Il Covid è tornato,
tutti gli errori
che abbiamo fatto

Perché è successo di nuovo? Non eravamo stati tra i più bravi in Occidente a tentare di contrastare COVID-19: e allora perché sta succedendo di nuovo? Le risposte più facili sono quelle di cercare un capro espiatorio – scienza, politica o società che sia – cui addebitare tutte le colpe. Nulla di più facile, nulla di più sbagliato. Facile e sbagliato sarebbe anche assolvere (assolverci) da ogni colpa e considerare la pandemia e i danni che provoca una catastrofe inevitabile e ineluttabile. Ora come non mai occorre una mente fredda e lucidità di analisi. Lungi da noi pensare di possedere l’una e disporre dell’altra. Ma un tentativo possiamo (dobbiamo) farlo, perché quelle domande sono decisive non solo per tentare di spiegare il passato e capire il presente, ma anche per costruire il futuro.

Un virus “caotico”

Come Strisciarossa ha già avuto modo di ricordare, una pandemia – in specie questa pandemia – è un sistema complesso, costituito da tanti elementi che interagiscono in maniera non lineare. Cosicché basta modificare un solo piccolo parametro per ottenere un’evoluzione inattesa. come diceva Edward Lorenz, uno dei padri della fisica del caos: basta un battito d’ali di una farfalla in Amazzonia per scatenare un temporale in Texas.

Iniziamo dunque proprio da lui, il coronavirus battezzato SARS-CoV-2. È una fattispecie nuova e piuttosto subdola. Non è come il virus di Ebola, che è altamente letale e uccide presto quasi tutti i contagiati. È un virus con una letalità abbastanza bassa, ma non bassissima, con una grande capacità di diffondersi. Cosicché, quando pensi di averlo messo nell’angolo, gli basta poco per ricominciare a saltare da persona a persona. Nel mondo c’è chi ha fatto poco per metterlo nell’angolo e lui continua a diffondersi. In altri casi – quello europeo, Italia compresa, pur con notevoli differenze e determinazione ed errori iniziali –, si è fatto di più. E lui ci ha dato l’illusione di essere finito definitivamente nell’angolo. Appena la guardia si è abbassata un tantino, quest’estate per esempio, lui è ritornato al galoppo.

Il virus è nuovo (nel senso che lo conosciamo, noi umani, da pochi mesi) e così ci ha preso un po’ tutti d’infilata. Chi più ma anche chi meno, però.
Spesso da più parti (dai politici ai media) si dà la colpa della cosiddetta “seconda ondata” ai comportamenti individuali degli italiani (o dei francesi o degli spagnoli, eccetera), in particolare dei giovani. Non c’è dubbio che c’è una parte di verità. Ancora oggi vedi in strada o al bar o in un negozio o su un mezzo di trasporto comportamenti irresponsabili. E non solo tra i giovani, ma anche tra gli adulti maturi e persino tra i vecchietti.
Troppo spesso mancano i controlli. Succede talvolta che persino chi dovrebbe realizzarli quei controlli – per esempio le forze dell’ordine o gli operatori sanitari medici compresi – si comporta in maniera irresponsabile. Per esempio non usa o indossa male la mascherina. Non tutti coloro che indossano la divisa o il camice si comportano male, per carità. E neppure una corposa minoranza. Ma qualcuno sì. E tutto questo comporta non solo un aumento diretto del rischio, ma un’erosione collettiva di consapevolezza. Forse occorrerebbe meno grida manzoniane e maggiore rigore. Ma forse occorrerebbe una chiara, pacata, ma ferma campagna di comunicazione per restituire a tutti consapevolezza.

Questa mancanza di consapevolezza – questo rompete le righe – si è verificato non solo in estate, ma è continuata anche dopo, oggi compreso. Come se la pandemia fosse ormai alle nostre spalle. Come se il virus fosse morto. Mentre lui era ed è ancora “vivo” e appena ha trovato lo spiraglio giusto è uscito dall’angolo in cui era stato cacciato.

Una mitridatizzazione al contrario

Non era ineluttabile, questo esito. Ancora a fine agosto o inizio di settembre poteva essere bloccato. Non ci siamo riusciti. Forse ha contribuito anche il continuo stillicidio di chi gridava già allora “al lupo! al lupo!”, mentre il lupo era ancora lontano. L’allarme giunto troppo presto ci ha come mitridatizzato al contrario: visto che il lupo non arrivava con le fauci spalancate abbiamo pensato che non ci fosse affatto.

Queste considerazioni chiamano in causa il sistema dei media e la facilità con cui è caduto nella trappola della spettacolarizzazione dell’evento. A molti – a troppi – non è parso vero di proporre in ogni ora del giorno e in molte della notte scienziati che si accapigliano e saltimbanchi che la sparano grossa, alla ricerca di un’audience sempre meno partecipe e sempre più mitridatizzata. L’effetto è che nessuno crede più a nessuno, se volete, tutti credono a tutto. Eppure se una funzione ha ancora il giornalismo nell’era dei social è quella di aiutare a distinguere il grano dal loglio. Giovedì sera la nostra Cristiana Pulcinelli ha condotto, nell’ambito del Festival della Scienza di Genova che si svolge quasi tutto su piattaforma elettronica, un dibattito fra tre scienziati (Bernardino Fantini, Giovanni Rezza e Ranieri Guerra, con l’introduzione di Antonella Viola) che hanno avuto un’ora e mezza per parlare della pandemia. Ebbene un video ascoltatore ha postato un messaggio con scritto: «Finalmente un dibattito tra veri esperti che hanno il tempo per esporre con chiarezza e pacatezza senza interruzioni di giornalisti petulanti e seccatori in cerca di visibilità».

Non che la comunità scientifica e medica non abbia, a sua volta, delle colpe. La prima è quella di essersi lasciata troppo spesso coinvolgere nell’informazione spettacolo, contribuendo all’aumento della confusione e, di conseguenza, alla diminuzione della consapevolezza. La comunità scientifica non ha saputo dire con chiarezza che questo virus risulta sconosciuto e largamente imprevedibile anche a lei, proprio perché è nuovo. Che le differenze di opinione tra esperti sono normali. Che occorre pazienza per battere il virus. Che la SARS-CoV-2 resterà a lungo con noi e neppure il vaccino – quando (e se) verrà – sarà l’arma vincente. Non in breve tempo, dunque. La comunità scientifica non è riuscita a darci consapevolezza del rischio, con colpe soggettive molto diverse, sia chiaro. Ivi compre quelle di chi ha fatto intendere che, a inizio estate, il virus era morto. Non era così e c’erano tutti gli elementi per sottolinearlo.

Infine le istituzioni. Gli errori “politici” sono stati molti. Ne sottolineiamo due, forse i più gravi. Il primo è di non aver approfittato di questi mesi di calma relativa per realizzare tutte le promesse fatte in termini di aumento sia della quantità sia della formazione del personale medico e infermieristico. Era nell’ordine delle cose una recrudescenza dell’epidemia e bisognava fare molto di più per rafforzare la medicina territoriale, per allestire ospedali COVID e luoghi dove ospitare positivi asintomatici e paucisintomatici. Per aumentare le terapie intensive (ancora oggi troppo poche di numero, soprattutto al Sud). Per far giungere in maniera effettiva i vaccini antiinfluenzali alle categorie a rischio e poi a tutti.

Gli errori più gravi

Ci sono stati errori sconcertanti. Ancora oggi il virus si diffonde in troppe RSA: le prime da presidiare in forze per i controlli. Oggi più che mai nel sistema dei trasporti si assiste a un lassismo che è, appunto, sconcertante. Ancora oggi si discute sull’opportunità di chiedere all’Europa i soldi del MES da spendere subito per sanare le troppe falle aperte. Le istituzioni non solo non hanno rafforzato la consapevolezza di noi cittadini, ma troppo spesso hanno dimostrato di non possederne loro, di sufficiente consapevolezza.

L’altro punto dolente è il caos di un sistema sanitario gestito in parte dallo Stato e in parte da una ventina tra Regioni e Provincie Autonome. Ci sono stati errori soggettivi, ma un carro tirato da troppi cavalli che tirano tutti in direzioni diverse, talvolta opposte, non si muove.

Almeno le pandemie vanno gestite a livello centrale. E in coordinamento strettissimo con l’Europa e con il resto del mondo. Occorrono un governo europeo e un governo mondiale della sanità, almeno in caso di pandemie. Altrimenti lui, il virus, troverà sempre una tana dove nascondersi e un buco da cui uscire e ritornare all’attacco.

Di tutto questo è mancata, ancora una volta, consapevolezza. E non solo in Italia. E così eccoci a confrontarci con un nuovo attacco del nemico che troppo presto avevamo dato per sconfitto