I leoni dell’Atlante si meritano comunque tutti gli applausi

Siccome poi, alla fine, ai Mondiali di calcio si gioca a pallone e siamo in miliardi di umani a guardare quello che succede negli stadi tirati su a suon di schiavismo, tralasciamo i classici contorni qatarioti, corruttele al Parlamento d’Europa comprese, e andiamo al sodo del campo, che merita davvero, grazie a una pattuglia di ragazzi con le maglie rosse e un cuore d’altri tempi, i Leoni dell’Atlante. Per  la prima volta nella storia una squadra africana, il furente e tostissimo Marocco, ha varcato la soglia dei quarti ed è arrivato a giocarsi una semifinale, accarezzando con buone ragioni il pensiero stupendo di papparsi pure la magna Francia di Kylian Mbappé, étoile con stipendio annuale di 90 milioni di euro,  e di contendere all’Argentina il titolo mondiale. Le preghiere trepidanti, i canti e il tifo caliente di 50.000 anime allo stadio Al-Bayt non sono bastati, lo squadrone di Deschamps ha vinto, con le reti  in acrobazia dell’ispano-marsigliese Theo Hernández e la conclusione sotto misura di Kolo Muany dopo serpentina prodigiosa indovinate di chi? Mbappé, già campione del mondo nel 2018, piovuto sui campi di calcio a mirano mostrare e ben intenzionato a bissare vincendo la finale, dove l’osso da rodere è di quelli duri, l’Argentina del giovanotto Julián Alvarez e dell’eterno Leo Messi, finalmente erede autentico di Diego Maradona nell’Albiceleste. Il Marocco piange, ma dovrebbe provare solo orgoglio,  è arrivata fra le prime quattro nazionali del mondo e le resta un passo d’addio pur sempre invidiabile, la finale per il terzo posto contro la Croazia di un altro inossidabile, Modric. Chi ci avesse scommesso un mese fa sarebbe stato preso per pazzo e invece nella semifinale coi francesi il Marocco ha lottato alla pari, ha avuto fior d’occasioni per segnare e solo la mancanza di un paio di punte d’alto rango li ha condannati.

Per grazia dello sport più avvincente del pianeta, sul prato  da 105 metri per 65 le lobbies delinquenziali  e le unzioni indebite, le pressioni dall’altissimo contano un pochino meno ed è successo che una Nazionale  non eccelsa ai livelli intercontinentali abbia cavalcato i match iridati con una consapevolezza e un ardore strabilianti, dal pareggio d’esordio con la Croazia (vicecampioni in carica) ai successi con il sopravvalutato Belgio e il Canada risultando prima nel Gruppo F, poi superato prima ai rigori negli ottavi la Spagna del guru elegante Luis Enrique e quindi nei quarti, nei tempi regolamentari, con un colpo di testa dell’attaccante En-Nesyri, il quotatissimo Portogallo farcito di stelle in rampa di lancio (il giovane Gonçalo Ramos del Benfica, ma presto si accaserà lussuosamente altrove) e cadenti (Cristiano Ronaldo).

I portabandiera del continente

Si è detto e scritto che il Marocco giocava tra mura amiche. E va bene, spazzati via i padroni di casa del Qatar – a dimostrazione che la tradizione sportiva conta e non bastano i miliardoni della Aspire Academy di Doha, “fabbrica” di talenti pizzicati qua e là e allevati nell’Emirato come puledri spaesati – l’Arabia Saudita e l’Iran, decimata la pattuglia africana con l’eliminazione di Ghana, Camerun,  Senegal e della combattiva Tunisia, peraltro vittoriosa contro la Francia nell’ultimo match della fase a gironi, restavano loro, i marocchini, come portabandiera del Continente (e del resto del mondo mai salito sul podio più alto, storico appannaggio d’Europa e Sudamerica). C’era ovunque una voglia di rivincita sui divora-trofei, con la bandiera rossa e il pentagramma verde a far da simbolo per tutti, africani e arabi. Appartenenza, una cresta finalmente alta, centinaia di migliaia di emigrati marocchini in festa nelle città europee, venature islamiste zero, solo gioia per le imprese dei Leoni dell’Atlante, eroi dei 37 milioni  che vivono in patria e ancor di più, se possibile, dei 5 milioni di expat. Sui social, nota sentina di giudizi non richiesti e congetture complottiste,  alcuni geni del nulla avevano proposto un paragone assurdo tra questo luminoso Marocco e la Corea del Sud arrivata a giocarsi inopinatamente nel 2002 – Mondiali giocati nella stessa Corea e in Giappone – la finale per il terzo posto contro la Turchia (poi vittoriosa) dopo un ottavo di finale vinto contro l’Italia grazie alle malefatte dell’arbitro ecuadoriano Byron Moreno, successivamente accusato di combine in patria e nei guai per evasione fiscale, e un quarto contro la Spagna, battuta ai rigori in capo a una partita surrealmente arbitrata dall’egiziano Gamal Ghandour e dai suoi guardalinee, con errori strepitosi ai danni degli iberici tra cui un fuorigioco inesistente fischiato proprio a Luis Enrique, l’attuale mister spagnolo.

Non scherziamo. Il Marocco è arrivato in semifinale subendo un solo gol e per giunta un’autorete, di Nadef Aguerd, nel match col Canada nei gironi. Solida difesa, dunque, in una organizzazione di gioco che ha puntato ragionevolmente alla blindatura nella propria metà campo ma con una notevolissima capacità di ripartenza ad alto tasso tecnico. E una bella fetta di merito sta nel manico. Nell’agosto scorso i giocatori, in rotta totale col bosniaco Vahid Halilhodžić, avevano praticamente imposto sulla panchina della selezione nazionale Walid Regragui, allenatore classe ’75, nato a Corbeil-Essones nella regione di Parigi in una  famiglia di emigrati berberi, ex nazionale di rango, giocatore d’esperienza (Racing Santander, tra l’altro). Che non è stato nominato per caso nella terna dei migliori allenatori  della Confédération Africaine de Football e ha vinto la Champions League con il titolato Wydad Athletic Club di Casablanca. Il football marocchino ha radici profonde, risalgono alla metà degli anni Cinquanta, con la fine del protettorato francese, è un movimento in crescita e la Nazionale ha vinto nel 2018 il campionato africano.

Una sorpresa? Sicuramente sì, ma plausibilmente attesa. Nel roster della selezione nazionale svettano il portiere pararigori Bono del Siviglia, stessa squadra della punta En-Nesyri, il centrale difensivo Aguerd del West Ham, gli esterni difensivi Hakimi del Paris Saint Germain, ben noto agli interisti, e Mazraoui del Bayern, il centrocampista-metronomo Amrabat della Fiorentina, il talentuoso trequartista Ziyech del Chelsea, la punta Cheddira del Bari che, espulso col Portogallo, ha saltato la semifinale. Non erano arrivati lassù per caso e l’attesa è stata lunga, i Leoni d’Atlante si erano spinti fino agli ottavi ai mondiali messicani dell’86 e poi basta.

Onore a loro, hanno aperto una pagina nuova, finora nessuna squadra d’Africa era andata oltre i quarti, li avevano raggiunti a Italia 90 il Camerun di Roger Milla, nel 2002 il Senegal e nel 2010 in Sudafrica il Ghana di Muntari, Kwadwo Asamoah, Derek Boateng. Il Marocco ha ceduto il passo a una delle favorite del torneo, ma gli siano garantiti di applausi degli sportivi tutti.

Il calcio implica dedizione e “fame”

Mondiali Qatar 2022: il presidente Macron tifoso scatenato in tribuna assiste alla vittoria della Francia contro il Marocco
Emmanuel Macron esulta per il seocndo gol francese contro il Marocco. FIFA World Cup Qatar 2022. Photo by David Niviere/ABACAPRESS.COM – Ipa- Fotogramma

Noterella non a margine. Sul Foglio di qualche giorno fa, si esaltava, davanti all’exploit dei nordafricani, la supremazia del calcio europeo. Molti dei nazionali di Regragui (un Gattuso ad alto tasso di fosforo) sono nati – si argomentava – all’estero e cresciuti in club che sicuramente hanno aiutato, per organizzazione e salienti tecnici, la loro crescita, prendiamo Hakimi col Real Madrid o Mazraoui, nato in Olanda e maturato calcisticamente nell’Ajax. Ma l’ambiente della nazionale marocchina ha saputo infondere valori e spingere i testi giusti, l’unità di squadra su tutti. Fattori che contano, se pensiamo alle disavventure dei Bleus in Sudafrica nel 2010, con una squadra litigiosa e una gestione tecnica di Domenech più che rivedibile. Il calcio odierno è una fucina meticcia, non puoi dire che Europa e Sudamerica comandano e il resto non conta. Il resto conta eccome e invitiamo a leggere il campionario  della finalista Francia. Randa Kolo Muani è di origini congolesi e gioca nell’Eintracht, Marcus Thuram, figlio di LIlian, è nato a Parma e ha origini guadalupesi, gioca nel Borussia M’gladbach, Eduardo Camavinga è nato in Francia e ha origini congolesi e angolane, gioca nel Real Madrid, Raphaël Varane gioca nel Manchester United ed è francese e martinicano. Eccetera eccetera. Tutto questo “eurocentrismo”  non lo si vede. La Francia già ai tempi del vittorioso mondiale del ’98 era un arcobaleno di talenti e certo, il paese ha strutture all’avanguardia dedicate alla formazione, come il Centro Nazionale di Clarefontaine, gestito dalla Fédération de Football, ma assorbe ed educa prospetti di ogni parte del mondo, poi, nel caso, li esporta. Risultato dell’ottimo cocktail? Oltre ai 253 della Ligue 1, ci sono 106 calciatori francesi sparsi tra i cinque campionati più importanti al mondo, a indicare un movimento sportivo che sa far crescere giocatori e uomini. Il calcio implica dedizione e “fame”, la carriera da professionisti è una scommessa che non sempre si vince. Ma i ragazzi venuti dalla banlieue o da Paesi dove vivere non è un pranzo di gala, non si spaventano mai.