I mondiali d’autunno e gli schiavi, ma a salvare il calcio c’è sempre un Lebowski

Vi gusta il calcio? Vi gusta ancora? Domenica 20 novembre partiranno per la ventiduesima volta i Mondiali, ufficialmente Fifa World Cup. Caldarroste e vin brulé per cominciare, slitta e renne per finire, il 18 dicembre. Forse slitta e renne no, a meno che l’emiro Tamin bin Hamad Al Thani, dopo aver fatto installare l’aria condizionata negli stadi, non decida di esagerare e spari in po’ di neve qua e là. Difficile comunque che attacchi, in Qatar d’autunno freddo non fa, anzi, siamo pur sempre nella penisola arabica. Per chi fosse arrivato oggi da Marte: è tutto vero, i Mondiali dello sport più seguito e più ricco verranno giocati d’autunno per tutta una serie di motivi, riassumibili in una causa maggiore. L’emiro, che le carte ufficiali danno a capo di una monarchia costituzionale (e dai, prendiamoci in giro), guida un paese di quasi due milioni e mezzo di anime ma siede su riserve vergognosamente colossali di petrolio e gas naturale, quindi è ricco sfondato e, secondo la norma, ottiene ciò che desidera. Anche i Mondiali di football. Sì, qualche mazzetta, qualche processo, diverse condanne, funzionari corrotti a ogni livello, rivelazioni compromettenti che sgorgano a nastro fin dall’anno dell’assegnazione del torneo al Qatar, nel dicembre 2010. Che volete che sia? Ci sarebbe un altro problema. Il Guardian ha calcolato il numero di morti sul lavoro durante l’allestimento del baraccone, stadi da tirar su ex novo, alberghi, strade eccetera: sarebbero 6.500, provenienti dai classici serbatoi offshore di manodopera della penisola arabica, India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. Una strage non solo sospettata, nota.

Pay UP FIFA

Nei giorni scorsi, una vasta coalizione di organizzazioni in difesa dei diritti umani (e il primo dei diritti, salvo prova contraria, è vivere), in testa Amnesty International e Human Rights Watch ha rimesso sotto i riflettori la campagna #PayUpFIFA, lanciata a maggio. Obiettivo: coinvolgere tutti, tifoserie comprese, nella richiesta alla Fifa di destinare 440 milioni di dollari a un fondo che dovrebbe aiutare la prevenzione e risarcire le famiglie degli operai morti non per cause naturali, come certe note ufficiali volevano far credere, ma a causa delle condizioni terribili di lavoro e di vita, tra cantieri insicuri e penosi ghetti abitativi. Neo-schiavitù. Presente i raccoglitori dei nostri buoni pomodori nel Foggiano che vengono dall’Europa dell’Est e dall’Africa, con paghe schifose e trattamento idem? Ecco, un po’ peggio (e poi dicono che la democrazia non funziona). Diverse federazioni calcistiche, anche importanti, dall’Inghilterra alla Germania, hanno visto con favore l’iniziativa del fondo, parole non seguite, a oggi, da un passo ufficiale presso la Fifa. Che dai Mondiali arabi fuori stagione, con interruzione lunghissima dei campionati nazionali d’Europa, potrebbe mungere almeno sei miliardi di dollari, tra sponsor, diritti tv e altro ancora, contro un investimento di 440 milioni di dollari. Vista la remunerazione lussuosa del capitale investito, una cifra identica a fini di umana equità ci starebbe tutta.

Stando alle ultimissime, ancora il Guardian si è fatto un giro nell’hotel che accoglierà la nazionale dei tre leoni e ha riferito di “squallore” e “condizioni di lavoro prossime alla schiavitù”. Si chiama presunzione di impunità. L’emiro Al Thani, sovrano di un piccolo Paese, ha l’occhio lungo, guida un piccolo paese e sa quanto contano i media (ha fondato Al Jazeera) e il softpower. Ci sono i mega investimenti immobiliari ‒ con tanta Italia compresa ‒ e i mille legami economici e poi c’è la Qatar Sport Investments, ramo del fondo sovrano nazionale, presidente Nasser Al-Khelaïfi, al vertice di Paris Saint Germain e Málaga (Segunda División spagnola) e del beIN Media Group. Giusto lui, l’onnipotente Nasser Al-Khelaïfi, è appena finito in un discreto guaio, secondo Libération avrebbe impedito, con metodi coercitivi nei confronti di un imprenditore franco-algerino, la pubblicazione di informazioni compromettenti relative alla procedura di aggiudicazione della Coppa del Mondo al Qatar. Mani lunghe sullo sport, col fine a giustificare ogni mezzo, più o meno limpido. Il Psg vince tutto in Francia, misero il bottino in Europa nonostante la sfilata di stelle, da Mbappé a Neymar, da Messi a Donnarumma. Piogge di soldi, anzi uragani, in ogni disciplina. Il Qatar non ha atleti di livello? E che problema c’è? Esempio: bravo quel sollevatore di pesi egiziano, Fares Ibrahim El Bakh, quasi quasi lo naturalizzo qatariota e lo ricambio per il favore e voilà, arriva la medaglia d’oro alle Olimpiadi giapponesi del 2020. Da rifletterci su, quando scatterà la kermesse nel deserto col match inaugurale Qatar-Ecuador.

CS Lebowski, gli “Ultimi Rimasti”

Anche questo dark side è calcio. Anche, non tutto. Il football è aggregazione, è l’esercito di affiliati alla Federcalcio e dei praticanti, parliamo in Italia di diversi milioni di persone, sono i ragazzi e le ragazze che zampettano sui campi per amore di cuoio e prato, gli allenatori-educatori di centinaia di migliaia di bambini. Tiriamoci su il morale definitivamente, a fine settembre è uscito sul canale youtube “Cronache di spogliatoio”, il documentario Gli ultimi rimasti, diretto da Fabio Filippini e dedicato a celebrare le gesta umano-sportive di un club specialissimo e altrettanto amabile oltre che dotato di proprietà terapeutiche per i valori del calcio sudato a ingaggi zero. Nel nome ha più che un destino: il CS Lebowski, come Jeffrey Lebowski, il morbido drugo del film di Ethan e Joel Coen, interpretato da Jeff Bridges, un tipo che in fondo se la sa sciallare discretamente tra marijuana e White Russian, cocktail con vodka, panna e liquore al caffè. Le maglie sono grigie e nere perché erano quelle che costavano meno, la società sportiva è libertariademocratica e ad azionariato popolare (sono quasi in mille e ottocento), cioè interamente posseduta dai tifosi e da chi ci lavora.

Gioca in Promozione toscana, Girone B, dilettantismo tosto, e se la vede con Athletic Calenzano Rignanese, Audace Galluzzo Oltrarno e compagnia. Andiamo a ritroso, Serie A, Serie B, Serie C, Lega Nazionale Dilettanti, Eccellenza ed ecco la Promozione, sei gradini sotto la crema del pallone, ma con tanta buona panna lo stesso, anche se dalle parti del Lebowski, a Tavarnuzze, sud di Firenze, vicino a Impruneta, preferiscono un bicchiere (facciamo due) di rosso e un gocciolante panino con il lampredotto, trippazza di varie pezzature stracotta in compagnia di carota, sedano, aglio e accompagnata da salsa verde o piccante. Così carbura meglio il tifo sugli spalti, incredibilmente caldo e numeroso per la categoria. Il nome completo è US CS Lebowski. Decrittiamo. Di Lebowski ‒ il volto stilizzato del drugo campeggia sullo stemma ‒ si è detto, Unione Sportiva va da sé, poi CS sta per Centro Storico, perché la bella storia è iniziata in piazza D’Azeglio, in mezzo a Firenze. Un gruppo di ragazzi stanchi della piega che ha preso il calcio moderno si organizza in una squadra amatoriale di calcio a sette, è il 2004, attira tifosi, il nome del Lebowski circola, vien la voglia di pensare più in grande e nel 2010 si passa al calcio “vero”, a undici, partendo dalla Terza Categoria. Gli ultrà del gruppo “Ultimi Rimasti”, stufi di un pallone gonfiato male da plusvalenze talvolta farlocche, falsi idoli, valori a picco, giocatori-bandiera in estinzione, dittatura televisiva, iniziano a costruire una società tutta loro che diventerà di molti. Per fare calcio, hanno scritto, “nella massima autonomia, per quanto ci è possibile, dalle ingerenze dello Stato e del mercato nel gioco. Per questo puntiamo a esistere grazie all’autofinanziamento e all’aiuto degli appassionati”. Gente che crede nella partecipazione collettiva, nell’inclusione, nell’antirazzismo, nell’impegno contro le discriminazioni di genere e sessiste, che sa per cosa optare tra affettività e indifferenza. Il Lebowski organizza feste di “autobeneficenza” per iscriversi al campionato, collette per acquistare il materiale sportivo. E c’è da trottare perché il club negli anni è salito di rango, si è strutturato e ingrandito, fra prima squadra, juniores regionali, calcio a 5, squadra femminile che gioca in Serie C, scuola calcio. Ha uno sponsor tecnico e un sito di prim’ordine con tanto di shop, la “macchina” è diventata importante. Ma il CS Lebowski non si è geneticamente modificato.

Appartiene ai soci azionisti, un’azione costa 25 euro, si possono acquistare da un minimo di una e fino ad un massimo di 400 azioni, qualunque sia la quota di capitale posseduta il valore del socio in Assemblea è sempre e comunque uguale a uno. Presidente è Ilaria Orlando, vicepresidente Matilde Emiliani (e qualcosa vuol dire, guardatevi un po’ di organigrammi in giro), nel gennaio scorso la squadra femminile ha accolto Fatima, Susan e Maryam, ragazze afghane in fuga dai deliri talebani, giocavano nel Bastan Football Club di Herat e a Tavarnuzze hanno risentito il sapore della speranza. E i ragazzi o non più ragazzi, lasciata la Curva Fiesole del Comunale di Firenze saltano e accendono fumogeni nella curva Moana Pozzi. Basta così? Manca ancora la squadra amatoriale dei Calabroni CSL, nata per dare prato e gioco agli esuberi della prima squadra, col tempo diventata qualcosa di meglio, sotto il punto di vista lebowskiano: un concerto di casi umani alla “Animal House” con Belushi, sportivi in certi casi a tutto tondo (intendiamo la circonferenza vita), squadra che vince 2 a 0 alla fine del primo tempo e poi perde 7 a 2, che nelle borracce l’ultima di campionato mette vino al posto dell’acqua. Si “gioca”, però sul serio. La prima squadra è allenata da Simone Gori e ha in organico 31 giocatori, in campo comunque non si schiera con la Bi-Zona e il 5-5-5 di Oronzo Canà, il campionato di Promozione è una faccenda molto seria, tecnicamente il livello è buono. Il CS Lebowski ha un direttore sportivo, Raffaele Ballini e fa “mercato” (lo scrivono fra virgolette, sono dilettanti, il fine di lucro non esiste proprio). Colpi così: quest’anno è arrivato al Lebowski Matteo Celentano, centravanti del 1995 ex Primavera dello Spezia, poi nei dilettanti con Fiesole, Firenze Ovest, Dicomano e nell’ultima stagione a Malmantile.

Il colpo grosso risale alla stagione 2021-22, quando Borja Valero, ex di Villarreal, Inter e soprattutto Fiorentina (233 partire in viola) si è accasato a Tavarnuzzo, a 36 anni aveva annunciato il ritiro, ci ha ripensato, aveva ancora un voglino di pallone giusto. E quest’anno è rimasto, giocherà ancora in grigionero compatibilmente con gli impegni di commentatore per Dazn. Ha risposto la squadra femminile, arruolando Giulia Orlandi, già capitano della Fiorentina che nella stagione 2016-17 ha vinto scudetto e Coppa Italia. Al Lebowski non si spendono gli ultimi spiccioli di carriera, si rinasce. E non è una storia isolata. Da Bari a Cosenza, da Napoli a Milano, da Torino a Palermo, dall’Aquila a Lecce e Brescia, si moltiplicano le squadre di calcio ad azionariato popolare. In Inghilterra, nel 2005, è successo un fatto strano. Alcuni tifosi del Manchester United si sono ribellati all’acquisizione del club da parte dell’americano Malcolm Glazer e hanno fondato il Football Club United of Manchester. Integralmente controllato dagli appassionati, gioca in uno stadio da 4.400 posti, il Broadhurst Park. La categoria è la NPL, la Northern Premier League, lega semipro interregionale, al settimo livello del campionato inglese. La gioia per un gol o l’incazzatura per una sconfitta immeritata è la stessa dei piani alti e, fondamentale, non ci si sente presi per i fondelli da giocatori divi o traffichini del pallone. Il poeta Robert Frost di certe impennate dell’animo doveva saperne a pacchi. Ascoltate. “Dirò questo con un lungo sospiro/ Chissà dove e fra tanti anni a venire:/ Due strade a un bivio in un bosco, ed io/ Presi quella meno frequentata,/ E da ciò tutta la differenza è nata”.