviluppare, rafforzare il nostro Paese, “delinquent” secondo il Financial Times, grazie soprattutto all’Europa e alla Bce che, da quando è scoppiata la pandemia, hanno riservato all’Italia un trattamento di enorme rispetto e di grande generosità. Questa è la verità, nonostante la gazzarra sovranista e xenofoba.

  • Il Piano italiano è quello dotato di maggiori risorse tra tutti i Paesi dell’Unione, quindi il suo auspicabile successo dimostrerà la bontà della scelta coraggiosa di emettere bond europei per raccogliere i capitali necessari a questo progetto di modernizzazione complessiva dell’economia del Vecchio Continente.
  • Il Piano è stato preparato in circa due mesi da Draghi, dal ministro dell’Economia Daniele Franco con i colleghi Colao e Cingolani e alcuni consulenti fidati, che hanno rivisto totalmente l’impianto del progetto preparato dal precedente governo Conte e riscritto i contenuti.
  • Il Piano prevede interventi in sei macro aree: giustizia, scuola, infrastrutture, semplificazione, ambiente, reti ad alta velocità. Da ognuna discendono altri capitoli che investono l’intero Paese, dalle strutture produttive ai servizi pubblici.
  • E ancora: il Piano avrà un impatto positivo sul Paese stimabile fino a 16 punti complessivi di Pil, che potrebbero salire a 24 nel Mezzogiorno, nei prossimi quattro-cinque anni. Circa il 40% dei fondi del Piano è destinato al Sud.

Il duello con  von der Leyen

Draghi, che ha duellato con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen sul testo e le condizioni, venerdì prossimo invierà il documento a Bruxelles. La Commissione esprimerà il suo giudizio ufficiale entro 60 giorni e se sarà positivo erogherà all’Italia l’anticipo previsto del 13%, circa 25 miliardi di euro che potrebbero arrivare all’inizio dell’estate.

Il Pnrr è, dunque, a tutti gli effetti un progetto di grande impatto per il nostro Paese che cerca di uscire dalla drammatica crisi sanitaria, sociale ed economica indotta dalla pandemia da Covid-19. E, tuttavia, anche in questa occasione in cui sarebbe necessaria unità di intenti da parte delle forze politiche, soprattutto di quelle che fanno parte della variegata maggioranza di governo, non sono mancate polemiche e nemmeno ostacoli eretti per la sola volontà di qualche leader di ribadire un proprio ruolo. E’ il caso del tentativo di cancellare il limite del “coprifuoco” alle ore 22 e lasciare aperti i ristoranti la sera, come vuole Salvini che ha lanciato una campagna online per contestare il decreto del governo che il suo movimento sostiene.

Si possono aggiungere altri punti di tensione. Come giudicare l’assurda vicenda della proroga del Superbonus del 110% che leghisti e grillini avrebbero voluto inserire come intervento vincolante nel Piano nazionale di ripresa e resilienza? Il Piano propone cambiamenti profondi della nostra economia, delle infrastrutture, della giustizia, dell’istruzione e qualche leader politico s’intestardisce su una misura a favore dei proprietari di casa, già dotati di buon reddito e risorse, che approfittano di un vantaggio a carico della fiscalità generale. Alla fine Draghi ha calmato i bollenti spiriti e ha assicurato che la proroga del Superbonus sarà inserita nella prossima legge di Bilancio.

Chi gestirà i 248 miliardi?

L’assedio delle forze politiche al governo per la gestione delle ingenti risorse europee in arrivo, tuttavia, continuerà anche nelle prossime settimane, perché si sta aprendo la questione della governance vera e propria dell’intero Piano. Chi gestirà i soldi, dove andranno a finire gli investimenti? Il Piano è certamente più rilevante di una normale manovra finanziaria e ha un altissimo valore politico perché i risultati si vedranno presto.

Draghi e Franco hanno in mente la creazione di una “Cabina di regia per il Pnrr” che dovrebbe valutare i progressi degli interventi, rafforzare la collaborazione con il tessuto economico, sociale e territoriale, e proporre l’attivazione di poteri sostitutivi e modifiche normative necessarie per l’attuazione delle misure. Draghi vuole istituire la Cabina di regia presso la presidenza del Consiglio, con la partecipazione del ministro dell’Economia e di collaboratori tecnici. Ce la farà? Da Lega e M5S già salgono le richieste di una presenza diretta dei loro rappresentanti, mentre il Pd ha presentato due priorità: il veloce via libera alle norme di attuazione; interventi appropriati su disoccupazione giovanile e femminile e sul divario Nord-Sud.

Per ora Draghi è riuscito a rintuzzare gli attacchi e a respingere i potenziali ricatti. Piaccia o no, l’ex direttore generale del Tesoro, già presidente della Bce, ci serve come il pane per cercare di sfruttare al meglio questa occasione storica. Se ci vengono dei dubbi sui tecnici, pensiamo a cosa succederebbe se il Pnrr fosse in mano a Salvini, Grillo o anche Renzi.