Il campo progressista
da reinventare e costruire
nell’incontro tra Pd e M5s

A partire dalle dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del Partito Democratico, è ritornato un po’ di interesse per la discussione sul come riorganizzare il campo progressista nello scenario italiano.

La scelta di Enrico Letta come segretario del maggior partito del centrosinistra non sembra aver prodotto l’archiviazione della linea di incontro con il Movimento 5 Stelle e con la sinistra rappresentata da Liberi e Uguali: anzi, il nuovo segretario dà l’impressione di essere molto convinto di questa direzione. La minore asprezza della polemica, rispetto ai mesi passati, sembra quasi confermare una consuetudine ormai atavica per lo scenario politico italiano, quella per il tentativo di spostare l’assetto verso sinistra richieda una sorta di garanzia da parte di un politico di origine democristiana.

La più grande domanda che è aperta è se la strutturazione del campo progressista regga, così com’è oggi, oppure – anche in virtù di un presumibile ingresso del M5S guidato da Giuseppe Conte tra le famiglie del centrosinistra, a pieno titolo – abbia urgentemente bisogno di reinventarsi. Chi scrive ritiene valida questa seconda ipotesi.

Sinistra terra di conquista

Da quasi un quindicennio ormai lo scenario politico italiano è contraddistinto da un profondo disequilibrio: a fronte di una destra agguerrita e un marcato affollamento al centro, il campo della sinistra è instabile e disorganizzato, cosa che l’ha reso facile terra di conquista per fenomeni come il M5S e l’avventurismo di Matteo Renzi.

Non c’è da stupirsi che un quadro politico così configurato, nell’epoca in cui sono esplose le più rilevanti contraddizioni del nostro modello di sviluppo dalla fine della II Guerra mondiale, dalla grande crisi economica del 2008 alla pandemia odierna, non fosse in grado di dare stabilità a un Paese complesso come il nostro.

Il maggior partito del centrosinistra, in particolare, sembra aver introiettato tutta l’instabilità e la frammentazione che contraddistinguono l’Italia: la storia recente è soprattutto l’ennesima manifestazione delle tare costitutive di questo soggetto, all’analisi delle quali Antonio Floridia qualche anno fa ha dedicato un intero libro.

I difetti strutturali e lo sfrenato correntismo

Ora questi difetti strutturali sono sotto gli occhi di tutti, e lo sfrenato correntismo è solo uno di questi; il problema più grave resta l’assenza di un’identità politica chiara.

Dentro il PD, a ogni livello, convivono più partiti, non solo nazionali ma anche legati a dominus territoriali, la cui differenza di cultura politica e di linea si esprime con una ferocia che non può non mettere in discussione l’intera organizzazione. Il principale collante, come emerge ormai dalle parole di molti dirigenti, sembra essere la responsabilità istituzionale, nei casi più virtuosi, e la semplice conservazione del potere, in quelli deteriori. Questa breve analisi sembra essere ormai ampiamente condivisa; ed è difficile immaginare di poter risolvere il problema all’interno dello stesso soggetto in cui si è creato.

Ricostruire una identità chiara

La necessità più urgente per il campo progressista non è neanche quella di creare unità: bisogna urgentemente ricostruire un’identità chiara e condivisa e, su quella base, edificare una soggettività politica saldamente ancorata al mondo del lavoro e che sia in grado anche di operare la conflittualità necessaria a rappresentarlo. Su rapporto capitale/lavoro, divario Nord/Sud, welfare e ruolo dello Stato nella definizione delle priorità strategiche qualcosa già è stato fatto negli ultimi anni, soprattutto dalla nascita della coalizione del secondo governo Conte, ma non è ancora sufficiente; è difficile andare oltre senza prendere il toro per le corna e affrontare le contraddizioni di fondo. A questo proposito, è un brutto segnale che il nuovo segretario del maggior partito del centrosinistra, nelle sue prime interviste, non abbia dedicato neanche una frase agli scioperi dei riders e della filiera di Amazon, eventi significativi di una nuova lotta per migliori condizioni di lavoro.

No alle derive neoconservatrici

Il nodo della forma-partito, peraltro, non è un dato ininfluente: il modo in cui un’organizzazione è strutturata ha un effetto determinante sui comportamenti dei suoi membri e sull’azione di cui il soggetto nel suo complesso sarà capace. Un partito di sinistra richiede una forma adeguata, non una qualsiasi. C’è da ricostruire una cultura politica ed è difficile pensare di farlo senza una discussione articolata e una ristrutturazione dalle fondamenta, che metta in discussione tutto l’esistente, bruci i ponti con le derive neoconservatrici e rinnovi profondamente il campo.