I figli degli stupri in Bosnia rivendicano diritti e dignità

Ajna Jusić è figlia di uno stupro. Sua madre, bosniaca, negli anni ’90 fu vittima dell’ennesima guerra in cui la violenza contro le donne viene adoperata come arma di distruzione. In Bosnia, 30.000 o 50.000 donne – ma forse di più, chi può dirlo? – furono stuprate, perché bisognava fare pulizia etnica, umiliare, annientare.

Storia di Ajna, la psicologa che lotta contro burocrazia e pregiudizi

La madre di Ajna, nonostante tutto, portò avanti la gravidanza e crebbe la figlia nell’amore. Oggi quei bambini “invisibili” hanno circa 30 anni, per tutti sono Zaboravljena Djeca Rata, i figli della guerra, testimoni dell’abuso perpetrato non solo dai nemici, ma spesso anche dagli operatori umanitari.

Una ferita tenuta aperta anche dalla burocrazia, che non li riconosce come vittime di guerra, per ogni documento richiede il nome del padre e, se si è ad esempio studenti universitari, si rischia di vedersi precludere una borsa di studio o un altro servizio.

C’è poi la società, che li stigmatizza, li discrimina, per loro è davvero pesante il fardello da portare sulle spalle, una colpa per un sopruso subito, reiterata e mai cancellata.

Ajna ha scoperto questa sua condizione da adolescente, un colpo al cuore con cui fare i conti suo malgrado. Insieme ad altre donne come lei, una volta grande, ha preso la strada dell’impegno e dell’attivismo. Difendono la dignità delle loro madri, con una grande forza e un grande coraggio, perché due volte abbandonate, dai padri e dallo Stato. Sulla loro pelle è marchiato lo stigma dello stupro, nelle vene scorre sangue nemico, vittime di una società patriarcale, che ha discriminato le madri, invece dei padri.

Ajna è una psicologa, la strada era praticamente segnata. Consapevole dell’enorme lavoro da fare per superare un trauma multiplo, il confronto con altri figli della guerra ha significato la condivisione di un dolore, la terapia che salva, l’avvio di un processo di democratizzazione.

Il ruolo della Casa delle donne di Sarajevo

L’assedio di Sarajevo (foto di Mikhail Evstafiev)

La sua storia l’ha raccontata a un gruppo di volontarie italiane di Carovane migranti. Le ha incontrate giorni fa nella Casa delle donne di Sarajevo, dove ha spiegato di essersi formata all’interno dell’associazione bosniaca Cure, una rete di donne di tutte le ex repubbliche, nata già prima del conflitto. “Il femminismo non ha fatto guerre, il patriarcato sì”, ha detto. Ajna, che ha poi fondato la Forgotten children association, di cui è la presidente. Attraverso l’attivismo, la ricerca, l’arte, intendono promuovere il riconoscimento legale e sociale dei bambini nati dalla guerra, e soprattutto prevenire l’uso dello stupro come arma bellica.

Sua madre, quando lei nacque, aveva solo 22 anni. Le donne vittime di violenza che partorivano negli ospedali, non rivelavano ciò che avevano subito. Dal 2006 si è iniziato a parlare dei diritti di questi bambini, anche se sono in tutto una cinquantina quelli che si conoscono tra di loro. Nel frattempo, i violentatori sono a piede libero, senza processo, i 143 criminali individuati hanno scontato al massimo 5 anni di carcere, mentre sulle donne pesa ancora lo stigma, lo stesso che pesa sui figli a scuola, nel lavoro, ai concorsi, ovunque, perché non sono equiparati agli orfani di guerra.

Ajna fa tanto in questa direzione; ha creato contatti con donne vittime di stupro dell’Uganda, del Ruanda, dei lager libici. Ammette di essere provata dal ripetere la propria storia, le costa fatica, significa riaprire ogni volta la ferita. Va tuttavia fatto, proprio per questo da qualche tempo la loro vicenda è stata trasposta nell’arte, sublimata in uno spettacolo teatrale evocativo “Nel nome del padre” e in una mostra dal titolo “Breaking free”. Ajna e le altre non si sono lasciate sopraffare dal dolore. Nella ricerca della verità, è impegnata anche l’attivista per i diritti umani Jadranka Milicevic, bosniaca. La loro liberazione passa attraverso il femminismo e il pacifismo.