Nel Pd si affaccia
il dopo Renzi

Anche questa volta gli elettori del centrosinistra – per usare la
metafora di Pier Luigi Bersani – sono rimasti nel bosco. Il voto
siciliano consegna la Regione a un postfascista, Nello Musumeci,
vincitore della consultazione con  il 40 per cento, circa cinque
punti e mezzo in più del grillino Giancarlo Cancelleri. Il candidato
del Pd Fabrizio Micari e quello della sinistra radicale Claudio Fava
anche messi assieme restano parecchio indietro: 18, 5 per cento il
primo, 6,2 per cento il secondo. Accomunati in una sconfitta senza se e
senza ma.

Certo ha pesato la specificità siciliana, una realtà dove la sinistra
anche quando ha vinto non ha mai realizzato exploit elettorali,
tutt’altro. E almeno per quanto riguarda il Pd ha pesato anche un certo
disimpegno dei gruppi dirigenti nazionali, gli unici assenti di fatto
dalla battaglia elettorale siciliana. Un mettere le mani avanti rispetto
alla sconfitta annunciata, culminato nelle infelici parole di Matteo
Renzi alla vigilia del voto: “Voterei Micari ma vinca il migliore”. E il
“migliore” scopriamo oggi sarebbe uno che viene dal Msi e dalla destra
piu radicale, come ha ragione di rivendicare Giorgia Meloni, la terza
contraente del patto vincente con Berlusconi e Salvini.

Ma anche a sinistra del Pd non c’e alcuna ragione di festeggiare.
L’esordio alle urne degli scissionisti di Mdp è assai deludente, il
sogno di un sorpasso del candidato del Pd è nettamente naufragato.

La domanda obbligata, anzi scontata, è se assieme i due schieramenti
della sinistra sarebbero stati più competitivi. Le prime analisi dicono
di sì ma dicono anche che le difficoltà sono più profonde e complesse
rispetto al tema della divisione. L’appeal della sinistra è sempre
minore e in fondo i nuovi record dell’astensione lo confermano. In
Sicilia ma anche in una realtà certo minore ma significativa come Ostia
dove è esclusa dal ballottaggio: il rischio insomma è che la partita
diventi sempre più tra la destra e i Cinquestelle.

Nel dibattito che si apre a sinistra intanto si cominciano a vedere i
primi effetti della clamorosa debacle. Per la prima volta prende corpo
l’ipotesi del passo di lato di Matteo Renzi rispetto alla questione
della premiership. Pressato da alcuni big del partito, a cominciare da
Dario Franceschini, il segretario sembra intenzionato a rinunciare a
proporsi per Palazzo Chigi, usando peraltro un argomento
“istituzionale” inoppugnabile: con la nuova legge elettorale largamente
proporzionale il presidente del Consiglio sarà indicato a posteriori
nelle trattative tra i possibili alleati di governo, a urne chiuse.

Basterà ai possibili partner dell’alleanza di centrosinistra, a
cominciare da Mdp? I dubbi restano. Il processo di ricomposizione a
sinistra andrebbe probabilmente favorito da altri atti simbolici, come
ad esempio l’approvazione della legge sullo ius soli. La partita è
appena all’inizio ma il tempo già stringe.. Se non cambia qualcosa, in
fretta, il rischio è che il centrosinistra nel bosco finisca per
perdersi.