Il decreto semplificazioni
semplifica le cose sbagliate

E’ la prima delle mitiche “riforme” chieste dall’Europa e promesse dall’Italia per meritare i soldi del Pnrr, ma il Decreto semplificazioni nelle bozze che stanno circolando più che una riforma è una via di mezzo tra decisioni del tutto inadeguate ad accelerare i tempi di realizzazione delle opere pubbliche finalizzate alla transizione ecologica e altre decisioni che declinano il verbo “semplificare” come un’inaccettabile deregulation degli appalti che favorirebbe corruzione e insicurezza del lavoro e peggiorerebbe la qualità realizzativa delle opere appaltate.

Partendo da quest’ultimo aspetto, il decreto come scritto finora generalizza per tutte le opere che fanno parte del Recovery Fund la possibilità di subappalti e il criterio del massimo ribasso. Norme che da una parte non garantiscono di per sé alcuna velocizzazione dei tempi, dall’altra – sul punto ha ragione da vendere il segretario della Cgil Maurizio Landini – renderebbe i cantieri meno sicuri e alimenterebbe i rischi di corruzione. In generale questo “liberi tutti” – che con evidenza vìola molte regole europee – abbasserebbe gli standard di qualità ambientale e sociale degli appalti, facendoci tornare indietro di almeno vent’anni rispetto alla consapevolezza che si pensava acquisita del legame diretto fra trasparenza delle procedure di appalto e qualità – costruttiva, ambientale, sociale – dei lavori appaltati.

Troppo poco sulla transizione ecologica

Su un altro capitolo decisivo del tema semplificazioni, il decreto dice invece troppo poco: è il capitolo legato specificatamente alla transizione ecologica. Qui ci sono misure promettenti per semplificare e dunque incentivare gli interventi di “rigenerazione urbana” – demolizione del tanto di brutto e disfunzionale che c’è nelle città italiane per sostituirlo con costruito di qualità, migliorando il volto e il corpo di nostri centri urbani senza consumo di nuovo suolo – e c’è una sezione, questa assai poco convincente, dedicata all’urgenza di correre nella trasformazione dei nostri sistemi energetici per fermare la crisi climatica, con tante più energie rinnovabili – soprattutto solare ed eolico – e una rapida fuoriuscita dalle energie fossili (l’impegno europeo è a ridurle del 55% entro il 2030 e ad azzerarle entro il 2050).

Questa “corsa” in Italia negli ultimi anni non c’è stata. Per esempio, diversamente che in molti altri Paesi europei da noi le ultime aste pubbliche per assegnare a investitori privati progetti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare elettricità da fonte eolica e solare fotovoltaica, sono andate quasi deserte. La ragione è che la lentezza e incertezza degli iter autorizzativi scoraggia gli investimenti nel settore. Anche per questo negli ultimi anni i ritmi di crescita delle nuove energie pulite – solare ed eolico – sono stati in Italia molto più lenti che negli altri grandi Paesi europei: nel 2020 il nostro “parco” solare fotovoltaico ha visto realizzati nuovi impianti per 0,8 GW di potenza, contro 4,8 GW della Germania, 2,6 della Spagna, 2,4 dei Paesi Bassi, 2,2 della Polonia, 0,95 della Francia. Continuando con questo basso ritmo di crescita dell’energia solare fotovoltaica, gli obiettivi di riduzione e poi di azzeramento delle energie fossili sarebbero per noi irraggiungibili.

I no delle Soprintendenze

Tra le ragioni delle difficoltà italiane nel campo della transizione energetica dal grigio di carbone, petrolio e gas al verde del sole e del vento, una delle principali è rappresentata dal ruolo delle Soprintendenze. Le Soprintendenze in passato hanno svolto un ruolo prezioso come presidio di legalità e di tutela del paesaggio, impedendo la distruzione o la manomissione di monumenti , siti archeologici, aree paesaggistiche di pregio. Oggi però, come ha denunciato tra gli altri il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, questa funzione preziosa di vigilanza sconfina frequentemente in un conservatorismo cieco e irrazionale: così, nei ricorrenti pareri negativi con i quali questa o quella Soprintendenza boccia impianti eolici e solari (oltre ad altre opere anch’esse ecologicamente virtuose, come gli impianti per il riciclo di materia dai rifiuti) il no riguarda spesso impianti proposti in aree del tutto anonime dal punto di vista paesaggistico, ed è generalmente motivato dal concetto che l’opera in questione “altera lo stato dei luoghi”. Come se il paesaggio, più di tutti il paesaggio italiano, non sia il frutto di interventi sistematici dell’uomo rivolti per l’appunto ad “alterare lo stato dei luoghi”.

Il decreto semplificazioni di tutto questo si occupa, ma se ne occupa – così sembra di capire – solo per le opere finanziate direttamente dal Pnrr. Ora, tra queste non ci sono quei 7 GW/anno di impianti di energie rinnovabili indicati dal governo Draghi come obiettivo minimo, e però non finanziati direttamente dal Piano perché – così si dice nello stesso Pnrr – non richiedono incentivi, dunque risorse finanziarie a valere sul Pnrr, ma solo e per l’appunto semplificazioni.

Si capirà nei prossimi giorni se ci saranno il modo e la volontà da parte del governo di correggere il Decreto semplificazioni, facendone uno strumento davvero utile rispetto al fine che si assegna ed evitando di ridurlo a un ennesimo concentrato di norme deregolatorie, di cui abbonda la recente storia legislativa italiana. E’ un passaggio decisivo, anche simbolicamente: se la prima delle “riforme” del governo Draghi nascerà come un’anatra zoppa, aumenterà il rischio che il Pnrr italiano assomigli nei fatti alla classica via lastricata di buone intenzioni: strada senza uscita o ancora peggio via per l’inferno.