I cinesi stanno con Putin, riparte la mediazione israeliana?

Muore la “mediazione cinese”. Anzi, probabilmente non era mai nata e si trattava piuttosto di un abbaglio, di un classico wishfull thinking made in Europe. Il regime di Pechino non solo non si offrirebbe come mediatore, ma, come ha scritto ieri il Financial Times, avrebbe segnalato ai russi la propria “disponibilità” a fornire loro aiuti militari. La rivelazione dell’autorevole quotidiano britannico ha spinto gli osservatori a rimangiarsi il cauto ottimismo con cui era stata accolta la notizia dell’incontro a Roma tra il Consigliere per la sicurezza nazionale americano Jake Sullivan e il responsabile per la politica estera del Partito comunista cinese Yang Jechi.

Sullivan non avrebbe sondato, come qualcuno aveva pensato che avrebbe fatto, la disponibilità cinese a una mediazione tra Mosca e Kiev quanto piuttosto segnalato al rappresentante di Pechino la forte irritazione americana per i segnali di appoggio alle posizioni russe che sono stati espressi negli ultimi giorni dai media di regime e anche da esponenti ufficiali cinesi. Si ricorderà che il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijan la settimana scorsa aveva dichiarato che “sono state le azioni della Nato guidata dagli Stati Uniti che hanno spinto fino al conflitto RussiaUcraina“. Avrebbe dovuto bastare questo a far morire sul nascere qualsiasi illusione sull’incontro di Roma. E se qualcuno ancora continuava ad illudersi ieri è stato gelato dalla durezza dell’unico commento sull’incontro formulato da Sullivan lasciando Roma: i cinesi sappiano che pagheranno conseguenze serie se appoggeranno Putin.

Jake Sullivan

Forniture di tecnologia

L’allineamento di Pechino sulle posizioni russe non dovrebbe destare particolari preoccupazioni per quanto riguarda gli aspetti militari del conflitto. L’unico campo in cui è realistico pensare a un aiuto cinese alla Russia è quello della tecnologia. Ma proprio in fatto di tecnologia militare i rapporti sono rovesciati: sono le forze armate cinesi che dipendono ancora in larga parte dai prodotti della ricerca russa.

Molto più allarmanti sembrano essere le conseguenze politico-strategiche. Si ricorderà che all’inizio del conflitto molti commentatori sostenevano la tesi che a Pechino non dovesse dispiacere poi troppo la situazione creata dall’avventura militare di Putin perché – questo si diceva – avrebbe distolto l’attenzione degli americani dall’area indo-pacifica e offerto ai cinesi una maggiore libertà d’azione, tanto all’espansione della loro egemonia economica sui paesi del sud est asiatico quanto alle loro mire su Taiwan. Poi però era sembrato di cogliere nella dirigenza cinese una certa ostilità verso un’iniziativa militare che comunque introduceva sulla scena internazionale elementi di disordine negativi per le posizioni cinesi in crescita sul mercato mondiale.  È probabile che i due criteri di giudizio abbiano convissuto, ma sembrerebbe che ora abbia prevalso il primo. Russia e Cina non sono alleate e non si amano affatto, ma – come ha sottolineato giorni fa in un’intervista a strisciarossa un profondo conoscitore della Cina come il professor Romeo Orlandi – tra i due paesi c’è una coincidenza di interessi che può spingerli ad agire di concerto sulla scena internazionale. Non è un pensiero confortante che alla tremenda tensione generata in Europa dalla guerra in Ucraina si aggiungano pericolose destabilizzazioni in Asia.

Yang Jechi

Mentre vanno in pezzi le “speranze pechinesi”, risorgono le attenzioni su una possibile mediazione israeliana. L’iniziativa promossa dal premier di Gerusalemme Naftali Bennett, che era andato a Mosca ad incontrare Putin e teneva un filo sempre aperto con Volodymyr Zelenski (il quale continua a insistere nella sua idea di un incontro diretto con il capo del Cremlino a Gerusalemme), sembrava essere giunta a un punto morto. Ieri, invece, si è saputo di una telefonata di un’ora e mezzo che l’israeliano avrebbe avuto con il presidente russo. Un’ora e mezzo è un lasso di tempo molto lungo e anche ammettendo che i due abbiano parlato anche d’altro, dell’Iran per esempio, si può pensare che la situazione in Ucraina, gli obiettivi dei russi e le condizioni di un possibile negoziato siano stati oggetto di un confronto approfondito.

Legami particolari

Israele e la Russia, si sa, hanno legami particolari determinati dalla fortissima presenza nel paese mediorientale di un’emigrazione russa che mantiene solidi rapporti con la madre patria. Ma alcuni osservatori fanno notare il fatto che a rendere gli israeliani sensibili alla necessità di avere buoni rapporti ci sarebbe anche una contingenza legata alla questione del nucleare iraniano. Si sa quanto abbia preoccupato gli israeliani lo sblocco del lungo e complicato negoziato sul controllo e sulla riduzione del programma di Teheran avvenuto qualche settimana fa, accompagnato da una prima, parziale riduzione delle sanzioni americane e comunque dal deciso cambio di rotta di Biden rispetto alla linea di Trump. Il governo di Gerusalemme, quindi, avrebbe accolto come una grazia dal cielo una mossa dei russi che, proprio sulla direttiva d’arrivo del negoziato, potrebbe mandare tutto all’aria. Il ministro degli Esteri Lavrov ha infatti posto come condizione della firma russa dell’accordo (che è garantito da tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) l’impegno di Teheran a non rimpiazzare con proprie forniture il petrolio che la Russia non potrà più esportare a causa delle sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina. Si tratta di una condizione che Teheran potrebbe, forse, accettare ma gli Usa e gli europei certamente no perché rischierebbe di diminuire notevolmente l’effetto delle misure punitive decretate contro Mosca.

Bennett con Putin

Questa temporanea convergenza di interessi con la Russia potrebbe favorire l’iniziativa di mediazione di Israele che, per le stesse ragioni di immigrazione e per i legami storici con l’ebraismo di quell’area, ha buoni rapporti con l’Ucraina e il suo presidente che, per di più, è anche di religione ebraica?

Massacro a Donetsk

Si vedrà. Intanto c’è da registrare che i colloqui diretti tra le due delegazioni che dopo le prime due sessioni in presenza ieri si sono tenuti per via telematica stentano a produrre risultati concreti ed è opinione corrente che i russi non faranno concessioni finché non avranno raggiunto un obiettivo importante sul terreno: la presa di Kiev o almeno di Odessa oppure la conquista consolidata di un corridoio sulla costa del Mar Nero tra il Donbass e la Crimea. Per cui c’è da aspettarsi che la guerra con le sue tremende conseguenze per i civili si impantani e si incattivisca ancora, come si è visto ieri con il massacro provocato da una bomba a grappolo a Donetsk e l’uccisione del noto reporter di guerra americano Brent Renaud e il ferimento di un inviato della Fox tv. Il Blitzkrieg che Putin aveva in testa è fallito e ieri lo ha ammesso anche un’autorità russa ufficiale, il comandante in capo della Guardia nazionale: “Le operazioni sul terreno sono più lente di quanto ci aspettavamo”.