Padri figli lavoro nero
La nemesi di Di Maio
moralista a 5 Stelle

È una maledizione, non c’è dubbio. E ha perforato lo schermo della scaramanzia del vicepresidente del consiglio, Luigi Di Maio. Ma si può? Addenti per anni i polpacci di Renzi e Boschi, il tuo nemico, il bersaglio da abbattere, addebitandogli i pasticci dei padri finiti sui tavoli della magistratura, vinci addirittura le elezioni con questo mantra sui padri e figli… e all’improvviso ti ritrovi dove pensavi di aver sistemato quei due, al centro di un mirino messo a punto da te, soprattutto da te. Tremenda nemesi. Ed ecco che da giorni mangiamo di Maio “a colazione”, anche se lui non c’è nella sequenza ormai dilatata delle immagini tv che mostrano in genere sterpaglie, modeste edificazioni rurali, mucchi di sassi, attrezzi casual; un quadro un po’ avvilito, non accarezza per nulla ma è giusto il terreno di competenza della famiglia Di Maio, quello sul quale i magistrati hanno  scoperto muratura illegittima, roba raffazzonata.

Niente di pazzesco, davvero robetta, quel mix sottotraccia di terra e lamiere da niente che infesta una parte sovrana del nostro paese. Poi, di nuovo si torna all’azienda strana del padre, quella che secondo l’accusa avrebbe dato lavoro nero a tre quattro persone, la stessa in cui il titolare avrebbe consigliato un operaio feritosi in cantiere di non denunciare agli organismi di competenza. Il titolare sarebbe il padre di Di Maio. Ma è davvero lui nella bufera? Qui le cose si complicano con una certa mostruosità microcinematografica, perché dopo che per giorni i notiziari hanno detto scritto mostrato il volto del signor Di Maio padre, l’Espresso mette a punto uno scoop e così si apprende – colpissimo di scena –che la titolare era la mamma, anzi che la famiglia aveva, per motivi a noi incomprensibili, iterato l’azienda, e cioè l’aveva doppiata creandone un’altra con lo stesso nome, quasi, e le stesse finalità operative nel mercato.

In tutto ciò, i soldi che ufficialmente girano in questa curiosa complicazione sono un’altra sorpresa: pochissimi, l’azienda, di cui non si vede ancora il bilancio del 2017, dichiara quasi nulla, il reddito è ridicolo; a parte la mamma, ci saranno anche due aziende in vita ma il soldo non passa da quella casa. Sembra. Quella che prende il sopravvento tra due aziende – inciso: ma chi si immaginava che si facessero volteggiare aziende e consigli di amministrazione anche raso terra, dove non si sente profumo di dané consistente e di Cayman… – si porta appresso una cifra più rispettabile, centomila circa, ma basta a spiegare la girandola? Tra l’altro, il marchio che trionfa inglobando l’altro, viene affidato proprio alle mani del vicepresidente del Consiglio e a sua sorella. Con tutto il suo “prezioso” carico.

Ma siamo andati troppo avanti, perché nel frattempo si appura che la mamma era titolare dell’azienda di famiglia durante i fatti contestati, non solo: in quel tempo insegnava, e questo la mette automaticamente dalla parte del torto, dal momento che la legge vieta la sovrapposizione di questi due ruoli. Si potrebbe, ma solo in virtù di un permesso specialissimo che non risulta sia mai stato richiesto. Intanto, padre e madre rilasciano interviste, dalle quali si evince che il vicepresidente del Consiglio nonché numero zero del partito di Casaleggio da piccolo era bravo e sincero. E questo fa piacere. Poi, il padre è lì che ammette di non esser stato uno stinco di santo ma di aver operato per il bene della sua famiglia e anche questo è bello. Gli dispiace molto per il figlio, del tutto innocente e inconsapevole, per quel che ha fatto di sbagliato e che certamente mai più rifarebbe.

Manca niente. Di Maio figlio non grida al complotto, non in pubblico: striglia il padre che lo avrebbe ingannato sui suoi metodi e forse, alle luce delle novità, gli toccherà anche strigliare la madre, ma speriamo sia stata inconsapevole pure lei, come il figlio. Così che tutto torni nelle mani del padre. Sembra una preghiera, mentre la macchina informativa si lancia sul caso con la stessa implacabilità con cui aveva divorato Renzi e Boschi con piena soddisfazione dell’uomo delle grandi pulizie istituzionali, re degli apriscatole, nuovo piccolo dio delle grandi masse popolari, Luigino. Ecco, sarebbe davvero terribile se nel paese passasse l’onda massimalista, grossolana, volgare, ignorante e arrogante che ora potrebbe fare a pezzi il vicepresidente del Consiglio, (ministro dello Sviluppo economico e ministro del Lavoro e delle politiche sociali, capo politico dei Cinque Stelle) per la sua vicinanza di sangue con gli interpreti di una modesta manifestazione dell’arte tricolore di arrangiarsi. La stessa che ha sballottato Renzi e Boschi per moltissimi mesi. La stessa che Luigino aveva promesso di debellare. Ma forse è salutare sorridere dei cicli talvolta sorprendenti della storia, quelli che in genere stanno tutti interi in una vignetta di Altan. Viva l’Italia.