Alle elezioni
con partiti-fantasma

Sarà anche un segno dei tempi, sarà un processo ineluttabile: sta di fatto che le prossime elezioni politiche saranno le prime con dei partiti fantasma. Le prime senza neanche un euro di finanziamento pubblico a disposizione della campagna elettorale. Un delitto perfetto che si compie dopo anni di stalking nei confronti della politica.


Nelle schede elettorali si potrà trovare solo una volta la dicitura partito. È quella del Partito Democratico che però ha smantellato non poco la sua struttura nel corso degli anni. Sul territorio si rianima solo in occasione delle primarie, per disperdersi poi nei vari comitati elettorali di questo o quel leader. A livello nazionale ogni confronto, ogni discussione anche nei momenti chiave (come dopo il referendum o le gravi sconfitte alle amministrative) sono quasi vanificati dagli organismi pletorici   (la sola direzione conta un centinaio di componenti), con spazio e tempo illimitati solo per il leader.

 Ma oltre questa postazione è il nulla quasi assoluto. Forse ancora la Lega ha strutture di partito, sempre più irrilevanti e solo in alcune aree del nord: un problema non da poco per una forza che vuol diventare nazionale. A sinistra Mdp-Articolo 1 prospetta la nascita di un vero partito ma il suo destino appare legato indissolubilmente all’esito delle urne. Alle quali comunque si presenterà in cartello con un altro partito, Sinistra Italiana, e forse con altre sigle della sinistra radicale. Forza Italia non è mai stato un partito, neppure quando veleggiava sopra il 30 per cento, figuriamoci oggi: è sempre e solo un’emanazione del suo vecchio capo, Silvio Berlusconi. Il Movimento 5 Stelle, infine, è l’antipartito per eccellenza: un’azienda che fa profitti, la Casaleggio associati, un capo assoluto, Beppe Grillo, e uno di facciata, Di Maio, scelto con poche centinaia di clic. Nessuno statuto (anzi si teorizza l’anti-statuto), tanto meno un barlume di democrazia interna.


Se il mandante del delitto perfetto è Grillo, numerosi sono gli esecutori. A cominciare dal centrosinistra. Senza nessuna eccezione. Perché se è vero che la parte del leone l’ha fatta Matteo Renzi con i suoi frequenti cedimenti all’anti-politica, culminati nella propaganda contro le “poltrone dei politici” nella campagna referendaria, è al governo del suo predecessore a Palazzo Chigi, Enrico Letta, che si deve la legge che ha abolito gradualmente i contributi elettorali, fino al totale azzeramento.


La politica, insomma, rischia di tornare a essere un affare per ricchi, e in particolare per ricchi demagoghi. E purtroppo non si intravede alcun segno di ripensamento. Si continua con i messaggi populisti contro la politica e i partiti, pressoché in ogni schieramento. Nessuno ha il coraggio (o l’orgoglio) di tirare su la testa. Ma attenzione che il fondo non è stato ancora toccato. A furia di inseguire gli umori peggiori del Paese, a dire che la politica è uno schifo, che è solo corruzione, si arriverà a vietare la candidatura a chi è stato iscritto a un partito politico.
Chissà che Grillo -Di Maio non ci stiano già pensando.