I contagi nel centro
migranti di Treviso:
ci pensa don Abbondio

Succede che a Treviso, nella caserma “Silvio Serena”, da qualche anno utilizzata come centro di accoglienza migranti (profughi la maggior parte), uno degli ospiti venga contagiato da un amico pakistano rientrato in Italia – dove ha un lavoro regolare – dopo un soggiorno nel paese asiatico. A fine luglio 137 dei 281 profughi della “Silvio Serena” risultano positivi al Covid, pochi giorni e si balza a 246 positivi, cui si aggiungono anche 11 operatori (su 25). Allarme.

migrantiLa demagogia di Salvini

Adesso, prima di tornare a parlare di cose serie, sbrighiamo la pratica Salvini, che, a proposito del caso, sbraita: questo è un “governo che spalanca i porti e mette in pericolo l’Italia”. Cosa c’entrano i positivi della caserma trevigiana con gli sbarchi dalla Tunisia? Un doppio zero. Perché i profughi ospitati a Treviso sono lì da anni, molti di loro lavorano stabilmente. E demitizziamo pure quel 25% di nuovi contagi causati da persone provenienti dall’estero registrati dall’Istituto Superiore di Sanità: molti sono stranieri di rientro e migranti, ma la percentuale comprende pure gli italiani tornati in patria dalle ferie o da Paesi in cui si erano recati per lavoro. A proposito degli stranieri Covid positivi delle ultime settimane, il professor Locatelli, presidente dell’ISS, parla di “quota marginale”.

Rieccoci a Treviso. Fin da giugno si pensa di utilizzare una palazzina separata all’interno della “Silvio Serena” per gli infetti e scoppiano dei disordini. Si registrano medici aggrediti e sequestrati in guardiola, netti rifiuti da parte di alcuni elementi sopra le righe al grido “Il Covid non esiste”. Gianlorenzo Marinese di Nova Facility, la coop che gestisce l’accoglienza nella caserma trevigiana (e pure quella di Lampedusa) dice che non ha “l’autorità per costringerli a fare le valigie né a indossare le mascherine”. Il direttore generale dell’Usl, dal canto suo, ributta la palla nel campo di Nova Facility. Morale: da giugno, positivi e negativi convivono a stretto contatto.

Ma lo Stato che fa? Nello specifico il prefetto, che – è bene tenerlo presente – dirige un organo periferico del ministero dell’Interno e svolge funzioni di rappresentanza generale del governo sul territorio, è autorità provinciale di pubblica sicurezza e ha poteri d’intervento e responsabilità in materia di protezione civile? Il prefetto Maria Rosaria Laganà, funzionaria di lungo corso, esterna pensosa sulla possibilità di attuare la separazione nella caserma tra positivi e negativi (l’ultimo drappello rimasto): “Non ci sono i presupposti di legge. La norma impone di stare in quarantena, non di chiudere le persone in un recinto o in una stanza”. Don Abbondio in confronto era un decisionista.

Suggerimenti per il prefetto

Il prefetto, che forse non ricorda i mesi di lockdown di una nazione intera, ha le mani legate? Le note esplicative del ministero della Salute (le sottolineature sono nostre) sembrano chiare: “La quarantena è un periodo di isolamento e di osservazione di durata variabile che viene richiesta per persone che potrebbero portare con sé germi responsabili di malattie infettive. Per il nuovo coronavirus la misura della quarantena è stata fissata a quattordici giorni. La quarantena è usata per tenere lontano dagli altri coloro che potrebbero essere stati esposti ad un agente infettivo come SARS-CoV-2. L’isolamento fiduciario viene utilizzato per separare le persone affette da una malattia contagiosa confermata da quelle che non sono infette. Le persone che sono in isolamento devono rimanere a casa, separarsi dagli altri conviventi (rimanendo chiusi in una stanza ed utilizzando, se disponibile, un bagno separato)”. Per non parlare della tanto evocata nei decreti “sorveglianza attiva” e, tanto per dare un tocco di vaudeville, del divieto di assembramento: una ventina di ragazzi a stretto contatto davanti al bar no, quasi 300 profughi ammassati con tanto di positivi acclarati invece sì?

Se non piace il dicastero della Salute, ecco una nota del ministero dell’Interno, sicuramente più familiare alla dottoressa Laganà e a Gianlorenzo Marinese di Nova Facility , riguardante le misure di prevenzione nel sistema di accoglienza migranti: “Fondamentale è l’attività informativa che deve essere assicurata, in modo ampio e aggiornato, dagli enti gestori dei centri, con l’ausilio dei mediatori culturali. In particolare: sui rischi della diffusione del virus, sulle prescrizioni anche igienico-sanitarie, sul distanziamento all’interno dei centri, sulle limitazioni degli spostamenti e, nei casi in cui siano in atto le più stringenti misure previste per i casi di isolamento fiduciario o di quarantena, sull’esigenza del loro assoluto rispetto”.

C’è da restare un filino desolati, anche senza pensare ai costi sanitari che potevano essere evitati. A meno che non valga la regola del benpensante: finché si contagiano tra loro checcefrega? Come se il Covid guardasse prima il passaporto.