“Il codice dell’illusionista”, l’indagine a tinte psicologiche di Fexeus e Läckberg

Stoccolma. Oggi nella pandemia, tra febbraio e ottobre scorsi. La bionda Tuva lavora in un bar del quartiere di Hornstull, è in ritardo di oltre mezz’ora, il figlio Linus la sta aspettando al nido. Si mette un caffè nel bicchierino di carta e corre verso la metro, ma le gambe le cedono, sviene. Si ritrova con gli arti incastrati in una cassa di legno molto stretta, non lo sa ma è la cosiddetta sword casket o sword box. In rapida successione alcune spade la tagliano superficialmente con precisione e poi la squarciano da parte a parte, muore.

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Foto di Marisa Sias da Pixabay

La polizia non sa dove mettersi le mani quando la cassa viene ritrovata il giorno dopo in un luna park, il corpo non viene identificato, non ci sono né indizi né indiziati; si trova disorientata e senza idee pure l’autonoma squadra speciale al di fuori dell’organigramma, coordinata dalla competente figlia del capo della polizia. Qualche giorno dopo, prima che la stampa intervenga, l’ostinata, agguerrita e paranoica ispettrice Mina Dabiri (viso acqua e sapone, coda di cavallo) suggerisce di coinvolgere nel caso il famoso 47enne Maestro Mentalista Vincent Walder e va a vedere il suo applauditissimo spettacolo al teatro di Gävle, riuscendo a parlarci dopo l’esibizione e a spiegare le ragioni per cui hanno bisogno di un esperto sia di psiche umana che di illusionismo classico: sembra esserci un messaggio nell’omicidio e forse non è la prima e comunque l’unica vittima.

Dopo un’altra settimana Mina lo richiama e si rivedono: pur non essendo né psicologo né terapeuta (si considera un intrattenitore), Vincent è invitato il giorno dopo alla sede centrale della polizia per essere presentato alla squadra. Scatta subito la necessità di una manutenzione psicologica del gruppo (i maschi sono vigili e diversi) e i passi avanti stentano ad arrivare, si muore ancora e, forse, bisogna invece andare indietro nel tempo, a Kvibille, al 1982, a quando l’illusionista era bambino.

Ossessioni, manie, attrazione

La brava notissima autrice e imprenditrice Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson (Fjällbacka, 1974, quattro figli) e il mentalista e conduttore televisivo Henrik Fexeus (Örebro, 1971, tre figli) hanno scritto davvero a quattro mani il primo lungo episodio di una trilogia con due nuovi protagonisti “strani”, goffi e affascinanti. La misofoba Mina e il simmetrico Vincent sono pieni di manie e ossessioni, inevitabilmente si attraggono con stile e rispetto. Il dipanarsi della vicenda è l’occasione per conoscere e ammirare retorici linguaggi del corpo e ossessivi calcoli numerici, comunicazione non verbale e psicologia pratica, lavori sulle illusioni e giochi di prestigio, decifrazione di codici e fenomeni abduttivi, insomma che succede nella nostra testa per contribuire a determinare i nostri comportamenti. E viceversa. Il titolo ne consegue. Per capirci: il lancio di un’occhiata divertita può comportare attrazione chimica, ovvero un picco della produzione sia di cortisolo, l’ormone dello stress, che di dopamina, la cosiddetta “sostanza del piacere”, e allo stesso tempo far aumentare la secrezione di serotonina, che a sua volta provoca un rialzo del quaranta per cento di testosterone. E ciò vale sia nelle riunioni circoscritte che di fronte alle tanti differenti persone di un pubblico spettacolo. A buon rendere. Ne risulta un avvincente giallo, ricco di cambi e colpi di scena, e un’interessante acquisizione culturale, scritta con stile e maestria.

Il codice dell’illusionista
Camilla Läckberg e Henrik Fexeus
Traduzione di Alessandra Albertari e Laura Cangemi
Noir
Marsilio Venezia, 2021
Pag. 719 euro 22