Il centenario di Fenoglio che raccontò l’epica della vita quotidiana del partigiano

Montà d’Alba e Canale, il Roero, le Langhe, Alba, Mango, Murazzano sono una madeleine che non prende nativi e affini all’improvviso ma li possiede per radici e arredo interiore, è un profumo che aleggia, ora dolce ora aspro di nostalgia. Tutti i giorni, santi o meno che siano. Insomma, proprio – per tanti piemontesi – “Una questione privata”, come da titolo del racconto lungo resistenziale ed esistenziale di Beppe Fenoglio uscito a fine aprile del ’63 per Garzanti, a poco più di due mesi dalla morte prematura dello scrittore albese, a soli 41 anni non ancora compiuti. Cancro ai bronchi, terribile pedaggio per un fumatore accanito e avvinto dal tabacco, che scriveva, ne  “Il partigiano Johnny”: “(…) prese ad arrotolarsi una sigaretta. Da essa trasse poi strane, verdastre boccate, con un sapore involuto e medicinale. Fumava con greve ripugnanza e con un gusto invincibile”. E ancora: “Svoltò fuori del banco e venne a calare una sigaretta in mano a Johnny. Era una splendida sigaretta, corposa e morbida, con la cartina inconsutile (letteralmente: priva di cuciture, ndr) e il tabacco di un colore unito e mite”.

Beppe Fenoglio
Beppe Fenoglio

Quella di Fenoglio è una rievocazione letteraria anti-retorica e in virtù di questo ancora più ulcerante della guerra partigiana, destinata negli anni accesi del dopo Liberazione a discussioni, polemiche e, infine, a un consenso generalizzato, critico e non, a una forte corrente d’affetto da parte dei lettori, a dispetto di una storia editoriale travagliata, passando oltre le indagini critiche doverose, in particolare per “Il partigiano Johnny”, summa fenogliana incompiuta, edita da Einaudi solo nel ‘68. Lettori avvinti, commossi da quella guerra di ragazzi, di giovani uomini nel cuore della loro patria, l’Heimat di vigneti, cascine, colline, del mare immobile d’erba e coltivi ma pure disegnato da onde, continui acclivi e orizzonti fluttuanti. 

A cento anni dalla nascita, (1 marzo 1922), Beppe Fenoglio , con la sua scrittura così “anomala” e sperimentale e densa, miscelante voci dialettali, solido espressivo italiano, e, nel “Partigiano Johnny”, frasi in inglese (Fenoglio traduceva, tra gli altri, Eliot, Coleridge, Masters, Donne), chiede ri-letture, si fa di nuovo pronto a risvegliare forti ispirazioni civili come sempre ha fatto per più di una generazione. Un’ottima occasione – dalle pagine partigiane, che comprendono anche “Primavera di bellezza” e “I ventitré giorni della città di Alba”,  all’aspra storia di Langa della “Malora –  per farsi amica la voce di un italiano d’alta nobiltà morale e laico coraggio. Ormai impossibilitato a parlare dopo la tracheotomia, così Beppe lasciava appuntato per il fratello Walter, pure lui partigiano combattente, sul foglietto  di un taccuino: “Funerale civile, di ultimo grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi”. Un piemontese asciutto come pochi, che aveva visto nella Resistenza “una armata, potente  rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista”.

Beppe Fenoglio in Alta Langa, 1953 (Foto di Aldo Agnelli – Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio, Alba)
Beppe Fenoglio in Alta Langa, 1953 (Foto di Aldo Agnelli – Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio, Alba)

Tante pagine del partigiano Fenoglio riportano con prepotenza all’alternanza abissale e insieme contigua – com’è per ogni baratro, in cui salvezza e perdizione si baciano – tra il caldo solenne in cima alle rive, che sono gli scoscendimenti collinari tempestati di viti del Roero e delle Langhe, e il gelo dei ruscelli in basso. Melodie d’ombra, di appostamento, di paura, di furia per i nostri eroi civili. Fenoglio ha un canto anti-epico, poco nulla altisonante, ma semprevivo, una testimonianza di dignità, un voto giurato voltando la pagina della vita, il quaderno dove la nostra coscienza fa i compiti. Semplicemente. E tanti, tanti di quei renitenti alla barbarie, erano ragazzi come Johnny, come il Milton di “Una questione privata”. 

Voliamo da Alba verso la Langa alta di Murazzano, lontana poco meno di cinquanta chilometri, protagonista in molti snodi del “Partigiano Johnny”, riecheggianti la prima fase della milizia di Fenoglio, unitosi, dopo lo sbandamento dell’esercito regio, a un raggruppamento comunista della Brigata Garibaldi attiva tra Mombarcaro e Murazzano. Posti di bellezza selvaggia, di sentieri gessosi, erte, passaggi di costa strapazzati dal vento, boschi ricetto di lupi fino agli anni Venti del secolo scorso. E neve, tanta, da far avvicinare alle case quei predatori. Guardinghi, in una caccia diversa, semi-urbana. 

Una guerra diversa la combattevano anche i “partigia”, i rossi o gli azzurri, quelli delle Formazioni Autonome Militari, i badogliani, cui si erano in seguito aggregati Fenoglio e l’alter ego Johnny. Mitra in mano non nel gelo di Russia o nei Balcani, ma dono della vita praticamente a casa, nella terra e sotto il cielo che custodiva il loro intimo mondo. Vicini al calore d’un conforto domestico, alla memoria d’un amore, ma, allo stesso tempo bastardo, lontanissimi per dovere. Un graffio, un uncino perenne. Un sì o un no da giurare ogni ora, in una lontananza di prossimità atroce: “La nostalgia della città lo travagliava ferocemente. Ne era via da poco più di tre mesi. (…) lontano forse trenta chilometri in linea d’aria, ma in quell’assenza ed a quella distanza aveva combattuto ed ucciso, visto uccidere ma come per diretta e personale uccisione, ed aveva corso almeno tre rischi di morire ed esser sepolto lontano da essa. (…) Il senso dell’esilio era opprimente, soffocante (…). Gli sorrideva fino allo spasimo l’idea di entrarvi nottetempo, guadagnare casa sua per vicoli tenebrosi e ben noti, svegliare i suoi, soffocare in un abbraccio il loro allarme e recriminazione, cambiarsi, dire dov’era stato e dove andava, e risparire, verso le basse colline, alle prime luci”. 

Il partigiano Johnny film con Stefano Dionisi
Il partigiano Johnny film con Stefano Dionisi

E il partigiano Johnny ci tornerà ad Alba, come c’era tornato, in armi, l’Autore: il 10 ottobre del ’44 la città viene liberata e libera resterà fino alla controffensiva nazifascista del 2 novembre. Sarebbe arrivato, di lì a poco, il proclama del generale inglese Alexander, comandante delle forze alleate: le operazioni della Resistenza nell’Italia settentrionale devono cessare. È  il momento sospeso dell’attesa, ci si deve rintanare, cercare rifugio con l’idea rabbiosa di essere stati abbandonati, di non poter prendere la via di casa, vigilata da spie e “circondata dai fascisti. (…) in città come ci rientriamo? Fischiettando una canzone e con le mani in tasca? (…) E con che vestiti rientriamo in città e con che facce? Well done, General!”. Le pagine che Fenoglio dedica a quel brancolare tra notte e giorno di Johnny inerme e solo, restituiscono freddo e fame, paura e nausea. È l’altra faccia, quella livida, della guerra dopo le cronache palpitanti degli scontri, delle fughe saliscendi a perdifiato che attanagliano il lettore. Appostamenti a cuore in gola, occhi che bevono per l’ultima volta la luce del sole come i guerrieri omerici.

 “Passò una settimana di eterno vagabondaggio e di disastroso malessere. La fronte dolorante e come a osso nudo, il petto contuso, i suoi colpi di tosse detonavano da cresta a cresta (…). Tutte le ventiquattr’ore erano tiranneggiate da un freddo intensissimo e tutto ciò che potè procurarsi per una maggior protezione fu un pullover che gli venne regalato da una casa in un ritano (tipica valle delle Langhe incassata fra due colline coperte di vegetazione e attraversata da un torrente, ndr), fatto in casa con lana di capra a bande così aspre e tonde come funi da tiro (…). Dalla pianura della città saliva, sordo e puntuale, il boato dei mortai sul fiume congelato: suonava come una marcia a tamburo per un’accessione al patibolo, un gigante doveva esser decapitato. Le ore avevano un’estensione biblica”. Eccolo il minuto senso del resistere, piagato dalla solitudine, in una Langa di fango, tetra benché conosciuta, faticosa e che non dà frutti carezzevoli come le pesche di vigna e il buon vino Barbera. La dura ombra delle vallate nella Provincia Granda è quinta del teatro bellico dove si respira angoscia, sospesa o disarticolante. La stessa asperità rievocata, sotto il segno della miseria nera nel primo Novecento, da Nuto Revelli, cuneese e partigiano: “Il mondo dei vinti” è un libro-documento di struggenti, palpitanti testimonianze contadine, di lavoro da bestie, diserzioni e Stato patrigno, figlie piccole mandate a servire in casa dei ricchi, cene di polenta con polenta e ringraziare pure. Sempre ancora resistere, in una parola. Quanto sono lontane le Langhe e il Roero di oggi, con le vigne pettinate, l’attrattiva turistica del buon mangiare e bere, le cantine firmate da archistar?

Johnny combatte. Con Pierre, il comandante Lampus (nella realtà partigiana Enrico Martini “Mauri”), Ettore, il comandante Nord (Piero Balbo “Poli”, un angelo della guerra: “L’uomo era così bello quale mai misura di bellezza aveva gratificato la virilità”). Colpiscono in banda, schivano, giustiziano, sopravvivono e sarà per un’ora o per sempre. Johnny è solo in tanti frangenti, ma non costantemente. In “Una questione privata”, Milton, il ventenne protagonista stavolta non autobiografico benché ingravidato dall’esperienza combattente-umana di Fenoglio, è invece sempre solo “dentro” perché la solitudine è funzionale  a una ricerca tormentosa – dentro la Resistenza cucita al suo sentire – che inizia sulle tracce di Fulvia, ragazza “bene” e di fascinosa leggerezza, l’amore mai pienamente vissuto eppure in lui tenace, alimentato dal ricordo di serate trascorse nella villa della ragazza col benessere della musica e dei libri. È forse meno “resistenziale” un viaggio disperatamente sentimentale mentre fioccano le pallottole? In piena guerra civile Milton torna a vedere la villa, apprende che Fulvia ama Giorgio, un amico entrato a sua volta nella Resistenza e catturato dai repubblichini: si conficca in testa l’idea di liberarlo scambiandolo con una preda fascista. Ma il coraggio non sempre basta e tutto frana: “‘Arrenditi!’. Gli si ghiacciò il ventre e gli mancò netto il ginocchio sinistro ma si raccolse e scattò verso il ciglio. Già sparavano di moschetto e di mitra, a Milton pareva non di correre sulla terra, ma di pedalare sul vento delle pallottole”. Milton vive e muore (muore?) per un patto con se stesso che aggiunge all’impegno di resistere quello strepitosamente difficile di salvare Giorgio. Difendere l’onore del proprio Paese cammina insieme alla “privata” missione impossibile. Due atti d’amore senza calcoli e misura.    

Beppe Fenoglio 1961 foto Aldo Agnelli archivio Centro Studi Beppe Fenoglio
Beppe Fenoglio a Valdivilla, 1961 (Foto di Aldo Agnelli – Archivio Centro Studi Beppe Fenoglio, Alba)

“Il partigiano Johnny” e “Una questione privata” sono romanzi che escono dal romanzo e cercano, riuscendoci, di restituire quell’epica quotidiana che è – ha suggerito Gabriele Pedullà – fedeltà al presente “assoluto” della vita partigiana, dove passato e futuro sono infrazioni, lussi. Ma anche grande, avvincente letteratura di guerra, mentre le gesta, pur presenti, pesano meno ne “I piccoli maestri” di Luigi Meneghello, un altro gioiello autobiografico anti-celebrativo e anti-retorico della Resistenza. Fenoglio ha per contro il passo di  classici come “Il nudo e il morto” di Norman Mailer o  “Per chi suona la campana” di Hemingway, dove l’americano Robert Jordan, combattente con l’esercito popolare repubblicano contro i franchisti è parente stretto di Milton: arroccato su monti impervi, guerriero non domo, spesso solo coi suoi pensieri: “(…) sentiva , a dispetto di tutta la burocrazia e l’incapacità e le liti di partito, qualcosa come il sentimento che uno si aspettava di avere e che non aveva avuto quando aveva fatto la prima comunione. Era il sentimento di consacrarsi a un dovere verso gli oppressi di tutto il mondo, di cui era difficile e imbarazzante parlare, così come di un’esperienza religiosa; e tuttavia era autentico, come il sentimento che si prova ascoltando Bach (…). Uno aveva la sensazione di partecipare a qualche cosa in cui poteva credere interamente, completamente”. Robert Jordan, ferito, non può più camminare e salvarsi ritirandosi, aspetta la fine, è solo davanti al sacrificio, l’ultimo suo presente “assoluto”.

Beppe Fenoglio era stato un ragazzo forte, atletico, gran nuotatore nel Tanaro col fratello Walter. E tanta esplosione di vita guizzante, di immersione nella natura si ritrova nelle sue pagine di guerra, sia una discesa a rotta di collo, sia una corsa verso un cespuglio per cercare riparo, con la fatale Atropo accanto, la Parca sempre pronta a recidere il filo della vita, senza riguardo all’età in fiore. Calvino, riferendosi a “Una questione privata”, l’ha visto come il coronamento della ricerca “del” romanzo partigiano, “un’opera letteraria che possa dire veramente di sé: ‘io rappresento la Resistenza’”. Detto dall’autore del “Sentiero dei nidi di ragno” vale il triplo. Caro Fenoglio, da leggere e benvolere.