Il cognome del padre non è più una regola, cambia il diritto di famiglia

Che sia nato nel matrimonio, fuori dal vincolo comunque sottoscritto, che sia stato adottato un figlio non dovrà avere in automatico il cognome del padre. Lo ha deciso la Corte Costituzionale con una sentenza che ha dichiarato “discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre” precisando che “la regola diventa che il figlio assuma il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano di comune accordo, di attribuire solo il cognome di uno dei due”.

Una sentenza rivoluzionaria

Una sentenza rivoluzionaria che mostra una grande sensibilità sul tema del riconoscimento legale del cognome materno come espressione della pari dignità tra uomo e donna e riconosce quanto una questione relegata dai più ad un fatto burocratico faccia invece parte integrante dell’identità personale di un figlio. Che ritiene discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che attribuisce l’obbligo il cognome del padre.

Una sentenza rivoluzionaria che ancora una volta sancisce la maggiore sensibilità su certi temi della Consulta rispetto a chi dovrebbe legiferare e invece si attarda in questioni che dovrebbero essere decise con rapidità e rispetto di tutti i cittadini. Anche in questo caso il Parlamento è in ritardo. Giacciono al Senato e alla Camera cinque proposte di legge sull’argomento. Vedremo ora se la sferzata della Consulta servirà a smuovere i legislatori dato che proprio ad essi tocca sempre il compito di regolare tutti gli aspetti connessi alla decisione.

Altrimenti qualunque burocrate o arretrato leguleio potrà ancora una volta creare difficoltà e intoppi in assenza di norme. Poiché in mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori dovrà sempre intervenire il giudice in conformità con quanto disposto dall’ordinamento giuridico. Cioè da una legge che è necessario approvare al più presto. Norme con regole chiare in modo da non negare un diritto sia ai bambini che alle loro mamme dato che il genitore papà è ampiamente salvaguardato dalla legge vigente.

Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche nelle prossime settimane. Intanto è stato reso noto che i giudici della Corte Costituzionale, presieduta da Giuliano Amato,  hanno dichiarato dichiarate illegittime  norme in contrasto con gli articoli 2 che tutela l’identità personale, 3 o del principio dell’uguaglianza e divieto di discriminazione basata sul sesso e 117, primo comma della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Concezione patriarcale della famiglia

La Consulta aveva in più occasioni sollecitato i legislatori ad intervenire sulla questione. Ma come spesso accade la sensibilità su temi che riguardano la famiglia e le pari opportunità nell’ambito di essa si è dimostrata negli anni praticamente nulla. A niente è fin qui servito che l’Alta Corte avesse dichiarato la propria opposizione ad una “concezione patriarcale della famiglia e della potestà maritale, non più compatibile con il principio costituzionale della parità tra uomo e donna”.

Nel 2016 la Consulta aveva sollecitato a riconoscere la possibilità ai genitori di aggiungere, ma di comune accordo, al cognome del padre quello della madre. Ed un anno fa, era stato chiara l’intenzione dei giudici dell’alta Corte a mettere in discussione il sistema di attribuzione del cognome avendo ravvisato l’incostituzionalità dell’intero sistema nell’attribuzione di esso.

Se la sentenza appare come un passo importante sul riconoscimento di una parità nell’ambito della famiglia comunque costituita, molto decantata a parole ma non nei fatti, l’applicazione della decisione dei giudici sarà molto complicata, specialmente dato che toccherà agli insensibili legislatori regolarne gli aspetti pratici.

Resta il fatto che un altro passo in avanti è stato compiuto. E’ stata presa una decisione da rispettare. E rendere esecutiva. Senza perdersi in battaglie di principio o di interesse di parte. Almeno per una volta.