Il decreto anti-rave mina il diritto di riunione

Il primo decreto legge varato dal Governo guidato dalla premier post-fascista Giorgia Meloni ci fa sapere che in Italia esiste «la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre disposizioni in materia di prevenzione e contrasto del fenomeno dei raduni dai quali possa derivare un pericolo per l’ordine pubblico o la pubblica incolumità o la salute pubblica». La disposizione è contenuta nell’art. 5 del D.L. 162/2022 (“Norme in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali”) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 31 ottobre 2022. Il pretesto per vararlo è stato fornito da un rave (è definito così il non frequente ritrovo tra centinaia di giovani che si incontrano, illegittimamente, in luoghi privati o pubblici abbandonati per ballare e sballare): qualche giorno fa nei pressi di Modena ha coinvolto 2.000 ragazzi e si è concluso senza problemi, ma ha offerto un’occasione succosa per la propaganda governativa.

Rave party di Modena, foto ministero interno

Come dare torto al Governo Meloni? Sappiamo tutti che il principale problema per il Paese è rappresentato da incontri come questo, assai meno rassicuranti delle contemporanee e folkloristiche sfilate di neofascisti in camicia nera a Predappio, paese natale di Mussolini. Fatto sta che è stato introdotto l’art. 434-bis: prevede pene da 3 a 6 anni di reclusione (più di quelle previste per l’omicidio colposo che vanno da 6 mesi a 5 anni) e multe da 1.000 a 10.000 euro per chi organizza e promuove manifestazioni di questo tipo; c’è un piccolo sconto per chi partecipa e basta. Si specifica, in pessimo italiano, che “l’invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica consiste nell’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, commessa da un numero di persone superiore a cinquanta”.

Non solo rave

Ovviamente la locuzione inglese “rave party” (propriamente, “festa di delirio”) non viene citata mai, neppure le parole “evento musicale” hanno trovato ospitalità. Gli estensori scrivono solo parole come “invasione”, “raduni” e “ordine pubblico”. Cosicché, anche se la destra ha venduto questo provvedimento come una misura anti-rave, è chiaro che la norma è scritta così male (o così bene, dipende dai punti di vista) che permette di colpire chiunque si raduni per qualsiasi motivo, a discrezione delle autorità di polizia (non serve neppure il placet preventivo della magistratura). La punizione prevista per raduni con più di 50 persone (40 volte di meno rispetto a quelle che erano al rave modenese o in altri simili) lascia intendere che teoricamente potrebbero finire nei guai anche piccole manifestazioni di studenti o lavoratori, picchetti sindacali davanti a una fabbrica, sit-in pacifici.

giorgia meloniLa presidente Meloni però ha garantito, dopo le polemiche, che il Governo non negherà “a nessuno di esprimere il dissenso”. Grazie. Però intanto la norma c’è e si può applicare: deciderà lei, in persona, di volta in volta? Chissà… Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, alter-ego di capitan Papeete (alias Matteo Salvini, capo della Lega), ha detto che il decreto serve per adeguare la nostra normativa agli standard europei. Falso: nessun altro Paese democratico d’Europa prevede una detenzione così lunga per un rave party; nel Regno Unito, il più severo, non si va oltre i 3 mesi. Per giunta, l’articolo 633 del Codice penale punisce già «chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto», però con una pena minore: da 1 a 3 anni di reclusione. Mentre il nuovo articolo 434-bis (messo in coda al 434 intitolato “Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi”) non solo si accavalla al precedente (chi decide quale sarà utilizzato?) ma raddoppia le pene. Non è un caso: la pena minima di 3 anni impedisce di usufruire della sospensione condizionale anche a chi è incensurato, se non ottiene almeno le attenuanti generiche; quella massima di 6 anni permette a chi indaga di ricorrere, per cercare le prove, alle intercettazioni preventive, uno strumento assai invasivo finora destinato a reati davvero gravi.

Libertà di riunione

Per fortuna l’iniziativa goffamente liberticida del nuovo Governo è stata criticata da giuristi, avvocati, costituzionalisti, partiti di opposizione, associazioni, che chiedono un’immediata revisione. Insomma, altro che rave party; sono potenzialmente (per ora) in gioco l’agibilità degli spazi pubblici, il diritto di protestare e la libertà di riunione. Nello stesso tempo si lascia un ampio spazio di manovra, discrezionale, alle forze di polizia a loro spetterà valutare, caso per caso, se questo nuovo reato viene commesso oppure no e in quali occasioni ci sia un allarme da sventare per la salute pubblica, l’ordine pubblico e l’incolumità.

La nuova norma, così generica che si può applicare in un vasto numero di situazioni, sembra infrangere l’articolo 17 della Costituzione: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità (non ordine, ndr) pubblica”.

È opportuno ricordare che, a livello internazionale, la libertà di riunione è riconosciuta e tutelata anche dall’art. 20, par. 1, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dall’art. 21 del Patto internazionale dei diritti civili e politici, dall’art. 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Cosicché persino Forza Italia sta cercando di ripudiare quella mostruosità giuridica voluta da Meloni e Salvini: a Radio24 il nuovo viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha di fatto sostenuto la necessità di una migliore specificazione della nuova fattispecie di reato introdotta dal Governo. Ha poi spiegato che la norma non si applica alle manifestazioni legittime (legittime in base a cosa, visto come è formulata?) e che il governo ha solo voluto mandare un segnale per i raduni ove circola droga (che per altro può girare anche in raduni legittimi e in salotti blasonati).

Segnale pericoloso

Considerando che la coalizione di (centro)destra non è certo a corto di giuristi, e tantomeno meno di penalisti, nelle sue file, vien da chiedersi perché una norma del genere sia stata scritta così. Nel senso che sembra redatta da una matricola svogliata di Giurisprudenza o, peggio, da qualcuno che ha studiato, come modello di riferimento, esclusivamente le norme di mussoliniana memoria. È “solo” un segnale per l’opinione pubblica, opposizione politica e opposizione sociale incluse? Se così fosse, la scelta di lanciare un segnale con un decreto legge in materia penale, a proposito di situazioni già punite ma più blandamente, diventa il vero problema. Perché – come se non bastassero le simpatie meloniane e salviniane per governi reazionari e/o autocratici come quelli della Polonia o dell’Ungheria (per non parlare, sul fronte leghista, della Russia putiniana) – tale scelta mostra la strada che questo Governo vuole (o vorrebbe) imboccare e, anche, il percorso da cui proviene, cioè il suo retroterra politico-culturale.

Umberto Eco, nel suo breve saggio Il fascismo eterno (uscito nel 1997 e tratto da una lezione tenuta il 25 aprile 1995 negli Usa alla Columbia University), scrisse a proposito di un atteggiamento fascista strisciante che si ripropone di continuo anche in contesti che all’apparenza ne sono privi. Purtroppo, 27 anni dopo quella lezione, alcuni esponenti di FdI – anche ad altissimi istituzionali livelli e nonostante le recenti rassicurazioni “antifasciste” di Meloni – non guardano neppure alle apparenze, esibendo in pubblico saluti romani e busti del Duce. Sfacciati? Sì. Però, come sosteneva Eco, non è sempre così facile individuare i portatori più o meno sani dell’autoritarismo di estrema destra quando si manifesta sotto mentite spoglie; resta “il nostro dovere… di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme”.

Ebbene, è utile ricordare che il diritto di riunione è stato uno dei principali bersagli del regime fascista fin dalla prima legge sulla sicurezza del 1926, poi recepita nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931. Inoltre il concetto mussoliniano di “ordine pubblico”, evocabile arbitrariamente anche solo presumendo che i partecipanti a una riunione pubblica possano essere “minacciosi”, era il fulcro di queste disposizioni, tanto che non è mai usato dai nel testo della Costituzione repubblicana. Quel concetto torna per la prima volta proprio nella nuova norma del Governo Meloni, spacciata per un provvedimento, stranamente severissimo, contro i rave party. I suoi estensori di certo, di fronte a questa osservazione, direbbero che un caso. Sarà… Nel dubbio quella norma va cancellata. E in fretta.