Consiglio UE: ridurre
le emissioni del 55%
Ma non basta

Dopo l’abituale notte insonne fatta di litigi e mercanteggiamenti, i capi di stato e di governo della UE riuniti nel Consiglio Europeo si sono messi d’accordo sull’obiettivo di ridurre del 55% le loro emissioni nette di CO2 entro il 2030, in vista della scadenza già concordata del 2050 come termine per rendere l’Europa il primo continente a emissioni zero del mondo e rivedendo il precedente e totalmente inattuale impegno di riduzione del 40%.

Questo accordo arriva il giorno prima del quinto anniversario dell’accordo di Parigi, ma è insoddisfacente. Esaminando il dettaglio del breve testo dedicato al clima nelle conclusioni del Consiglio ci si rende subito conto infatti che, pur essendoci un passo in avanti, si è ben lontani dal livello di ambizione che sarebbe necessario avere, considerati gli effetti sempre più visibili e drammatici del nostro rapporto malato con la natura di cui la pandemia COVID-19 è solo un altro rumoroso segnale.

Ma vediamo di capire perché e che cosa si può fare a livello europeo e nazionale per rispondere all’urgenza climatica.

La decisione del Consiglio arriva nel contesto del processo legislativo in atto sulla cosiddetta Legge sul Clima. A settembre, la Commissione Europea aveva presentato una proposta per raggiungere almeno il 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030 e il Parlamento europeo aveva fissato poco dopo un target al 2030 del 60%, più in linea con la scienza, la quale sostiene da tempo che l’Europa deve ridurre le emissioni del 65% entro il 2030 se vuole essere coerente con gli impegni di Parigi.

Sembrano dispute da contabili, ma stiamo parlando di differenze radicali e di scelte che faranno la differenza: o ci lasceranno in un mondo fossile e inquinato oppure ci porteranno verso un’economia e una società sostenibili, in tempo per evitare effetti irreparabili.

Tre dati mi paiono utili per capire la situazione: le emissioni di gas serra nella UE sono diminuite del 24% tra il 1990 e il 2019; l’economia, nello stesso periodo, è cresciuta di circa il 60%; poi, nel 2020, a causa del COVID-19 le emissioni sono scese a livello globale del 7% (dell’11% in Europa) più o meno il livello in cui dovrebbero scendere ogni anno nel prossimo decennio per rispettare gli accordi di Parigi (7,6% secondo un recente rapporto dell’UNEP). Si tratta di una cosa che evidentemente non è né fattibile né auspicabile con un lockdown, ma che diventa una prospettiva positiva se realizzata con una reale trasformazione sostenibile e condivisa del nostro sistema economico e sociale.

Grande urgenza

È questo il contesto di grande urgenza nel quale si colloca la discussione al Consiglio europeo di ieri e all’interno del quale vanno giudicate le sue decisioni, sicuramente positive ma non all’altezza della situazione.

Tanto per cominciare, la riduzione del 55% si riferisce alle emissioni “nette”, e cioè vengono comprese nel conto delle “compensazioni” che rendono possibile diminuire gli obblighi di settori inquinanti, dai trasporti all’industria; una parte delle loro emissioni sarebbe assorbita dai cosiddetti “pozzi di assorbimento del carbonio”, come per esempio le foreste. Insomma il Consiglio bara e in realtà stiamo parlando di un obbligo di riduzione reale di “solo” il 50%. Inoltre nel testo c’è un paragrafo particolarmente oscuro, nel quale si apre la strada a due elementi estremamente negativi. Il primo è il fatto che gli stati membri possano decidere, nella loro autonomia di scelta del mix energetico, di considerare investimenti in gas “come tecnologia di transizione” come investimenti “verdi” che dunque possono essere sostenuti anche con denari europei.

Nella notte, sono stati soprattutto i paesi dell’Est sostenuti da Francia e Italia a sostenere questa integrazione. In secondo luogo, non contenti dello scandaloso accordo sullo Stato di diritto con Ungheria e Polonia, e per le stesse ragioni (superare la loro minaccia di veto) si è anche concesso ai paesi che potranno accedere al cosiddetto Fondo per la Modernizzazione dedicato alle regioni che più dipendono dal carbone (Polonia in testa), di non versare nelle casse comunitarie i proventi del sistema di scambio di emissioni che ogni stato incassa dai settori più inquinanti.

Sembra un dettaglio, ma non lo è dato che uno dei modi in cui si dovrebbe finanziare il pacchetto Next Generation EU è esattamente con i proventi del sistema ETS…

La transizione ecologica costa

Ma per fortuna non tutto è perduto. Infatti, è utile ricordare che il Consiglio Europeo NON è un organo legislativo. La sua posizione sugli obiettivi di riduzione non è vincolante per il Parlamento o la Commissione e rappresenta un indirizzo per la posizione negoziale dei rappresentati del Consiglio settoriale, composto dai Ministri di Clima ed energia che dovranno poi trovare un accordo con il parlamento europeo. Il PE, per bocca della relatrice per la Legge sul Clima, ha già detto di avere un forte mandato su un target del 60% e che intende attenervisi. Invece, sarà molto più difficile evitare che il denaro dei contribuenti europei venga speso per inutili e dannosi impianti a gas, che, transizione o no, emette CO2 ed è un combustibile fossile.

Da questo punto di vista è molto molto importante capire che la transizione ecologica costa. E che ancora moltissimi soldi pubblici vanno a sussidiare combustibili fossili; esiste un rischio reale che molte risorse europee continuino ad essere dirottate su tecnologie che di verde non hanno assolutamente nulla come l’idrogeno detto “blu” cioè ottenuto con il gas o i progetti miliardari di cattura del carbonio al largo di Ravenna che l’ENI sta cercando di qualificare come sostenibili e che invece sono il modo attraverso il quale l’impresa partecipata dal pubblico vuole continuare a fare affari a spese nostre e del pianeta con petrolio e gas.

La proposta di 27 Premi Nobel

Questo è uno degli aspetti irrisolti e che sono decisivi: il trasferimento del carico fiscale dal lavoro, dai redditi delle persone, alla CO2. Una battaglia importantissima che ha bisogno del sostegno degli europei e delle europee: è questa la ragione per la quale ho promosso con Marco Cappato e il Professor Alberto Majocchi l’iniziativa dei cittadini europei per dare un prezzo al Carbonio.

Una campagna nata da una proposta di 27 premi Nobel e che chiunque può sostenere e fare sostenere ponendo la sua firma sul sito www.stopglobalwarming.eu.

Insomma, ci aspettano mesi e anni di lavoro intenso; sicuramente a livello europeo, con la prospettiva di un vero e proprio ingorgo legislativo nel 2021, perché bisognerà rivedere le norme e i target su rinnovabili, efficienza energetica, tassazione dell’energia, rivedere e ampliare il sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE, le emissioni industriali, adattare il regolamento sulla condivisione degli sforzi e le norme sulle emissioni industriali, rafforzare gli standard di CO2 per i veicoli stradali, applicare gli standard “rivoluzionari” per la finanza del Green Deal attraverso le regole della Tassonomia. Ma anche a livello nazionale, con l’enorme sfida che sarà rappresentata dall’uso verde, efficace, “climate- and future proof” degli oltre 200 miliardi di euro ai quali l’Italia potrà accedere a partire dal 2021.