Omosessualità, ’68, Pci… Amelio racconta un’epoca ma l’Unità era più avanti

“Un critico dev’essere all’altezza del film che guarda”.

L’ha detto ieri Gianni Amelio, all’interno di una polemica con Fabio Ferzetti (critico dell’Espresso, già del Messaggero) legata a un giudizio negativo su Hammamet, quindi di qualche anno fa. Una polemica sulla quale, lo dico come premessa, non mi pronuncerò perché sono amico di entrambi – di Amelio e di Ferzetti – e ne parlerò, semmai, con loro. A quattr’occhi.

Ma per parlare del nuovo film di Amelio, Il signore delle formiche, e per essere all’altezza della frase di Amelio – del film, chissà: mica facile – mi sento obbligato a scrivere un pezzo in prima persona. Perché il cinema di Amelio, come tenterò di spiegare, è sempre in prima persona. E perché nel film c’è una sotto-trama che impone di parlare dell’Unità, il giornale su cui ho scritto per 40 anni, quindi di tanti di noi che scrivono e leggono Strisciarossa, quindi di me. Una cosa che sull’Unità non avrei mai fatto, perché una delle prime cose che mi insegnarono all’Unità è che l’Io non esiste. Ma tante cose sono cambiate. Anche questa.

“Il signore delle formiche” e la sotto-trama che riguarda il giornale

L’editoriale del direttore de l’Unità il 13 luglio 1968 sul processo Braibanti

Partiamo dai fatti, in modo molto sintetico. Il signore delle formiche prende spunto “liberamente” (come da titoli di testa) dalla storia di Aldo Braibanti. Era, Braibanti, un intellettuale, un poeta, un drammaturgo poco rappresentato, un ex partigiano, un ex dirigente della Gioventù Comunista in Toscana. Fu tra gli organizzatori del primo Festival Mondiale della Gioventù nel ’47 (aveva 25 anni). Dopo aver lavorato “sul campo”, si direbbe oggi, come insegnante e organizzatore culturale in Emilia, negli anni ’60 si trasferisce a Roma dove lo raggiunge Giovanni Sanfratello, suo allievo e suo compagno. Sanfratello – sempre bene ribadirlo – è maggiorenne, ma viene da una famiglia fascista che nel ’64 lo fa prelevare dalla pensione romana dove vive con Braibanti e lo fa rinchiudere in manicomio, dove viene “curato” a botte di elettroshock. Braibanti viene arrestato. Poiché in Italia non esiste il reato di omosessualità (Mussolini non aveva voluto inserirlo nel codice Rocco perché, per i fascisti, gli “invertiti” in Italia non esistevano) viene processato per “plagio”. Nel ’68 viene condannato a 9 anni. L’accusa ne chiede 14! Alla fine ne sconta solo due, per i meriti di ex partigiano.

Questa la storia. Nel film, a parte quello di Braibanti, tutti i nomi sono cambiati anche per evitare grane legali. Ma soprattutto perché Amelio si ispira alla storia vera per raccontare una sua storia, legittimamente ricreata. In questa trama – dove il ragazzo, ora chiamato Ettore Tagliaferri, è assolutamente co-protagonista, e vera vittima – entra a un certo punto il personaggio di Marcello Scribani, cronista dell’Unità (nome anch’esso di fantasia). Un direttore che nella finzione non ha un nome gli affida il caso. Scribani è un cronista di nera: “Io faccio gli scippi, che c’entro con questa storia?”. Ma seguendo le udienze del processo, si appassiona. Incontra due volte Braibanti in carcere. La prima volta, Braibanti lo tratta in malo modo e Scribani quasi lo sgrida: “Perché non ti difendi? Guarda che facendo così rischi grosso”. La seconda volta, lo ringrazia per gli articoli e per il sostegno. Nel film il rapporto di Scribani con l’Unità si rompe quando il direttore non gli pubblica un ultimo articolo dicendogli che ha scritto lui un editoriale. “Posso immaginarmelo”, è l’acida frase del cronista. E il direttore gli dice che può accomodarsi, nessuno lo trattiene. Non sentiamo la parola “licenziato”, ma la rottura è forte.

Gianni Amelio

Una dolorosa storia d’amore sullo sfondo di una guerra

Sarà bene dire che Scribani appare in realtà già prima, all’inizio del film: vede da lontano Braibanti a una festa dell’Unità, e lo riconosce. Dietro di loro, su uno schermo, si vede il volto meraviglioso di Tatjana Samojlova in Quando volano le cicogne di Michail Kalatozov, capolavoro del cinema sovietico del Disgelo, Palma d’oro a Cannes nel ‘58. È una sequenza emozionante perché da il senso di un’epoca. Braibanti che recita poesie, Scribani che lo osserva, il cinema sullo sfondo – e l’immagine di un film che racconta una dolorosa storia d’amore sullo sfondo della guerra. E in fondo anche Scribani si ritrova a essere testimone di una dolorosa storia d’amore sullo sfondo di una guerra, perché nella seconda metà degli anni ’60 in Italia, a pensarci bene, c’è una guerra: tra uno Stato bigotto e in buona misura post-fascista e una generazione di giovani che rivendica nuove libertà. Anche quella di amare chi si vuole.

Quella forzatura ingenerosa verso Maurizio Ferrara

Torniamo all’Unità. Amelio crea un direttore di fantasia. Nell’arco del caso Braibanti si alternano alla direzione del giornale Mario Alicata (fino al dicembre del ’66) e Maurizio Ferrara. Dire che quel direttore “è” Ferrara, e rimbrottare Amelio sul fatto che “Ferrara non era così”, è fuorviante. Invece è oggettivo che il film forza la mano sulla rottura fra Scribani e il direttore senza nome. Nessuno fu cacciato dal giornale in quel caso. L’Unità fu inizialmente titubante sul caso Braibanti, poi si schierò, anche sull’onda di prese di posizione da parte di numerosi intellettuali (Pasolini in primis, ma anche un giovanissimo Marco Bellocchio che di questo film è co-produttore) non tutti comunisti. L’unico politico che ci mise la faccia fu Marco Pannella, ed è per questo che Amelio mette nel film, in un’inquadratura enigmatica (ma neanche tanto) la faccia di Emma Bonino, che nel ’68 aveva vent’anni ma che vediamo com’è oggi. L’editoriale al quale sembra alludere il direttore senza nome nella scena già citata dovrebbe essere quello scritto da Maurizio Ferrara il 13 luglio 1968: intitolato “Processo aberrante”, fu un articolo forte e schierato dalla parte giusta. È legittimo dire che l’Unità arrivò tardi, però arrivò.

Pier Paolo Pasolini

Ma a questo punto occorre dire chiaramente una cosa. Da ciò che si è scritto finora, potreste pensare che Il signore delle formiche racconta la storia di come l’Unità si occupò del caso Braibanti. Ebbene, non è così. Il cronista è un personaggio importante, ma non è il protagonista. I protagonisti sono Braibanti e il ragazzo, e il film racconta la loro storia, il loro amore, e il modo in cui la società e il “comune sentire” li distruggono. E qui bisogna cominciare a parlare in prima persona.

Il conservatorismo moralista del Pci

Non sono stato minimamente disturbato dal modo in cui l’Unità viene rappresentata nel film. E respingo al mittente qualsiasi possibile accusa di scarso affetto per il giornale sul quale ho scritto per 40 anni. Io all’Unità, si può dire, sono nato, perché prima di me ci ha lavorato per decenni mio padre, non da giornalista: la redazione di Milano è stata il mio asilo nido, dove i miei genitori ogni tanto mi “parcheggiavano”; quando sono entrato, ho cominciato a lavorare con giornalisti che conoscevo fin da quando ero bambino (qualche nome? Ennio Elena, Ibio Paolucci, Bruno Enriotti, Romano Bonifacci, Sergio Banali… e tanti altri che, perdonate, ora dimentico). Ovviamente, per motivi anagrafici, nel ’68 non c’ero. Sono entrato al giornale esattamente dieci anni dopo. Amici e compagni un po’ più grandi, entrati all’inizio degli anni ’70, mi giurano che nel giornale non c’erano segni tangibili di omofobia. Non lo metto in dubbio. Ma che il PCI fosse un partito popolare e spesso moralmente conservatore, lo sappiamo benissimo (nessuno ha dimenticato l’espulsione di Pasolini, spero). Personalmente non apprezzo, nel film, solo la scena che ho citato, nella quale Scribani viene sostanzialmente cacciato dal direttore senza nome. Ma, ripeto, Il signore delle formiche non è un film sull’Unità nel ’68. È un film sull’Italia del ’68, e soprattutto sull’Italia di oggi. E ora bisogna provare a spiegare che tipo di film, che tipo di cinema fa, Amelio, per parlare di questo.

Il destino del cinema di Amelio è quello di essere  frainteso

È arrivato il momento di dirlo (ci ho provato già con Hammamet, ci riprovo): trovo incredibile quanto sia frainteso il cinema di Gianni Amelio nella vulgata critica. Amelio ha fatto film sul terrorismo (Colpire al cuore), sull’emigrazione albanese (Lamerica), sull’immigrazione interna in Italia (Così ridevano), sulla pena di morte ai tempi del fascismo (Porte aperte), sulla fine della civiltà industriale (La stella che non c’è), sulla disoccupazione (L’intrepido), su Craxi (Hammamet) e ora su Braibanti. E puntualmente tutti, o quasi tutti, li prendono come dei documentari e hanno da ridire sulle libertà che il regista si prende rispetto alla “cronaca”. Sembra veramente la parabola del dito e della luna: quelle libertà sono il cinema di Gianni Amelio, perché Amelio prende delle storie reali, o calate nella realtà, per comporre degli apologhi, delle fiabe, delle parabole, chiamatele come vi pare – comunque delle storie non realistiche. Amelio parla sempre di una cosa: dei distacchi familiari, dei traumi imposti a creature fragili, spesso bambini, ancora più spesso adolescenti o giovani. Parla, insomma, di sé: non è un mistero per nessuno – l’ha raccontato lui – che suo padre ha lasciato la famiglia, poverissima, per emigrare, ed è ricomparso solo dopo anni. I film di Amelio sono tutti sulla ricerca, sull’individuazione della figura paterna. Sono tutti dolorosamente autobiografici. Poi, siccome un regista è un artista (quando è bravo…), l’autobiografia diventa biografia del suo paese, del suo mondo. Pensate a Fellini! I dolori familiari di un artista sanno diventare i problemi irrisolti di una società, la difficoltà per tanti giovani di individuare un proprio ruolo, il difficile mestiere di crescere…

Marco Pannella (Di Jollyroger – https://commons.wikimedia.org)

Ma il vero protagonista non è Braibanti

C’è sempre, in ogni film, un personaggio nel quale Amelio si rappresenta. Secondo me, in Il signore delle formiche ce ne sono due. Il primo – sorpresa! – non è Braibanti, ma è Ettore, il ragazzo. Che è coetaneo di Amelio – anche il regista arriva a Roma nel ’65, a vent’anni, per lavorare nel cinema – e che come lui scopre, all’impatto con la capitale, una doppia realtà, una doppia morale. La prima è che, in certi circoli per lo più artistici e intellettuali, si può vivere l’omosessualità in modo aperto, quasi ostentato (la bellissima scena della festa). La seconda è che, al di fuori di quei circoli, bisogna nascondersi, stare sommersi, non farsi riconoscere. “Se sei omosessuale, o ti curi o ti spari”: la frase è stata detta ad Amelio numerose volte, ai tempi, e nel film la dice a Scribani un personaggio di contorno, un militante del PCI venuto guarda caso da Catanzaro, la stessa Calabria di Amelio. Ettore è un personaggio tragico: è lui a subire la vera violenza, gli elettroshock, le beffe al processo, il ritorno in quella famiglia allucinante, il famoso divieto (reale) di leggere libri “che abbiano meno di 100 anni”. Questa è l’Italia del ’68. Certo, c’era la contestazione – e lo stesso personaggio calabrese grida a un certo punto ai ragazzi che sostengono Braibanti fuori dal “palazzaccio” romano: “Si manifesta per il Vietnam, non per gli invertiti”. E dopo il ’68 molte cose sarebbero cambiate, anche dentro l’Unità. Ma quante cose sono rimaste uguali? Se ancora oggi dobbiamo sentire esponenti politici che parlano di “devianze”, ben venga Il signore delle formiche per alzare il livello del dibattito.

L’altro personaggio nel quale Amelio “si nasconde”, mi sono fatto questa idea, è Scribani. Per come finisce la sua storia dentro la storia del film – ma sarebbe uno spoiler troppo grosso, valutate voi quando lo vedrete. Si tratta comunque di un giovane, un po’ più grande di Ettore, che sentendosi sinceramente di sinistra combatte all’interno di una sinistra molto “strutturata” – la “grande chiesa” del PCI – per far passare idee nuove, istanze nuove. Chissà quante volte Amelio, che è un uomo di sinistra (potrei giurarvelo!), si è sentito così, nei lunghi anni prima di raccontare al mondo le proprie scelte di vita e di amore.