I territori infelici delle nostre città, storie ai margini dove vive la paura

Nel bene chiaro, un filo sottile di luce univa quei giorni e altri giorni./ I non-morti attraversavano Termini lentamente, ormai da tempo provava a scostarsi dal nulla che non accade, a non pensare al suicidio come al feticcio di una costante consolazione./ Una specie di crudeltà permeava gli errori che andava compiendo./ Se vedeva qualcuno, l’idea di questo qualcuno rimaneva impigliata nei suoi pensieri come una rivelazione del buco in cui gli pareva di essere entrato./ In ogni posto in cui andasse, lo seguiva una colonia di quindici gatti, li vedeva con la coda dell’occhio leccarsi l’un l’altro, poi saltavano tutti insieme sul tavolo facendo volare per aria il caffè che stava bevendo./ Mentre tornava a casa la sera, gli stavano tre o quattro metri distante. 

Un mostro riecheggia nelle nostre città, è uno spettro sociale che probabilmente non siamo più in grado di guardare, così concentrati sui nostri cellulari. Finché non capita a noi il problema (pare) non esistere. La città è segno del margine. Alcuni abitano ancora belle case, viaggiano su auto costose, devono unicamente decidere dove andare in vacanza, Estate e Inverno.

Per altri, decisamente molti di più, il discorso è diverso. Fabrizio Miliucci con l’ottimo “Saggio sulla paura” di recente uscita per l’editore Pietre Vive (a conferma di come l’editoria del Sud Italia stia facendo in poesia particolarmente bene), racconta la mancata inclusione sociale all’interno di queste periferie, racconta di come ci siamo abituati a vivere l’oggi, in maniera assistenziale, ma senza il futuro, senza visione politica.

MiliucciGli ultimi sono lasciati soli, consumati fino all’esaurimento. I luoghi come le stazioni delle grandi città diventano contenitori di queste storie al limite che non sono più un vero limite bensì esperienza di disagio collettivo, di scollamento. Come possono misurarsi le metropoli con tanta disumanità? Ecco questo è un discorso che dovrebbe essere preso a cuore dalla politica (nel senso più nobile del termine): come includere, come donare riscatto sociale.

La paura che racconta Miliucci è quella di un sentimento collettivo, cavalcabile dai più beceri separatismi nel momento in cui una possibile inclusione viene meno e si crea un vuoto.

Caro Carlo, io mi volevo ammazzare. Sono giorni che vado a vuoto come un fesso e ho il terrore che questa infelicità sia diventata il mio unico spasso. Ho io il tuo accendino, quello marrone. Non mi faccio, non faccio praticamente più niente non sono praticamente nessuno. Hai ragione, la poesia è un encefalogramma. Sto scrivendo questa poesia alla stazione, mentre cammino, a testa bassa. Ho deciso di scrivere un saggio sulla paura – lei non mi dice più niente.

Con un nome tutelare come Carlo Bordini, Miliucci vaga per territori infelici, respira quello che è rimasto, piuttosto che cantare quello che si è perduto (ribaltando Agamben), ma lo ascolta a pochi millimetri dal baratro. Ora che comprendiamo perfettamente come la paura e la rabbia per le incertezze delle nostre vite è diventata parte delle proprie decisioni elettorali rimane la presa di coscienza che un approccio consumistico e liberale potrà salvare solo una piccolissima percentuale di noi, chi semplicemente non ha bisogno di essere salvato.

Chi si occuperà del riscatto, chi immaginerà nuove vie di sopravvivenza se non addirittura, parafrasando un altro ottimo poeta emergente come Alberto Pellegatta, nuove “ipotesi di felicità” ? Non saranno sempre nuove emergenze a distrarci, il problema degli esclusi dalla società esiste, bussa alle nostre porte, va affrontato. Non possiamo continuare a nascondere sotto al tappeto delle nostre periferie le persone più fragili. Oggi più che mai non si può rimanere a guardare, o guardare la gente morire nell’indifferenza.

Fabrizio Miliucci, Saggio sulla paura, Pietre Vive 2022.