I vaccini da soli non bastano
Per salvare la scuola
serve un nuovo patto sociale

Se si entra nell’aula di una scuola in tempo pandemico durante una lezione in presenza si possono vedere oltre venti studenti con la mascherina, bloccati in banchi separati l’uno dall’altro qualche decina di centimetri, visto che la distanza interpersonale di almeno un metro, raccomandata dalle norme anti-Covid, viene calcolata da bocca a bocca e non fra i banchi a causa della mancanza di spazio. Il docente è fermo alla cattedra e difficilmente riesce a far sentire quello che dice se non si è dotato, a sue spese, di un microfono, mentre gli studenti sono costretti a urlare o a ripetere più di una volta le loro domande e considerazioni. Le finestre dell’aula restano aperte sempre, anche in inverno, come pure la porta.

Troppi ritardi da recuperare

È a partire da questa realtà che vanno giudicate le parole ministeriali e governative in merito alla ripresa dell’anno scolastico in presenza, che sarebbe resa possibile dalla totale vaccinazione dei docenti e forse degli studenti. Si tratta di una considerazione miracolistica del vaccino, che tenta di nascondere, più o meno in buona fede, deficienze storiche del sistema dell’istruzione italiano rinviate o raramente affrontate, di certo mai risolte e ora peggiorate dopo quasi due anni di pandemia, in cui i problemi sono stati – e continuano ad essere – fronteggiati alla giornata o quasi.

Nella realtà la situazione delle scuole e quella dei trasporti, che dalla prima è inseparabile, sono le medesime dello scorso anno, quindi inadeguate a garantire le lezioni in presenza in modo davvero sicuro e dignitoso per studenti e docenti. E così sarà anche se si dovessero vaccinare tutti gli studenti, oltreché i docenti, perché il vaccino, per quanto fondamentale, non può nulla rispetto alla mancanza, denunciata da tempo, di spazi necessari sia sui mezzi di trasporto sia nelle aule.

Da troppi anni studenti e lavoratori viaggiano stipati nelle ore di punta su mezzi di trasporto spesso vecchi e quasi sempre sporchi, da troppi anni la maggior parte delle aule accolgono un numero di studenti eccessivo rispetto alla loro capienza, a dimostrazione della considerazione quasi nulla, al di là delle circostanze pandemiche, in cui è tenuta in questo paese la scuola e più in generale la fascia di popolazione costretta a fruire dei mezzi pubblici locali.

La riforma Berlinguer affossata

Il fatto che da più parti politiche si dichiari pubblicamente ad ogni occasione l’importanza della scuola, e che oltretutto si sia scialacquato denaro pubblico in patetici corsi estivi, finalizzati a favorire la socializzazione degli studenti, quando non si è in grado di risolvere neppure i problemi più urgenti per il ritorno a lezione degli alunni a settembre, la dice lunga sullo stato dell’istruzione in Italia. Tutto ciò non stupisce se si pensa che l’ultimo ministro ad avere affrontato sul serio, cioè in modo complessivo, il nodo dell’istruzione è stato Luigi Berlinguer all’epoca del primo governo Prodi.

L’affossamento della sua riforma, dettato dallo spirito corporativo e conservatore di molti docenti, tanto di destra quanto di sinistra, e successivamente dalla cosiddetta discontinuità voluta dal ministro Letizia Moratti, ha segnato un pesante punto di non ritorno.

Negli ultimi venti anni, infatti, la scuola italiana è andata avanti quasi per inerzia e così, a quanto pare, continuerà a procedere chissà per quanto ancora, afflitta soprattutto da un’insensata burocrazia, dall’invadenza indebita delle famiglie, dalla presenza di troppi docenti che difendono lo status quo, critici verso chi parla della loro necessaria e ciclica valutazione che consentirebbe finalmente di superare un umiliante livellamento professionale ed economico, da non pochi dirigenti scolastici, infine, che si comportano da ‘capetti’ permalosi, di tutto preoccupati fuorché della didattica.

Superare il corporativismo

Va da sé che nella scuola c’è anche chi lavora, nonostante tutto, in modo professionale, e lo fa per etica e per passione, per l’energia che regala lo stare a contatto nel bene e nel male con i giovani, per la soddisfazione di vederli crescere intellettualmente e sentimentalmente, forse per non lasciarsi vivere, e non certo perché la sua professione sia riconosciuta in qualche modo. Insomma si tratta di scelte personali, di modi di essere: soltanto su questi si regge l’unica buona scuola che questo paese conosca e così sarà anche nel nuovo anno scolastico, che si annuncia ancora una volta assurdamente difficile, vista la scelta politica di lasciare nei fatti le cose come stanno, al di là della chiacchiera propagandistica sulle lezioni in presenza.

C’è soltanto da augurarsi che la gravità della situazione porti con sé, come talvolta accade nelle traversie, l’opportunità per le forze sane della scuola di organizzarsi in tutta Italia al fine di pretendere un nuovo patto sociale e politico che rinnovi radicalmente il sistema dell’istruzione e la professione docente, al di là delle sterili difese corporative e dei timori legati al consenso.