Il caso Braibanti, omosessualità
a processo nell’Italia anni ’60

Nel 1968 mentre nel mondo esplodeva la contestazione e si lottava per nuove libertà e nuovi diritti, in Italia Aldo Braibanti fu il primo ed unico ad essere condannato per plagio, con l’accusa assurda e del tutto infondata di aver “corrotto” un giovane.

Il reato di plagio introdotto dal fascismo col Codice Rocco fu dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale nel 1981.

Il documentario

La  sua vita e le vicende che lo coinvolsero in quel processo sono ricostruite da Carmen Giardina e Massimiliano Palmese nel documentario Il caso Braibanti.

Il film è stato premiato, giovedì scorso, al V-art, Festival Internazionale Immagine d’Autore, diretto dal regista Giovanni Coda.

Il documentario ripercorre la vita di Braibanti attraverso le testimonianze del nipote Ferruccio, insieme a Piergiorgio Bellocchio, Lou Castel, Giuseppe Loteta, Dacia Maraini, Maria Monti, Elio Pecora, Stefano Raffo, Alessandra Vanzi. Le foto messe a disposizione dalla famiglia Braibanti, i video d’arte girati dallo stesso artista, i film sperimentali di Alberto Grifi, e le scene dalla pièce teatrale di Massimiliano Palmese completano l’opera.

Chi era Aldo Braibanti?

Partigiano antifascista, poeta, scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano.

Un intellettuale completo, nella sua vita si è occupato d’arte, cinema, politica, teatro e letteratura, oltre ad essere un esperto mirmecologo (studioso delle formiche).

Nato nel piacentino, da giovane liceale scrive un volantino in cui invita studenti e cittadini a ribellarsi al fascismo, viene “perdonato” dalle autorità per il suo ottimo rendimento scolastico. Nel 1940 aderisce a Giustizia e libertà e qualche anno dopo al Partito comunista. Finisce arrestato due volte e nel 1944 viene torturato dalla banda Koch- Carità (famigerata banda di criminali fascisti).

Dopo la Liberazione, lavora in modo attivo con il Partito comunista. Nel 1947 però si dimette da ogni incarico e abbandona la politica attiva. I suoi interessi si indirizzano  sul piano culturale e su quello naturale: la sua curiosità verso il mondo delle formiche diventa uno studio approfondito.

Dà vita, nel torrione Farnese di Castell’Arquato, ad un laboratorio culturale che realizza una produzione artistica variegata, ceramiche, collages, testi poetici e teatrali, vi partecipano Renzo e Sylvano Bussotti, i fratelli Bellocchio e non ultimo anche Carmelo Bene, che lo ricordò così: «Un genio straordinario. M’insegnò con quella sua vocetta a leggere in versi, come marcare tutto, battere ogni cosa. Gli devo questo, tra l’altro. Non è poco».

Questa esperienza termina nel 1962, quando non viene più rinnovato l’affitto del torrione e quindi Braibanti decide di trasferirsi a Roma.

Nella capitale convive con il suo compagno ventiquattrenne Giovanni Sanfratello in rotta con la sua famiglia ultra conservatrice. Braibanti entra nel mondo culturale ed artistico della città scrive sceneggiature, lavora per la radio e con il giovane Piergiorgio Bellocchio lavora alla realizzazione della rivista Quaderni piacentini.

Nel 1964 Giovanni Sanfratello viene letteralmente rapito dal padre che lo rinchiude in manicomio a Verona. Il giovane per quindici mesi subirà cure molto dure, compresi numerosi elettroshock, questa era la psichiatria di allora. Fu dimesso con l’obbligo di non allontanarsi dalla casa paterna e altri incredibili impedimenti.

La denuncia e il processo

Il padre del ragazzo contemporaneamente denuncia Aldo Braibanti per plagio.

Il pubblico ministero Loiacono accoglie la denuncia e nel 1967 spedisce Braibanti a Regina Coeli. Un anno dopo, al processo, il pubblico ministero arrivò a dichiarare che: “il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio”.

Un processo “pilotato” che portò alla condanna di Braibanti a nove anni, pena che gli venne diminuita di due per la sua attività nella Resistenza, e un anno dopo, in appello sarà ridotta a due, quelli che sconterà in carcere.

Le reazioni

Fu un processo politico a un Paese che si stava aprendo a nuovi movimenti sociali, culturali e artistici si contrappose il vecchio ordine sociale per imporre i propri valori. Non bastò la mobilitazione di intellettuali come Moravia, Pasolini, Morante, Eco, Maraini ed altri o l’iniziativa del Partito radicale e di Pannella a scongiurare la condanna.

Braibanti pagò l’essere, al tempo stesso, comunista ed ex partigiano, ma anche omosessuale, in un periodo in cui l’omosessualità era giudicata indifendibile anche tra le file della sinistra, in quando “degenerazione piccolo borghese”.

Nel film si vede Aldo Braibanti, anni dopo. In un’intervista dirà: «Qualunque siano gli strumenti accusatori che si utilizzano per mettere in moto un’accusa di plagio, l’accusa è sempre fondamentalmente politica, perché riguarda essenzialmente i rapporti tra il privato e il sociale».

Aldo Braibanti è morto nel 2014.