I novant’anni di Gianni Cervetti, un riformista radicale

Gianni Cervetti ha compiuto novant’anni e vorremmo che gli giungessero gli auguri di Strisciarossa, una manifestazione d’affetto e di stima. Molti di noi, i più anziani, hanno avuto modo di conoscerlo, di parlargli, di discutere con lui, di subire le sue critiche, talvolta assai dure sempre però in modi fermamente garbati, e pure di criticarlo, da vicino e soprattutto da lontano, per via della sua posizione politica, riformista nel senso di “migliorista” (questa l’etichetta che venne attribuita). Migliorista nel segno di un “riformismo radicale”, che oggi spaventerebbe alcuni del Pd, come se potessero esistere un riformismo “dolce” o un riformismo “così così”. Come è stato detto in passato (uno che lo disse fu Franco Basaglia, di cui l’anno prossimo si ricorderanno i cento anni dalla nascita) “il riformismo o è radicale o non è”.

L’oro di Mosca. La testimonianza di un protagonista

Non stiamo qui a discutere di certe scelte politiche, di certi decisioni, di certe “svolte” di cui il Pci fu attore e di cui Gianni Cervetti (ai tempi di Enrico Berlinguer) fu partecipe e di cui, per molti aspetti, è stato narratore sincero, onesto, sorprendente, non solo nella sua autobiografia “Compagno del secolo scorso: una storia politica” (Bompiani, 2016), coinvolgente fin dal titolo per quel tratto di nostalgia, ma anche di lucido distacco che lascia trasparire (che cosa significa “compagno”, che cosa è stato il “secolo scorso”, di guerre, di stermini, di repressione, di lotte clandestine, di Gramsci, fondatore del Pci e dell’Unità,  vittima del fascismo, del Pci di Togliatti Longo Berlinguer), non solo della sua autobiografia, ma anche in quel racconto, quasi in presa diretta, della rottura del Pci di Berlinguer con l’Unione sovietica.

“L’oro di Mosca. La testimonianza di un protagonista” (pubblicato nel 1993, ristampato l’anno scorso da Baldini Castoldi), narra  di quando si troncò bruscamente il legame finanziario con Mosca, scegliendo di navigare in mare aperto negli anni di tangentopoli e della crisi di una forma della politica e dei suoi interpreti principali, compreso il Pci (ponendo comunque in modo chiaro la questione del finanziamento dei partiti, senza nessuna ipocrisia populista ). “L’oro di Mosca”, in duecento pagine è una confessione dolorosa e insieme necessaria, nei giorni in cui si sarebbero potute aprire nella società italiana  e in Europa strade nuove per il Pci, per un partito che aveva fatto della Costituzione, della democrazia, della questione morale le sue bandiere. Il bilancio, trent’anni dopo, lo lasciamo ad altri. Quella “rottura” arrivò tardi? La saggezza del giorno dopo vale poco.

Quell’Auditorium di Largo Mahler

L’altra sera Gianni Cervetti è stato festeggiato nel “suo” teatro, perché, trascorsi i giorni dell’impegno politico diretto, aperta un’altra stagione, Gianni Cervetti si è occupato e si sta occupando di cultura. E’ stato  presidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Milano e ora ne è presidente emerito, una orchestra che ha sede stabile nell’Auditorium di largo Mahler, vecchio, enorme cinema (mille e duecento posti) trasformato in bellissima sala musicale, grazie a investimenti privati, una storia vissuta prima con scetticismo dalla comunità milanese per un teatro divenuto punto di riferimento per quanti amano la musica (con direttori stabili come Vladimir Delman e Riccardo Chailly). Cervetti è presidente dal 2002, anno della sua nascita, anche della Fondazione Isec, istituto per la Storia dell’Età Contemporanea…

Una simbolica sciarpa rossa

L’altra sera è salito sul palco, ha ringraziato gli amici presenti, ha ringraziato il sindaco Sala e il presidente della Regione Fontana. Al collo teneva una bella sciarpa rossa. Testimonianza personale, domanda provocatoria: perché la sciarpa rossa? Risposta in milanese, che traduco: “Cinque soldi di più, purché sia rossa… “. Parole di una persona che dagli anni della guerra, ragazzo, in poi, aveva conosciuto e sapeva ancora riconoscere il valore dell’esperienza italiana del partito comunista, da Gramsci in avanti.

Gianni Cervetti, che dopo la guerra aveva iniziato gli studi di medicina, venne convinto nel durissimo 1956 dell’Ungheria a lasciare l’Italia per Mosca, per studiare economia. A Mosca era compagno di scuola di Gorbaciov  e di Franca Canuti, che avrebbe sposato due anni dopo, la nostra Franchina, che fu segretaria di redazione all’Unità di Milano.

Lasciamo stare altre carichi e incarichi, una lunga vita nel partito e nelle istituzioni…

Un “galantom” appassionato di cultura

Gianni Cervetti è un gran lettore di Dante, di Machiavelli, dei classici della letteratura di tutto il mondo. E’ un gran lettore di Alessandro Manzoni e qui mi permetto qualcosa ancora di personale. Dopo l’orchestra (che ha presentato Mozart e Shostakovic, un altro amico moscovita), al brindisi gli ho parlato in forma di presunto critico letterario del suo libro “L’oro di Mosca”. Gli ho parlato della scrittura che mi pareva di tratti “manzoniani”. Mi sono sbilanciato: la prima pagina mi ricorda l’avvio di uno straordinario scritto di Alessandro Manzoni. Ho azzardato: “La storia della…”. E lui: “La storia della colonna infame”. Sì, così. “Il più bel complimento che abbia ricevuto”. Scusatemi, ma sono parole che dicono del valore dell’uomo, della sua cultura, della sensibilità. “Un galantom”, lo ha definito il sindaco Sala,  un galantuomo “nel mondo grande e terribile”.