“Taiwan, con la logica del west and the rest l’Occidente si fa male”

L’INTERVISTA. Dopo l’Ucraina, Taiwan e il Pacifico. Una nuova drammatica crisi, dagli esiti imprevedibili, sta terremotando l’assetto dei rapporti internazionali. Poche ore di soggiorno della speaker della Camera degli Stati Uniti nell’isola che la Cina considera una sua provincia ribelle hanno fatto divampare un conflitto che covava da molto tempo, ma pareva, fino alla mossa di Nancy Pelosi, ancora gestibile diplomaticamente. Lo è ancora? O assisteremo a una escalation sempre più pericolosa? Lo abbiamo chiesto al professor Romeo Orlandi, vice presidente dell’Associazione Italia-Asean e presidente del think-tank Osservatorio Asia. Orlandi ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi master postuniversitari.

Professore, qualcuno dice che il conflitto acceso dalla visita di Nancy Pelosi sta già precipitando verso un esito pericolosissimo. Se Pechino perfeziona il blocco dei traffici marittimi e l’embargo delle materie prime, compresa la sabbia che serve per produrre i microchip di cui Taiwan ha un quasi monopolio mondiale, la resistenza di Taipei non ha chance e i cinesi non avrebbero neppure il bisogno di invadere materialmente l’isola. Ma a quel punto che cosa farebbero gli americani?

Quello che colpisce di più della reazione cinese sono due aspetti. Il primo è che l’accerchiamento con il blocco navale e le esercitazioni militari aggressive, eventi che in buona misura erano prevedibili e attesi, hanno avuto luogo solo dopo la partenza di Nancy Pelosi. A mio parere, ciò significa che obiettivo della reazione dura è stata più Taiwan che gli Stati Uniti. Si è trattato di un messaggio inviato a quelli che Pechino considera i “compatrioti” separati: guardate che se continuate ad abbracciare gli americani rischiate di farvi molto male. Il senso è lo stesso da decenni: la vertenza sullo status dell’isola è un affare interno cinese, riguarda la Grande Madre Cina e gli americani non debbono interferire; sediamoci a un tavolo e parliamone. È evidente che il viaggio della terza carica istituzionale degli Stati Uniti andava nella direzione opposta. Il senso di quella mossa era rafforzare lo status quo che prevede la presenza di truppe americane in tutta l’area, tra Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone. Il secondo aspetto è che questa sorta di prova generale di accerchiamento Pechino l’ha forzata più ad est di Taiwan che nello stretto che separa l’isola dal continente. La Cina ha in qualche modo “chiuso” la porzione di Pacifico che rivendica e che è attraversata dalle rotte del petrolio, non solo verso Taiwan ma anche verso il Giappone e la Corea del Sud.

Con Taiwan accerchiata e strozzata dall’embargo, Pechino sarebbe in una forte posizione negoziale…

nancy pelosi 2Sì, ma dire che questo rappresenterebbe la sconfitta definitiva per Taiwan mi sembra eccessivo. La storia ci insegna che i blocchi non sono mai impenetrabili. I sovietici nel ’48-’49 bloccarono Berlino, ma gli occidentali trovarono il modo di far arrivare i rifornimenti essenziali. È difficile pensare che Washington accetterebbe il fatto compiuto. Mi pare che l’orientamento dell’amministrazione americana stia andando in tutt’altra direzione e quella che nei decenni è stata definita “strategic ambiguity” sia sempre meno ambigua e più schierata a favore della difesa di Taiwan.

L’ambiguità strategica, ovvero il riconoscimento da parte americana del governo di Pechino come unico rappresentante della Cina ma contemporaneamente l’appoggio assicurato a Taiwan in caso di aggressione dal continente, è ancora il fondamento della politica di Washington, però.

Per spiegarsi il perché bisogna fare un passo indietro. Dopo la guerra civile del 1945-49 i nazionalisti di Chiang Kai-shek, sconfitti dai comunisti, si rifugiarono a Taiwan sostenendo di rappresentare il vero legittimo potere della Cina. Un po’ come se ci fosse stata una guerra civile in Italia e i perdenti si fossero rifugiati all’isola d’Elba sostenendo di rappresentare il governo di tutta l’Italia. Per quanto possa sembrare incredibile l’ONU, gli Stati Uniti e i governi occidentali fino agli anni ’70 hanno sostenuto questa finzione. Quando l’amministrazione americana, dopo difficili negoziati condotti da Henry Kissinger, accettò il principio dell’esistenza di una sola Cina l’atteggiamento che Washington avrebbe dovuto tenere nei confronti di Taiwan fu lasciato in una voluta ambiguità. Taiwan è parte della Cina, ma gli americani si impegnano come garanti della sua autonomia.

Un compromesso piuttosto precario.

E soprattutto per i cinesi incomprensibile: com’è possibile che le due grandi potenze del mondo abbiano su una questione così centrale un rapporto fondato sull’ambiguità? E però questa ambiguità fino a un certo punto ha fatto comodo un po’ a tutti. La Cina doveva entrare nell’assetto della globalizzazione, attraeva investimenti delle multinazionali, diventava motore di un eccezionale aumento della produzione industriale mondiale, aveva bisogno di iniezioni di tecnologia per superare definitivamente il sottosviluppo e a lungo ha rinunciato a sollevare il problema di Taiwan. Ma gli occidentali hanno compiuto un duplice errore: da un lato hanno pensato che lo sviluppo economico avrebbe trainato il paese verso la democrazia; dall’altro hanno creduto che sconfitto il sottosviluppo la Cina si sarebbe fermata a godersi questo successo. Sarebbe bastato avere un minimo di consapevolezza della storia cinese per capire che quelle previsioni erano sbagliate. Per capire quanto quel paese sia nazionalista, orgoglioso della propria storia e della propria cultura e che, trasformando i successi economici in dividendi politici sulla scena internazionale, avrebbe cercato di recuperare Taiwan, quel pezzo di Cina, alla madre patria.

E però questa aspirazione si scontrava con la convinzione dei taiwanesi di rappresentare essi la “vera” Cina, tant’è che la Repubblica di Cina considera addirittura di avere la propria capitale, Nanchino, sul continente…Anch’essi sostenevano l’esistenza di una sola Cina, che però era la loro.

Sì, un tempo. Dopo le cose hanno cominciato a cambiare. Fino a una decina di anni fa Taiwan era governata dagli eredi politici del Kuomintang, cioè del partito nazionalista di Chiang Kai-shek, ma poi ha cominciato ad affermarsi sempre più un partito democratico progressista, che con i nostri criteri potremmo definire più a sinistra, il quale spinge invece verso l’autonomia/indipendenza. Non vogliono provocare la Cina ma sostengono l’opportunità di mantenere lo status quo.  E lo status quo è di fatto l’indipendenza dell’isola.

Vorrebbero una soluzione come quella di Hong Kong?

Le “esercitazioni” militari cinesi in un fotogramma della Nbc

Assolutamente no. Anzi, sono impauriti da quello che è successo a Hong Kong perché hanno visto che il ritorno dell’ex colonia britannica alla madre patria è stato segnato da una presenza sempre più ingombrante e opprimente da parte di Pechino. L’idea secondo cui Hong Kong sarebbe stata espressione di una sola nazione con due sistemi politici diversi, il comunismo e il capitalismo, avrebbe potuto essere un modello finché quella realtà non è diventata l’ultimo tentacolo della politica estera cinese. Hong Kong conta sempre meno: non ha una politica estera, né una politica di difesa. La dura repressione dei movimenti di protesta nella ex colonia ha messo in guardia i taiwanesi, e anche gli americani. Qualunque negoziato sull’autonomia potrebbe essere per gli abitanti dell’isola un negoziato in perdita e questo spiega perché è così forte la tendenza a mantenere la propria indipendenza.

Basata su un sistema davvero democratico?

Taiwan è un fulgido esempio di transizione alla democrazia. Si tratta di una media potenza economica con 24 milioni di abitanti, un reddito medio abbastanza elevato, in ogni caso più di quello cinese, che ha saputo trasformarsi in un sistema democratico compiuto: i diritti civili sono rispettati, c’è alternanza al potere, la corruzione viene combattuta, c’è una vivace pluralità culturale. Insomma, la vecchia idea propagandistica della Cina e anche di certa politica di sinistra occidentale per la quale Taiwan sarebbe espressione militarista e reazionaria del vecchio partito nazionalista andrebbe profondamente rivista. Queste tendenze della società dell’isola con lo scorrere del tempo favoriscono la formazione di una identità taiwanese piuttosto che la conferma dell’identità cinese. I giovani che oggi votano per il partito democratico-progressista che è al governo non hanno la nostalgia dell’idea di Cina che avevano i loro padri e i loro nonni scappati dal comunismo: quando li si intervista si dicono politicamente taiwanesi e etnicamente cinesi. Questo dinamismo della società di Taiwan spaventa Pechino e le mette fretta. Anche questo contribuisce a complicare il problema.

In una situazione complicata la visita di Nancy Pelosi non ha certo aiutato…

Ha contribuito ad esacerbare gli animi. Va detto che il primo a criticare la mossa della speaker della Camera è stato proprio il presidente Biden, che ha ripreso le critiche del Dipartimento di Stato e del Pentagono: i diplomatici e i generali, come talvolta capita, sono stati più pragmatici e realisti dei politici. Insomma, la visita ha creato sconcerto, non solo nell’amministrazione o in vecchi saggi come Kissinger, ma anche nei commenti sulla stampa americana e internazionale, che non sono certamente filocinesi.

Strisciarossa tenterà di tornare sul dibattito politico americano in cui spesso i democratici, o almeno una parte, sono molto ideologici e quando si parla di democrazia nei paesi del mondo perdono un po’ il senso della Realpolitik.

Perdono il senso della Realpolitik ma perdono anche le elezioni, com’è successo a Hillary Clinton…

Nel comunicato finale del recente vertice della NATO di Madrid, per la prima volta nella storia dell’alleanza atlantica è stata citata la Cina, come un possibile fattore di destabilizzazione insieme con la Russia di Putin. Ciò parrebbe segnare un’evoluzione della strategia occidentale verso l’identificazione di un unico nemico ad est, in una nuova divisione del mondo. Una volta la NATO si occupava dell’Europa e quindi della Russia e gli Usa si occupavano della Cina o, come si dice ora, dell’Indopacifico. Non c’è il pericolo che questo favorisca, alla fine, un avvicinamento tra la Russia e la Cina?

Il pericolo c’è. Bisognerebbe evitare discorsi tipo “west and the rest”, quelli per cui tutti quelli che non sono occidentali sono potenziali nemici. È il segno di una arroganza culturale prima ancora che politica. Se continuiamo così, penso io, finiamo per farci del male perché spingiamo l’uno nelle braccia dell’altro paesi che non necessariamente hanno ragioni per essere amici e che nella loro storia non lo sono stati. Ogni buona lettura dei libri di storia della Cina ci dice che quel paese non ha amici che non siano legati a qualche ragione temporanea e pragmatica e che tende a chiudersi dietro la muraglia, oltre la quale ci sono i nomadi. Nella storia il rapporto con la Russia al tempo dell’Unione Sovietica per quanto fosse connotato ideologicamente non ha impedito che i due paesi si facessero la guerra. È evidente che oggi la posizione di Pechino è vicina a quella di Mosca perché esiste il comune nemico americano, ma che questo dia luogo, come pare affermare il documento della NATO, ad un asse, a un’amicizia, a un cemento di interessi tra i due paesi è un grave errore di prospettiva. Se poi ci si mettono dentro, magari, l’Iran o il Venezuela…

Il Venezuela non più da quando Biden ha scoperto che il petrolio di Maduro può tornare utile…

Giusto: il Venezuela non è più nella lista “west and the rest”. Quel che è certo è che in questo momento ha davvero poco senso parlare di un asse Pechino-Mosca. Oltre alla comune idiosincrasia per gli Stati Uniti, ci sono interessi materiali, gli scambi di derrate o di armi, l’energia, una certa complementarietà delle economie e dei mercati. Dopo di che la Cina guarda ai propri interessi, alla prospettiva che l’economia giri nonostante le crisi e le sanzioni. Se facciamo di ogni erba un fascio, se continuiamo a ragionare con il paradigma “noi e loro” c’è il rischio che il “rest” si coalizzi contro il “west”. Io mi occupo dell’Asia è so molto bene che in questa parte del mondo le opinioni sulla crisi causata dall’aggressione russa all’Ucraina sono molto più sfumate che da noi in paesi importanti come l’Indonesia, le Filippine, addirittura la Corea del Sud. Il caso più eclatante è quello dell’India. Se noi, invece di tener nel giusto conto le differenze, li consideriamo potenziali nemici, finiremo per farci del male.