Berlusconi presidente? Un condannato per frode fiscale non deve salire al Quirinale

Non è mica una questione di gusto, di simpatia o di antipatia.  Non c’entra per niente l’antiberlusconismo sul quale negli anni passati il centrosinistra si è, come al solito, diviso perché – ricordate? – non basta essere contro bla bla bla. No, questa è una questione drammaticamente di sostanza perché riguarda la più alta carica istituzionale della nostra Repubblica su cui non è permesso scherzare. L’ipotesi che Silvio Berlusconi possa diventare il prossimo Capo dello Stato apre pericolosi scenari nei quali l’opportunità e la legittimità vengono fortemente messe in discussione. E nei quali la figura del presidente della Repubblica rischia di nascere già macchiata con conseguente discredito nazionale e internazionale.

Ha ragione Fabio Martini che su Facebook (leggi qui) ha fatto notare che il problema centrale che dovrebbe rendere impercorribile questa ipotesi non attiene a un presunto giustizialismo. Lasciando stare infatti queste inutili polemicucce il problema centrale è questo: può fare il Presidente della Repubblica italiana un uomo che è stato condannato in via definitiva per frode fiscale? Cioè per un reato con il quale ha ingannato lo Stato che dovrebbe rappresentare al livello più alto? E può fare il presidente della Repubblica un uomo che ha ancora diversi processi in corso e che, nel caso fosse eletto, si troverebbe, in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, in un grande conflitto di interessi che minerebbe il nostro fragile sistema democratico?

E’ vero che l’articolo 84 della Costituzione, come ricorda Martini, dice che può essere eletto Capo dello Stato “ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni di età e goda dei diritti civili e politici” e quindi Berlusconi rientrerebbe in questa fattispecie. Ma è anche vero che un altro articolo della Costituzione, il 54, spiega che “tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”. E aggiunge: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Quale onore può garantire, nell’esercizio della sua funzione istituzionale, un uomo che non ha rispettato le leggi ed è stato condannato?

La scelta del centrodestra di candidare Silvio Berlusconi alla presidenza della Repubblica, emersa ieri durante un vertice a casa del candidato – quasi nelle stesse ore in cui si dava l’addio a un grande italiano come David Sassoli, figlio di un’altra etica e di un’altra idea di politica  – è per questi motivi grave e inaccettabile. A meno che, come si sospetta, non sia un tentativo più soft di arrivare ad accantonare un nome che è divisivo, che rappresenta, per dirla con Gianni Letta, interessi di parte. Insomma i leader del centrodestra non se la sarebbero sentita di dire “caro Silvio non si può fare” e quindi avrebbero scelto di affidarsi ai veti che ci saranno e ai voti che mancheranno, per poter poi andare oltre il nome di Berlusconi e quindi riaprire la partita. Speriamo che sia davvero così. Altrimenti si aprirebbe uno scenario complicato nel quale sarà necessario e doveroso per ogni democratico non tacere.  Per difendere l’onore della Presidenza della Repubblica e quindi della nostra democrazia.