Covid-19, le donne ancora più ai margini, sempre più senza lavoro

L’Italia è uno dei paesi europei a minor tasso di occupazione femminile. E lo sarà ancora di più se non ci saranno interventi rapidi e radicali. Gli ultimi dati Istat su occupati e disoccupati a dicembre ne sono una testimonianza. Su 101mila persone che nel confronto tra novembre e dicembre hanno perso il posto di lavoro, le donne sono pressoché la totalità: 99mila contro 2mila (ex) occupati uomini.

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Foto di Anna Shvets da Pexels

La prima ragione di questa débacle è il tipo di occupazione femminile; precaria, a progetto, a tempo, con part time involontario (come lo è quella di molti giovani di ambo i sessi), in definitiva di scarsa qualità ma soprattutto concentrata nei servizi (dalla cura della persona al turismo alla ristorazione), esattamente in quei settori che la crisi economica scatenata dalla pandemia ha colpito più duramente. Precarietà significa anche non avere paracaduti sociali, non poter contare, ad esempio, sulla cassa integrazione o sul blocco dei licenziamenti previsti in questi mesi di pandemia.

La crisi al maschile del 2008

Vi è una grande differenza – più volte sottolineata nel corso del 2020 – con la precedente crisi del 2008 quando a perdere il lavoro furono soprattutto gli uomini, occupati nelle costruzioni e nel settore manifatturiero, vale a dire nei comparti dove maggiore è la loro concentrazione e dove più forte si era abbattuta la crisi.

Tuttavia la voragine oggi nell’occupazione femminile, testimoniata dai dati Istat, ha implicazioni molto più insidiose. Le donne cacciate dal mercato del lavoro solo in parte risulteranno disoccupate o inoccupate. Tantissime si inabisseranno in quella categoria della “non speranza”, cioè delle “inattive”, di quante non stanno cercando lavoro né prevedono di cercarlo, almeno in tempi ravvicinati. Perso un impiego, per quanto precario, subentra la rinuncia. La percentuale delle “inattive” (dai 15 ai 64 anni) è quasi doppia rispetto agli uomini e nel raffronto tra novembre e dicembre 2020 il loro numero è aumentato mentre quella degli uomini è sceso.

Difficile fare progetti

donneSenza interventi decisi e radicali, l’Italia del post Covid sarà ancora di più un paese che ha messo al margine le donne. Poco conta che siano brave a scuola, mediamente più brave dei maschi, che l’abbandonino meno, che si laurino in numero maggiore e con migliori risultati.

La battuta d’arresto avviene una volta che si affacciano sul mercato del lavoro. O ancora prima. Infatti, in controtendenza rispetto ai migliori risultati delle ragazze rispetto ai coetanei maschi lungo i percorsi scolastici e di formazione, vi è il dato dei Neet, giovani che non sono inseriti in alcun percorso di studio, di formazione professionale né occupati.

Qui il vantaggio femminile si tramuta in uno svantaggio rispetto ai maschi. Questo era vero ancor prima della crisi pandemia. Sono, cioè, di più le giovani che hanno smesso di progettare il proprio futuro rispetto ai maschi. Pesano le scarse e malpagate opportunità di lavoro ma anche l’assenza di servizi per la famiglia e per la prima infanzia.

Il non lavoro scelta quasi obbligata

Oggi solo un bambino su 4 nella fascia 0-2 anni trova posto in un asilo nido, ben al di sotto della media europea. Per chi decide di fare un figlio spesso la scelta del non lavoro è quasi obbligata. Per questo il rilancio dell’occupazione femminile non può che passare da un forte investimento nel welfare e nei servizi. Non per fare un favore alle donne ma per sorreggere il paese. Lo dicono tutti ma nessuna sembra ricordarsene al momento delle scelte di politica economica: una maggiore occupazione femminile di qualità regalerebbe un po’ di punti al PIL.