Il crack annunciato
è arrivato: la crisi
della Popolare di Bari

Questi giorni che portano al Natale presentano un copione politico ed economico che conosciamo bene, perché lo abbiamo già vissuto in passato. Ci sono gli ultimi scontri sulla manovra di bilancio, tra piccoli ricatti e veti inviolabili che scompaiono all’improvviso, le tensioni di una maggioranza mal combinata ma che non può sciogliersi se non vuole rischiare il ritorno a casa, e poi ci sono le solite emergenze sociali ed economiche. Il commissariamento della Banca Popolare di Bari, con la deflagrazione di un altro scandalo bancario fatto di interessi privati e gestioni allegre, indebite commistioni tra manager e clienti, personalismi e privilegi ingiustificati, è un evento tanto eccezionale quanto atteso. Anzi, bisognerebbe chiedersi come mai solo oggi la Banca d’Italia arriva a questo intervento quando almeno dal 2015 la situazione patrimoniale della popolare barese era preoccupante e i giornali scrivevano delle pessime condizioni dell’istituto e della gestione familistica, poco trasparente. Certo avrebbe dovuto creare almeno qualche sospetto una banca guidata da una vita dalla famiglia Jacobini, padre e figli, riveriti e ringraziati nelle processioni del santo patrono della città.

Così come era successo con la crisi del Monte dei Paschi, poi di Banca Etruria e associate, quindi delle banche venete e poi di Carige, il crollo della popolare di Bari fa emergere tutti i limiti e i mali di una classe politica che invoca interventi severi, pene durissime per i responsabili, commissioni d’inchiesta e tutto l’armamentario di una facile propaganda, salvo poi cercare con i soldi dei contribuenti di tutelare piccoli o grandi interessi di parte, perché alla fine tutti teniamo famiglia. Il governatore della Puglia, il magistrato Michele Emiliano, ha subito dichiarato battaglia “per difendere la banca della nostra regione” e ricorda toni e parole del presidente del Veneto Luca Zaia quando protestò contro le ispezioni di Bankitalia alla popolare di Vicenza e a Veneto Banca intimando “giù le mani dalle nostre banche”. In questa emergenza politico-creditizia tutto si tiene e nulla cambia.

La crisi della Popolare di Bari apre un’altra ferita in una regione che già deve soffrire il caso ex-Ilva, con i suoi ventimila occupati diretti e indiretti a rischio, tanto che il sindaco di Bari Antonio Decaro avverte che senza intervento del governo sulla popolare “è a rischio il tessuto economico”. Più generale, il caso pugliese richiama ancora l’attenzione sullo stato del sistema bancario, che vive una crisi dopo l’altra (ma le grandi banche macinano profitti da record distribuendo dividendi miliardari, non senza tagliare migliaia di occupati in nome della rivoluzione digitale), e le sue relazioni con il mondo economico e politico. Il governo interviene con un decreto (salvataggio da 900 milioni di euro e partecipazione al capitale tramite Invitalia), annunciando un progetto di “nazionalizzazione” (dice il ministro Di Maio) e di “creazione di una grande banca del Sud” (sostiene il premier Conte). I salvataggi pubblici delle banche non deve stupire, anche in Germania hanno appena messo in sicurezza una banca con i fondi dello Stato.

Questa aspirazione a costituire una nuova banca pubblica per il Mezzogiorno non è nuova, spesso torna nel dibattito pubblico e nei programmi di governo con maggioranze molto diverse perché è ancora forte il desiderio politico di poter contare su istituzioni che distribuendo credito creano consenso. Il potere, almeno una volta, si esercitava contando sulle banche e sui giornali. I giornali contano sempre meno, e anche le banche, uno scandalo dopo l’altro, sono state costrette a cambiare, a rispettare le regole, mai troppo perfette, del mercato e le autorità di controllo piuttosto che i referenti locali. Anche Berlusconi e Tremonti volevano la banca del Sud, ci sono studiosi che pensano alla riproposizione della Cassa del Mezzogiorno in versione aggiornata 2.0, altri ricordano con qualche nostalgia il Banco di Sicilia, qualcuno rimpiange Ferdinando Ventriglia e il glorioso Banco di Napoli che consentiva, tra l’altro, al Napoli Calcio di comprare Maradona e pure di finanziare importanti gruppi editoriali. Meglio non rivangare il passato.

Tra Alitalia, ex-Ilva, ora la popolare di Bari emerge la tendenza a un intervento della mano pubblica, un intervento spesso necessario, richiesto e sollecitato anche dai privati che non vogliono sobbarcarsi il peso sociale e i costi enormi di ristrutturazioni e rilanci. L’idea di studiare e implementare nuove politiche pubbliche di investimento in settori strategici dell’economia nazionale ha un suo valore (si torna a ipotizzare il nuovo Iri…), anche se sarebbe meglio preparare questi cambiamenti non sotto la pressione di drammatiche crisi industriali, creditizie e sociali ma sulla base di coerenti e ragionate scelte politiche. Sarebbe un bel tema per un programma di governo di centrosinistra.