Il balbettio dell’Europa allontana la soluzione della guerra Russia-Ucraina

Sul pezzo di terza Guerra Mondiale che chiamiamo conflitto Russia-Ucraina o invasione dell’Ucraina da parte della federazione Russa, tante analisi si sono spremute e però tale è la nebbia delle disinformazioni di Stato o dell’informazione “massaggiata” o forse così complesso è lo scenario, che perfino professionali osservatori hanno preso significativi sfondoni. Sul campo militare poi, le smentite di tante previsioni sono arrivate con cadenza regolare, dal debutto imprevedibilmente sgangherato della marcia su Kiev all’ipotesi di una guerra di logoramento, attualmente messa in severa discussione dai recuperi territoriali dell’esercito ucraino. Sembra di assistere a un festival del senno di poi, con interpreti di assoluto rilievo.

La posizione pessimista di Scaroni

Paolo Scaroni, presidente del Milan (di Government.ru, da Wikipedia)

Uno è Paolo Scaroni, già amministratore di Enel e Eni, un corsaro dei sette mari che si fregia dell’Ordine dell’Amicizia, onorificenza russa risalente al 2012, due anni prima della ruzzola iniziata con l’annessione della Crimea e i combattimenti tra secessionisti e ucraini nel Donbass, strategico Eldorado per ricchezze minerarie colossali. E però discesa agli inferi già innescata dal dilagare Nato clintoniano, censurato da fior di diplomatici e studiosi made in Usa, per non citare il presidente Bush senior, che metteva in guardia dai rischi del “nazionalismo suicida ucraino”. Allora, Scaroni, intervistato dal Foglio sull’inverno del nostro scontento energetico, raffredda qualsiasi ottimismo nonostante il buon livello delle riserve di gas, perché lo scenario d’inflazione e prezzi sbrigliati lascia presagire sfracelli. Ancora previsioni, ci si augura erronee come tante altre. Dice l’attuale presidente del Milan: “La colpa è di chi non è riuscito a capire con anticipo quello che inevitabilmente sarebbe successo. Sto criticando chi, avendo fatto le sanzioni non si è preoccupato di prevenire conseguenze prevedibilissime”. Scaroni non è contro le sanzioni in assoluto, mette in discussione un’adesione cieca dell’Europa ai provvedimenti restrittivi, ritmati a ondate sanzionatorie.

Ungheria a parte, dibattiti sul tema ce ne sono stati, non forse fino al punto di focalizzare un nodo centrale: conveniva (giusto nel senso di convenienza economica) al nostro Continente un decoupling, una separazione così secca dalla Federazione Russa, che ci ha messo in pasto alle speculazioni più varie nel settore energetico? C’erano altre strade? Non era possibile alzare la soglia d’allarme in presenza di una finanziarizzazione speculativa dell’economia e conseguente volatilità? Il debito globale, secondo l’Istituto della Finanza Internazionale (un osservatorio partecipato dalle più grandi banche commerciali e di investimento del mondo, insieme a compagnie di assicurazione e aziende del risparmio gestito), ammonta a 300 mila miliardi di dollari, il 360% del Pil mondiale. Ciò che significa anche crescita della valutazione degli attivi finanziari e immobiliari a discapito degli investimenti produttivi. E come aumentano, tra l’altro, gli attivi finanziari? Con la speculazione.

L’Europa sta balbettando appena ora un po’ di strategia unitaria sui costi esplosivi (socialmente, produttivamente) delle materie prime energetiche, che non hanno un riscontro pieno nella scarsità delle materie stesse. Siamo andati, con le sanzioni, a rimorchio di una versione ulteriormente espansiva dell’Alleanza Atlantica? E la Russia, a conflitto maturo, avrebbe continuato, in assenza di sanzioni, a rispettare i contratti di fornitura? La risposta alla prima domanda è un netto “sì”, l’Europa si era già accodata – deludendo definitivamente tanti paesi “non allineati” – coi bombardamenti Nato sulla Serbia, che avevano servito su un piatto d’argento il Kosovo agli albanesi, per diversi analisti civili e militari una sottrazione illegale di territorio a uno Stato sovrano. Sovrapposizione definitiva tra Nato e vecchio continente.

Troppe dichiarazioni schizofreniche

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (foto di President.gov.ua, da Wikipedia)

Sul crinale del conflitto in Ucraina viaggiano in questi giorni dichiarazioni abbastanza schizofreniche, il segretario di Stato americano Antony Blinken sostiene che gli Stati Uniti e il presidente Zelensky affermano da tempo come la guerra possa “essere risolta solo attraverso la diplomazia”. Davanti ai deliri crescenti di un Putin e della sua cleptocrazia chiaramente in difficoltà, sembrerebbe una mano tesa, se Zelensky non avesse appena ratificato la decisione del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale di fine settembre, “decretando” l’impossibilità di negoziare con Putin e la necessità di rafforzare la capacità di difesa dell’Ucraina. Una sortita schiettamente anti-politica e assurda, si sono storicamente mantenuti aperti canali diplomatici in condizioni ben peggiori. Dmitri Peskov ha risposto di conseguenza: “Raggiungere la pace in Ucraina è impossibile senza soddisfare le richieste della Russia”. Si stanno creando le condizioni, tra minacce russe sull’utilizzo di ordigni nucleari e un Parlamento europeo che vota a stragrande maggioranza la richiesta di preparare una risposta in caso di attacco russo, di un’escalation sul teatro continentale.

L’incontro del 15 giugno 2021 alla Casa Bianca tra il presidente Usa Joe Biden e il presidente russo Vladimir Putin (Official White House Photo by Adam Schultz da Wikipedia)

La Nato espansiva s’incarna attualmente nel Pacifico, area di confronto con la Cina, si legge di tensioni crescenti, si sa di consolidamento dei sistemi d’arma da parte cinese e americana, il cielo di Taiwan è affollato. Cose da ineluttabile “scontro di civiltà”. Bene, cioè male. Ma in quello sterminato pezzo di mondo che affaccia sull’oceano più vasto ci sono Paesi che pur stringendo patti di sicurezza con la superpotenza americana, come l’Aukus (Australia, Usa e Regno Unito), si sono sempre guardati bene dal disseccare i canali di dialogo, economici e diplomatici con la Cina. Australia, appunto, e Nuova Zelanda. Ragioni di contesto geografico, ragioni storiche, uno sguardo lungo che inducono a percorsi strategici in cui l’interesse nazionale è premiato, senza andare a scapito di alleanze e oggettive affinità politiche. La “favola” potrebbe parlare di noi, dell’Europa, sempre che non sia ormai troppo tardi.