Il Corsera censura il Nyt
ma ignora i numeri
sul razzismo carcerario

Sul Corriere della Sera Federico Rampini, prestigioso neoacquisto del giornale di via Solferino, ha gettato nello stagno un sassolino da venticinque chili. In sostanza: Il New York Times, con una reticenza degna della più sgangherata political correctness ha relegato nelle pagine locali dettagli essenziali del brutale omicidio ad Harlem dell’albese Davide Giri, ucciso da Vincent Pinkney, un venticinquenne afroamericano notissimo alla polizia per numerosi reati e atti di violenza e che nella tragica sera della settimana scorsa dopo aver accoltellato Giri si era ripetuto con un altro italiano, finito in ospedale e poi aveva aggredito una coppia. Vincent è un pregiudicato, arrestato a più riprese, condannato a una pena lieve e quindi rilasciato prima di averla scontata, oltre che membro effettivo della gang EBK, “Everybody Killas”, ovvero “Uccidiamo tutti”, con base nel Queens. Narcotraffico e guerra dichiarata, particolarmente ai bianchi, sembra di capire.

Contrastare il trumpismo disinformativo

black lives mattersEcco, di tutto questo importante e sconsolante contorno informativo il Nyt ha taciuto nelle pagine nazionali, a differenza del tabloid populista della megalopoli, il New York Post. Rampini è convinto: “L’interesse del quotidiano, e il vigore investigativo messo in campo, sarebbero stati diversi se le parti fossero state rovesciate. Se cioè la vittima fosse stata afromericana e l’omicida un bianco; a maggior ragione se quel bianco fosse stato un membro di qualche organizzazione che predica e pratica la violenza, per esempio una milizia di destra”. Si potrebbe rispondere con una battuta, tipo “negli Usa per troppo tempo un bianco che assassinava un nero non era una notizia, ma un’ovvietà”. Era quindi ora che, soprattutto dopo la morte nel maggio 2020 del rapper George Floyd a Minneapolis, ucciso da un poliziotto che gli aveva tenuto premuto un ginocchio sul collo, il vento cambiasse, grazie al Black Lives Matter, il movimento di riscossa e denuncia contro gli abusi della polizia e all’appoggio della stampa liberal, già impegnata a contrastare il trumpismo disinformativo e le sue “realta alternative”, leggasi palle spaziali.

In prima fila il Nyt, alfiere del “The 1619 Project”, che focalizza una macchia di schiavismo indelebile nella storia americana, a partire da quel 1619, quando nella prima colonia inglese nel Nuovo Mondo approdò un carico di venti schiavi neri. Una tabe originaria che ha infettato e continua a infettare istituzioni, politica, scuola. Assunto difficilmente contestabile, visto che nella patria delle libertà (e del capitalismo più ruggente, anzi sbranante), accanto alle mozioni di principio e agli ideali democratici, scorre ancora rigoglioso il fiume di una feroce discriminazione di fatto. Gli afroamericani finiscono in galera a un tasso superiore di cinque volte a quello dei bianchi nonostante rappresentino il 12% della popolazione. E la gran parte di questi neri se ne sta in carcere fino al processo, visto che non hanno soldi per pagarsi la cauzione, salvo venire assolti in larga maggioranza dopo la gita dietro le sbarre. Una restrizione di default della libertà (proprio quella di cui si riempiono la bocca i sacerdoti del neoliberismo), regalata, a tutto vantaggio dei gestori privati delle migliaia e migliaia degli istituti di pena. Quando si dice spirito d’iniziativa e collaborazione tra pubblico e privato: secondo dati dell’FBI, ogni anno vengono arrestati – e in larga maggioranza rilasciati – più di dieci milioni di cittadini, quasi tutti afroamericani. Nel 2015, scrive l’Archivio Disarmo dell’Istituto di Ricerche Internazionali, la metà dei morti per colpi d’arma da fuoco erano neri e ricordiamo che ogni due anni negli Usa gli uccisi in sparatorie raggiungono il numero dei soldati americani caduti in Vietnam. Negli Stati Uniti vige una guerra permanente che miete vite tra i più giovani e deboli, socialmente, economicamente, psichicamente (a questo riguardo gli Usa vantano il record assoluto di stragi nelle scuole). Non meno pesanti le tragedie degli sfratti e della mancanza di padri stabili tra le famiglie afroamericane.

Gli eccessi del politically correct

Dunque l’intemerata di Rampini è fuori luogo? Se si riflette sugli eccessi tragicomici della cancel culture, dalle statue di Cristoforo Colombo eliminate al blackwashing, per cui personaggi bianchi vengono interpretati da afroamericani, sicuramente no. Oltretutto, le campagne per tagliare fondi alla polizia e le scarcerazioni facili da parte di magistrati pronti ad annusare il vento non potranno non portare un incremento dei fatti delittuosi, a tutto vantaggio della destra repubblicana. Temi enormi. Restringiamo al campo dell’informazione. Diversi giornalisti non allineati del Nyt sono stati allontanati e gli eccessi del politically correct rischiano di indurre molti giornalisti all’autocensura, di lasciare in ombra delitti compiuti dai neri o ispanici ai danni di altri neri o ispanici, per concentrarsi solo sui criminali bianchi e/o razzisti. Sono problemi di etica professionale che non albergano a Libero, che così ha accomunato la morte del ragazzo italiano a New York e la grave molestia alla giornalista di Toscana Tv: “Davide Giri e Greta Beccaglia, se un omicidio razzista indigna meno della pacca sul sedere”. E vabbè.

A proposito di informazione/deformazione e di morti che pesano più o meno di altre, in Italia abbiamo potuto sperimentare in un passato non così lontano torsioni fanatiche e ciecamente ideologiche della realtà molto, ma molto peggiori del politically correct. Chi si ricorda quello slogan alimentato da cattivi maestri e gridato nei cortei che suonava così: “Uccidere un fascista non è reato”? Era un invito a reagire alle azioni omicide dei gruppi neofascisti che diventava viatico per altre morti a catena. Nel caso del New York Times si tratta solo (solo…) di cieca ideologia “riparatrice”. E in effetti da riparare/rileggere negli Stati Uniti hanno molte cose. Purché non si arrivi al punto di revisionare goffamente il codice deontologico dei giornalisti per evitare l’imputazione pubblica di essere politicamente scorretti e l’eventuale perdita di copie e cali di audience. C’è da rifletterci su. In ogni caso, da noi non vige ancora un decalogo del perfetto giornalista progressista. Bastano e avanzano il rispetto dei fatti e della propria coscienza