I dottorandi, la DIS-COLL e Sanguineti: la disoccupazione non è un furto

La mia è una storia di ordinaria disoccupazione – ed è, per paradosso, una conquista sindacale e politica potersene lamentare oggi, dal momento che l’assegno di disoccupazione è stato esteso soltanto dal 1° luglio del 2017 anche a dottorandi, assegnisti di ricerca e titolari di borse di studio. Lo status del dottorato in Italia è burocraticamente fumoso, non di rado soggetto a mutazioni identitarie a seconda dei contesti e delle singole istituzioni universitarie. Abbiamo avuto modo di viverlo sulla nostra pelle (e sulla produttività delle nostre ricerche) durante la fase emergenziale delle «zone rosse», in cui, oltre agli affetti stabili, per spostarsi era necessario avere dei ‘lavori stabili’, e molti colleghi si sono visti negare i permessi di mobilità in quanto «studenti» (con qualche ruga in più e uno stipendio retrocesso a paghetta fuori tempo massimo). Le proroghe ricevute per l’impossibilità materiale di raggiungere archivi e biblioteche sono state ottenute dopo mesi di battaglie dell’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia), in una ritrovata solidarietà digitale tra colleghi contro il mutismo istituzionale del ministero e dei singoli dipartimenti. Dopo anni di pendolarismo tra essere (lavoratore) e non essere (studente), compilando i moduli per richiedere la DIS-COLL scopro una nuova etichetta per le mie prestazioni: «collaboratore». Se il diavolo ha molti nomi, il dottorando ne ha forse qualcuno in più.

Nel limbo del precariato

La mia borsa di dottorato alla Scuola Normale di Pisa è scaduta il 31 maggio – venti giorni dopo aver depositato in segreteria la tesi e un mese e mezzo prima della data prevista per la discussione finale.

Sono entrata ufficialmente, insomma, nel limbo del precariato in cui le anime dottorali «stan sospese» in attesa di partecipare a concorsi di post-doc o assegni di ricerca – più o meno trasparenti, a seconda dei dipartimenti, ma spesso già ‘profilati’, vale a dire: viene pubblicato un bando in cui si cerca una specifica figura bio-bibliografica di studioso (ad esempio, un esperto di tappezzerie orientali nei romanzi tardo-ottocenteschi) che, guarda caso, coincide spesso con un candidato in carne e ossa, dotato di nome, cognome e titolo di tesi stranamente consonante (Le tappezzerie orientali nei romanzi tra 1870 e 1890). Ma questa sarebbe un’altra (e lunga) storia.

Come da prassi, ho completato sul sito dell’INPS la procedura per richiedere l’indennità di disoccupazione; il passaggio successivo consiste nel compilare una domanda di attivazione della DID (Dichiarazione di Disponibilità) e poi prendere contatti con il Centro per l’impiego più vicino al proprio domicilio per stipulare il «patto di servizio personalizzato». La procedura va effettuata online, sul portale ANPAL oppure utilizzando i Sistemi Informativi Regionali. Scelgo la seconda modalità e scopro subito dalle «news» che il sito della Regione Liguria è temporaneamente fuori servizio, il call center si augura «per pochi giorni» (entro due settimane devo protocollare la pratica, quindi spero che siano davvero ‘pochi’ e soltanto ‘giorni’). La piattaforma ligure che accorpa tutti i Centri per l’impiego delle diverse province ha un nome paternalistico, «MiAttivo» – che trasmette subito l’immagine di un eterno ragazzo sbracato sul divano dei genitori che, a un certo punto e «preso per incantamento», decide di ‘attivarsi’, si alza dalla sua pigrizia generazionale fatta di bollette pagate da papà, università finita in ritardo e videogiochi per guadagnarsi un radioso futuro al Centro per l’impiego.

Quel “MiAttivo” che sembra una grande presa in giro

Mi chiedo per quale motivo io che ho perso ben pochi ‘turni’ di lavoro dai 19 anni ad oggi, che dopo il liceo non ho gravato economicamente sui miei genitori neppure per un giorno, che mi sveglio ogni mattina alle 6 e 30 e, nonostante abbia depositato la tesi di dottorato da quasi un mese, continuo a fare ricerca, a preparare convegni, a scrivere (gratuitamente, è ovvio) articoli, recensioni, saggi, debba sopportare passivamente questo monito implicito ad attivarmi, una specie di scappellotto genitoriale in forma di sigla – ‘innocua’ e apparentemente casuale, eppure Nanni Moretti ha ragione: le parole (e, soprattutto, le parole del potere) sono importanti.

«MiAttivo» sembra una presa in giro e un grottesco atto d’accusa, come se dipendesse da me, se la colpa di un sistema malato e tossico come quello dell’università (che pure rappresenta uno spicchio irrisorio – e spesso addirittura ‘privilegiato’ – rispetto alla più generale questione del lavoro in Italia) fosse una mia responsabilità, mia la scelta di ‘attivarmi’ o ‘disattivarmi’, come una lampadina della produttività nazionale. Mentre aspetto che al Centro per l’impiego un funzionario (a volte, mi raccontano, uno psicologo del lavoro) mi domandi perché abbia deciso di richiedere la DIS-COLL (è prassi e ‘nuda’ burocrazia, certo, ma la formula presuppone che ci sia un motivo giusto e un motivo sbagliato per non riuscire a trovare lavoro, e dunque ecco di nuovo la vergogna e il latente senso di colpa sociale per non aver fatto abbastanza, per non aver scelto di accontentarmi di un posto fisso e sicuro, per aver osato superare le ambizioni che il reddito della mia famiglia mi avrebbero ‘naturalmente’ concesso), insomma mentre preparo mentalmente un discorsetto fatto di pietà e auto-giustificazioni, interrogo il mio computer cercando la parola chiave «disoccupazione». Chissà, tra i documenti accumulatisi in tre anni di dottorato, magari salta fuori qualcosa di utile, di esistenzialmente utile.

La “pioggia dal basso” di Sanguineti

Come sempre, a rispondere alla chiamata storica è l’autore a cui ho dedicato gran parte delle mie ricerche, il «poeta chierico» genovese Edoardo Sanguineti, in un articolo comparso sull’«Unità» il 15 settembre del 1981 – che trascrivo come provvisoria conclusione, con qualche piccola ‘postilla’ da chierica del tardo precariato, che aggiungo tra parentesi quadre:

Abbiamo guerre guerreggiate e guerre guerreggiabili, anzi guerreggiabilissime, ora interminabili, ora folgoranti, anche già subito a due passi da casa, e con eccellenti prospettive di servizio a domicilio, e con una bella rosa, anche, tutta intorno, di focolai e di tensioni […]. Siamo devastati dall’inflazione, schiacciati dalla disoccupazione, squalificati dalla corruzione, insidiati dal terrorismo, per non stare a parlare di cassa integrazione, di postumi da terremoto, di droghe leggere e pesanti, e di altre amenità del genere, ma con quattro o cinque grandissime riformissime, che ci addomestichino costituzione, istituzioni, regolamenti, giustizia, parlamento, eccetera, eccetera, rimetteremo tutto a posto in fretta. Il povero Brecht diceva che le idee vanno confrontate con la realtà. Ma si tratta di un’idea banale, evidentemente, di un’idea debole per deboli, e poi era tutta un’altra situazione. Osservava, per esempio, che la proposizione che dice che «la pioggia cade dal basso verso l’alto» si accorda molto bene con altre proposizioni, per esempio con la proposizione che dice che «il frutto viene prima del fiore». Non si accorda, però, con la pioggia. E nemmeno con i frutti. E nemmeno con i fiori. Ma ogni filosofia governativa, in nome della governabilità, ci ha dimostrato da decenni e decenni, e continua quotidianamente a dimostrarci, che la colpa è tutta della pioggia. Così, sappiamo bene che è colpa della pace se la pace è in pericolo, come è colpa dei governati se non si riesce sempre a governarli a piacimento [ed è colpa dei disoccupati se non si attivano per far sì che un lavoro – anzi Il Lavoro – li trovi, pronti e preparati alla vita adulta]. Ma i discorsi bellissimi, è una vera bellezza, non si fanno né con la pioggia, né con i frutti. Si fanno con le parole. E si possono accordare tranquillamente tra di loro, le parole. Il paese aspetta, la città aspetta, e si gode i bellissimi discorsi. Certi giornali assicurano anche, da fonti degnissime di fede governativa, che i prezzi sono concordati, bloccati, contenuti, pattuiti.
Soltanto a uno sciocco, insensibile ai discorsi e alla loro intrinseca bellezza, potrà venire in mente di affacciarsi dentro un mercato, di penetrare in un negozio, di sostare dinanzi a una vetrina, [di andare al centro per l’impiego], di tentare una minima verifica sul campo. Anche quest’autunno, ne sono sicurissimo, avremo pioggia dal basso e frutti prima dei fiori”.

✓  L’autrice è Dottoranda presso la Scuola Normale Superiore di Pisa