I lavoratori di Just Eat
cominciano a uscire
dal cono d’ombra

Just Eat, la app di consegne di pasti a domicilio, applicherà ai suoi lavoratori il contratto collettivo nazionale della logistica. La multinazionale ha firmato un accordo aziendale con i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, annunciando l’assunzione stabile di circa tremila fattorini entro il 2021 su tutto il territorio nazionale. “Con la firma i rider avranno più soldi e più diritti – spiega Silvia Simoncini  delegata del Nidil Cgil al tavolo della trattativa –  Scompare il cottimo, si riconosceranno la malattia, le ferie, i permessi e l’accantonamento del Tfr. Ora speriamo di poter produrre un cambiamento positivo per tutti i rider italiani”.


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La notizia arriva a pochi giorni dallo sciopero organizzato venerdì scorso dai fattorini in una trentina di città italiane. Una protesta tanto sentita da riuscire a fermare un colosso come Glovo, costretto a scusarsi con i clienti per il rallentamento del servizio. In quell’occasione i rider hanno chiesto dignità e diritti, un salario adeguato, più sicurezza e un rapporto di lavoro più stabile. Oggi arriva il primo risultato concreto, che finalmente toglie una parte di questi precari quasi “invisibili” dal cono d’ombra in cui sono stati costretti finora. “Un risultato importante – dichiara Andrea Borghesi, segretario Nidil Cgil – per i lavoratori finora meno protetti nella grande area delle attività nate dalle nuove tecnologie. Speriamo possa fare da apripista non solo per tutti i rider ma per tutti gli addetti alla cosiddetta gig economy”.

Poca sicurezza e pagamenti a cottimo

In effetti l’accordo di Just Eat ha il sapore della rivoluzione per un mondo dominato da rapporti saltuari, definiti dai datori di lavoro come prestazioni occasionali, con pagamenti “a cottimo” e poca sicurezza. I colossi delle consegne a domicilio, riuniti in Assodelivery, hanno siglato tempo fa un contratto con l’Ugl che solo sulla carta assicura una paga oraria minima. In realtà ad essere retribuite sono le consegne, più se ne fanno, più si prende. Come appunto nel “cottimo”. E il lavoratore resta un “falso” autonomo: orari, disposizioni, ritmi di lavoro sono tutti imposti dall’azienda – anzi, da un algoritmo prodotto da una app – non c’è nulla che dimostri la libera attività di cui si parla.

riderMentre procedeva il confronto tra Ugl e Glovo, Deliveroo, Uber Eats e Just Eat, quest’ultima ha deciso di chiamarsi fuori e imboccare una strada completamente diversa: regole certe, stipendi dignitosi, protezione sulla sicurezza. Uno stile che la multinazionale olandese segue anche nella madrepatria e in tutti gli altri Paesi in cui è dislocata. Forse c’è la voglia di distinguersi con la clientela, forse il desiderio di formare squadre di addetti più stabili e più efficienti. E magari anche avere rapporti preferenziali con le autorità pubbliche e le istituzioni sociali.

Sicuramente la mossa mette Just Eat al riparo dalla multa milionaria (773 milioni) richiesta dalla Procura di Milano alle multinazionali del settore, sanzionate per non aver garantito livelli adeguati di sicurezza. Nelle loro conclusioni i pm milanesi sottolineano che i lavoratori devono vedersi riconoscere una condizione anche minima di rapporto continuativo, e non soltanto occasionale. La loro indagine era partita da una denuncia contro Uber Eat, che utilizzava un intermediario per assumere i rider a condizioni di sfruttamento: pochi euro l’ora, ritmi disumani sulle prestazioni, addirittura anche ricatti sui permessi di soggiorno degli immigrati.

Il caporalato che gestisce 60.000 persone

L’indagine milanese ha scoperchiato un mondo con cui sono entrati in contatto, per più o meno tempo, circa 60mila persone, ingaggiate nelle forme che la legge definisce come caporalato.  Una cifra esorbitante rispetto alla quota media censita dal sindacato, che si aggira attorno alle 25mila unità.

“Con la pandemia i numeri sono aumentati – continua Borghesi – e le condizioni sono rimaste precarie, nonostante diverse deliberazioni della magistratura in favore di una stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Prima tra tutte, la sentenza della Cassazione dell’anno scorso, in cui si stabilisce che i lavoratori del settore devono poter godere di diritti equiparati a quelli dei dipendenti”.

Proprio la precarietà dei rapporti – niente iscrizione all’Inps, nessun passaggio al centro per l’impiego – rende difficile intercettare gli addetti, che restano isolati, spesso senza rappresentanza, deprivati anche di normali rapporti umani. Di solito hanno a che fare con una App e messaggi via cellulare per le informazioni su pagamenti e ordinazioni. Non conoscono nemmeno per nome i loro colleghi, e anche se li conoscessero, ognuno di loro sarebbe un “pericoloso” competitor per l’altro: chi consegna di più, strappa turni più redditizi al “Big Brother” digitale che governa l’organizzazione del lavoro.

Lo sfruttamento nella gig economy

In questo abisso di solitudine si ritrovano tutti i lavoratori della gig economy: food delivery, consegne Amazon, assistenti di Airbnb. Tutti a maneggiare smartphone e a correre dietro a WhatsApp. Secondo Piérre Bérastégui, ricercatore di scienze sociali all’Università di Liegi, sembrano “cavie” per la costruzione “in vitro” di nuovi rapporti di lavoro. La sorveglianza digitale è talmente pervasiva da essere interiorizzata dal lavoratore, il quale si ritrova prigioniero dell’algoritmo anche quando dovrebbe andare a riposo. E non solo: il controllo tecnologico garantisce una disciplina ferrea nei posti di lavoro, anche grazie all’asimmetria di potere tra le App e i loro addetti.

La distanza tra il lavoratore e l’azienda diventa illimitata. Ma un altro “conflitto” viene innestato nel sistema: quello tra i consumatori e i lavoratori. Non c’è partita tra chi ordina un pacco che dovrà essere recapitato nel giro di poche ore (anche quando il prodotto si trova a migliaia di chilometri di distanza) e chi quel pacco deve consegnarlo con ritmi imposti dall’algoritmo. Mai il divario era stato così forte.

Le multinazionali si impongono ai governi

Per non parlare dell’asimmetria che questi Moloch senza volto riescono a stabilire persino con gli Stati. Multinazionali miliardarie, che incamerano milioni di dati e milioni di dollari sui mercati, riescono a imporre ai governi leggi a loro vantaggio e condizioni fiscali favorevoli. Basti pensare che Amazon, la prima impresa degli Stati Uniti, nel 2018 ha pagato zero tasse federali.

L’anno scorso Uber e Lyft sono riuscite a spendere 200 milioni di dollari per propagandare una legge della California che escludeva i loro autisti dai diritti riconosciuti agli altri loro colleghi. Sono riusciti a convincere i cittadini a votare in loro favore, mentre il board di avvocati dei sindacati ha raccolto un decimo, venti milioni di dollari, per informare la cittadinanza (The Guardian 12/11/2020). Il giorno dei risultati elettorali le azioni Uber e Lyft sono salite rispettivamente del 18 e del 22% facendo aumentare il loro valore di mercato di 13 miliardi in un solo giorno. Naturalmente per raggiungere lo scopo si è usata anche la minaccia di abbandonare la California: niente lavoro per migliaia di autisti.

In Germania Uber ha preferito scavalcare il problema, affidandosi a società private per gestire i lavoratori, anche in quel caso a condizioni capestro. Sta di fatto che dietro questo fenomeno si spostano capitali giganteschi, che rendono tutti, a diversi livelli, un po’ più schiavi.