Attenti alla democrazia plebiscitaria della “maggioranza silenziosa”

Il “caso” Mario Draghi farà storia, non semplicemente come esempio di governo tecnocratico (non il primo nel nostro paese, né probabilmente l’ultimo), ma come esempio di democrazia plebiscitaria della maggioranza silenziosa, orchestrata dalla classe dei sindaci (con il loquace sostegno di alcuni presidenti di regione), dalle migliaia di firme di intellettuali, pubblicisti, industriali e prudenti cittadini che hanno risposto alla raccolta promossa da Italia Viva.

Sul sito di quest’ultima si parla di “maggioranza silenziosa” che in questa occasione si sveglia e parla, e vuole essere ascoltata e obbedita. Una coralità di cittadini che potrebbero essere incasellati tra quelli che vanno a votare; contrariamente ai poveracci che, invece, praticano l’astensione perché, ha spiegato Antonio Floridia nell’articolo Alle radici del non-voto (CRS, 12 maggio 2022), non credono che il loro voto abbia il potere nel migliorare la propria vita. A volte, quegli astensionisti senza potere socio-economico trovano una sponda; nell’ultimo decennio l’hanno trovata nel Movimento 5 Stelle (una compagine caotica che non ha ben servito i suoi committenti e la propria funzione).

E oggi, proprio in seguito allo strappo del leader dei pentastellati dalla maggioranza “a scopo” che sosteneva il governo Draghi (e che a detta dello stesso Mario Monti avrebbe trascurato il tema della diseguaglianza e non perseguito politiche di giustizia sociale), quei cittadini sono additati da tutta la stampa (con rare ma troppo prevedibili eccezioni) e dai media come dei reietti, oggetto di disprezzo (vi è da scommettere che c’è chi pensa – in silenzio, per ora — che il diritto di voto debba essere distribuito tra chi sa e ha interessi da proteggere, come si legge in un volume di Jason Brennan, introdotto in Italia da Sabino Cassese; la proposta di abrogare il reddito di cittadinanza che viene da Iv va in questa direzione).

La democrazia differenziata

Insomma, il “caso” Draghi mette in evidenza una democrazia differenziata, per usare l’aggettivo normalmente appiccicato al nuovo regionalismo dei secessionisti del centro-nord. Il secessionismo economico che viene detto con un eufemismo “autonomia differenziata” rivendica il diverso trattamento della parte di paese che sa e produce e non si sente più unita al resto della penisola, non vuole più redistribuire, né probabilmente crede al principio dell’unità nazionale. Ebbene, anche il “caso” della maggioranza silenziosa che si mobilita per Draghi sembra rientrare in questa logica di differenziazione tra cittadini-elettori – chi generalmente vota e soprattutto che è stato votato (sindaci e consigli comunali) si mobilita per dire che con quegli altri, gli irrazionali e, diciamolo pure, plebei!, non vogliono avere nulla a che fare.

La cittadinanza differenziata si mobilita con forme civili extra-politiche (raccolta di firme e un assembramento a Firenze) per ribadire che la sua volontà dovrebbe pesare, certo più di quella di un movimento che rappresenta nella sua cenciosità quella di chi lo ha votato (in numero ragguardevole il Sud del paese che, guarda caso, comprende le ragioni non-virtuose per distinguersi dalle quali le regioni del Nord vogliono un trattamento speciale). Il “caso” Draghi mette in luce una tendenza (per ora allo stato embrionale) alla dissoluzione dell’unità di cittadinanza il cui principio è l’inclusione di tutte e tutti, indipendentemente dal loro potere economico e dalle loro qualità (presunte e percepite). Tutti sono ammessi al suffragio, ma una parte sente di dover alzare la voce quando la rappresentanza parlamentare (trascrizione dei voti indistinti) non corrisponde al proprio volere e convenienza.

Il “caso” Draghi va ben al di là del governo Draghi, e dovrebbe farci riflettere e molto preoccupare per le sorti della democrazia su base egualitaria che dal Settecento orgogliosamente afferma il principio “una testa/un voto” senza distinzioni, specificazioni, differenziazioni. E’ ovvio che raccogliere firme come sindaci o cittadini di riguardo non cambia il principio della nostra democrazia (l’opinione non è, per fortuna, lo stesso di sovranità); ma incunea un dubbio sulle cui implicazioni dovremmo stare avvertiti: che quel principio universalistico venga sentito come non più categorico, che venga coniugato invece e sempre di più secondo la concreta condizione dei cittadini, la loro capacità, la loro saggezza. Il plebiscito della “maggioranza silenziosa” per Draghi ha un significato davvero unico e può riflettere un percorso verso forme politiche che sono perfino più radicali del tradizionale plebiscito del leader carismatico.