Il “caso Austria”: chi difende
i valori fondamentali dell’Europa?

Con la formazione del governo austriaco fra il partito partito popolare austriaco (ÖVP) del neo-cancelliere Kurz e il partito della libertà austriaco (FPÖ) è tornata al potere la coalizione che aveva governato fra il 2000 e il 2002 provocando le reazioni della maggioranza dei governi dell’Unione europea per le dichiarazioni di chiara simpatia nazista del leader del FPÖ Haider.

Il programma elettorale del cancelliere Kurz e del leader del FPÖ e su cui si è fondato il successo dei due partiti ha messo l’accento sulla chiusura all’asilo e all’immigrazione con particolare riferimento alla politica di ricollocazione avviata dalla Commissione europea, sulla difesa dell’identità nazionale, su una politica fiscale favorevole alle imprese e all’aumento delle ore di lavoro, sulla riduzione della spesa pubblica in particolare per i servizi sociali gli immigrati, il rinvio sine die del divieto del fumo nei locali pubblici e i limiti alle manifestazioni popolari.

Ha fatto scalpore e non solo in Italia l’annuncio della concessione a partire dal 2018 della cittadinanza austriaca ai cittadini che sono italiani ormai da cento anni, che risiedono in Alto Adige e che ne faranno richiesta alle autorità austriache con un’applicazione – ex ante di un secolo – dello ius sanguinis. Ci troveremmo nella stessa situazione se la Germania concedesse la nazionalità tedesca ai Suddeti che vivono in Polonia, o se l’Ungheria concedesse la nazionalità ai magiari in Slovacchia, Slovenia, Romania, Croazia e Ucraina o se l’Italia concedesse la nazionalità italiana agli istriani e così via in un ritorno ai confini demografici che risalgono in buona parte alla fine della prima Guerra Mondiale o che sono il frutto degli accordi di Pace che hanno fatto seguito alla Seconda Guerra Mondiale.

Il governo di destra-estrema destra in Austria si appresta a ad allearsi con gli altri governi di destra-estrema destra in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria in una inedita versione del vecchio impero austro-ungarico e con il beneplacito del PPE a cui appartengono i partiti al potere in Austria, Ungheria e Bulgaria, dell’ALDE a cui appartiene il partito al potere in Repubblica Ceca e dell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei (il Gruppo di Theresa May) a cui appartiene il partito al potere in Polonia.

Le violazioni dei principi fondamentali dello “stato di diritto” in questi paesi sono ormai all’ordine del giorno e a questi partiti si richiamano l’AFD in Germania, il Fronte Nazionale in Francia, il PVV di Wilders nei Paesi Bassi, la Lega ex-Nord di Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni in Italia, Alba Dorata in Grecia…
La macchia razzista si estende nell’Unione e, laddove non conquista il potere, attira crescenti consensi di chi subisce le conseguenze di politiche sbagliate e di chi si fa conquistare dalla disinformazione (“do social media threaten democracy?” ha scritto l’Economist) e spinge i partiti politici moderati a seguirne l’esempio nell’illusione di riconquistare gli elettori perduti.

L’Unione europea non dispone (ancora) degli strumenti giuridici e giurisdizionali per salvare “lo stato di diritto” perché lo strumento delle sanzioni contro uno Stato che viola i valori fondamentali su cui si fonda la convivenza fra i paesi membri è di fatto inapplicabile: inventato da Spinelli nel suo progetto di costituzione europea nel 1984 con l’idea di affidare alla Corte di Lussemburgo il potere di congelare l’appartenenza di uno Stato – inadempiente nella protezione dei diritti fondamentali – alla Federazione, i governi nazionali hanno preferito affidare a se stessi (e all’unanimità) il compito di valutare se uno dei loro colleghi si fosse macchiato di lesione dei valori fondamentali. Cosicché Orban non darà mai il suo accordo contro Kaczinski, Kurz mai contro Borisov, Fico (pur appartenente alla famiglia socialista) mai contro Babis…

Di fronte a quest’impasse, alcune organizzazioni della società civile, stimolate dal Movimento europeo in Italia nel quadro della coalizione “cambiamo rotta all’Europa” hanno deciso di lanciare un appello nella “rete” ai cittadini europei chiedendo loro di usare l’arma democratica e pacifica dell’iniziativa popolare (art. 11.4 del Trattato sull’Unione Europea) per chiedere all’Unione di legiferare in quattro settori fondamentali:
– La valutazione del rispetto dei principi di non-discriminazione davanti alla legge e davanti ai giudici (imparziali) nel quadro del Titolo sullo “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” (la base giuridica è l’art. 70 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)
– L’estensione del ruolo della Corte di Giustizia ai casi individuali o collettivi di diritti fondamentali (quello che in Spagna si chiama recurso de amparo e in Germania Verfassunsbeschwerde)
– Il rafforzamento del ruolo e del potere di intervento dell’Agenzia dei diritti fondamentali che ha sede a Vienna
– L’europeizzazione della Carta dei diritti e dei doveri in Internet preparata da Stefano Rodotà per la Camera dei Deputati.

La raccolta delle firme sarà lanciata al più tardi nella primavera del 2018 in almeno sette paesi europei con l’obiettivo di raggiungere un milione di firme e depositarle sui tavoli della Commissione europea e del PE entro la fine del 2018.

Empower, si dice in inglese per significare l’assunzione della responsabilità del proprio futuro da parte dei cittadini. Cominciamo dallo stato di diritto!