I buoni vincono, ma il protagonista del film “Goldstone” è il deserto d’Australia

I bianchi, gli inglesi, James Cook raggiunsero per la prima volta la parte continentale dell’Australia nel 1770. Aveva a bordo Cook uno straordinario personaggio indigeno di Tahiti, Tupaia, che disegnò una mappa delle isole del Pacifico e che lasciò tanti bei dipinti delle peregrinazioni di Cook. Per anni e anni completamente dimenticato. Perché era un indigeno? Certamente. Alcuni anni dopo dall’Inghilterra cominciarono ad arrivare gli ergastolani e i prigionieri considerati pericolosi, per lavorare nelle miniere australiane.

Così nasce il Queensland

goldstone film Dopo alcuni anni alla metà dell’Ottocento fu fondata la colonia del Queensland. Cook aveva scoperto, dal suo punto di vista, quelle nuove terre, che erano peraltro abitate da circa 60.000 anni. Con parole di oggi gli esploratori britannici di allora non erano immigrati, tanto meno clandestini. Erano loro che portavano la civiltà e le leggi in una terra in cui vivevano popolazioni indigene, chiamati poi aborigeni, dal nome di una antica popolazione italica.

Aborigeni che non sospettavano che sarebbero stati civilizzati, grazie anche al massacro del 90% della popolazione originaria. Non chiesero ai britannici in base a quale legge prendevano possesso di una terra incontaminata, abitata da animali che esistevano solo in quella parte del mondo e da selvaggi, non umani.

Il loro destino era segnato. I porti in Australia non potevano essere chiusi agli invasori semplicemente perché non esistevano porti. Gli aborigeni conoscevano bene il loro paese, e gli animali. E i britannici decisero che anche loro, gli aborigeni, erano degli animali, come i canguri. Si potevano ingabbiare, torturare, e anche uccidere. Solo il 27 maggio del 1967 un referendum concedeva ai nativi il diritto di voto e concedeva al governo di aiutare le loro comunità. Diventavano degli esseri umani.

La tragedia della Stolen Generation

goldstone filmPer anni ed anni nessuno aveva preso in considerazione che esistessero etnie e lingue diverse, con le loro culture. Erano dei selvaggi aborigeni. Solo il 13 febbraio 2008 il primo ministro ha presentato le scuse ufficiali alle popolazioni Aborigene per la “Stolen Generation” (generazione perduta). Il che non ha impedito ai governi australiani di seguire una politica sull’immigrazione (non dei britannici ma dei nativi di altre parti del mondo) che prevede la permanenza delle persone (?) in isole lager lontane dalla terra australiana.

Una lunga e necessaria premessa non per parlare dei decreti sicurezza che sembra vengano messi in discussione in questi giorni in Italia. Paradossalmente, li avessero avuti gli aborigeni di allora per bloccare non migranti ma invasori e colonizzatori, come i britannici! D’altra parte sono i vincitori che decidono le leggi. La premessa serve a  parlare di un film australiano, un noir atipico per diverse ragioni.

Un film girato da aborigeni

Regista, sceneggiatore, autore della musica Ivan Sen, che ha origini tedesco-ungariche e antenati Kamilaroi, popolazione aborigena. Le cui terre andavano dal New (che idea geniale dare nomi di luoghi in madre patria ai territori conquistati premettendo al nome la parola New! come dire, aria di casa nostra, stavano solo aspettando noi questi territori) South Wales al sud del Queensland. I Kamilaroi sono una delle quattro più importanti nazioni indigene dell’Australia.

Protagonista del film è Aaron Pedersen che ha come antenati le popolazioni Arrente e Arabana. Il film si svolge nel Queensland che il regista conosce bene. In particolare nella contea di Winton che copre un’area di 54.000 chilometri quadrati con 1144 abitanti nel 2017 con una densità di abitanti di 0,02 per chilometro. Il nome Winton viene dal nome della città omonima nel Dorset in Inghilterra, luogo di nascita di Robert Allen, il primo bianco a sistemarsi nel territorio. Il governo locale inizia nel 1887. Nella contea di Winton c’è il villaggio di Middleton che nel 2006 contava 121 abitanti. E’ oggi una città fantasma che nel 2016 quando fu realizzato il film a detta del regista contava un bar su ruote e tre abitanti.
Siamo in una delle zone più aride del pianeta. Rocce, sassi, sabbia. Ci sono miniere di metalli di interesse economico. Il set era vicino a Middleton, nell’immaginario villaggio di Goldstone (che da nome al film) che come ha scritto sul Guardian australiano il giornalista Luck Buckmaster “non è una città. Ma è l’intera nazione chiamata Australia.”
E’ un noir, è anche un western, ma la storia che si racconta è la cosa che interessa di meno il regista.

Deserto, grandi spazi, l’acqua nascosta

goldstone film Il detective indigeno Jay Swan interpretato da Pedersen ritorna nella zone che conosceva bene per cercare una turista cinese scomparsa. Incontra l’unico poliziotto del posto, bianco, Josh. L’aborigeno beve in continuazione (peraltro l’unica attività possibile in quei luoghi) mentre il bianco lascia fare ai locali affaristi bianchi venuti da lontano quello che vogliono, sfruttare al massimo le miniere a cielo aperto, e non si ribella se deve accettare dei soldi per star zitto. E’ un vero problema politico dell’Australia la corruzione per ottenere sempre più vaste concessioni minerarie.
I due “buoni” vincono contro i cattivi. In realtà il protagonista del film è il deserto, le riprese dall’alto, i grandi spazi, le rocce, le montagne. La devastazione morale e la distruzione anche fisica dei pochi aborigeni rimasti. Un film da vedere in una grande sala con un grande schermo. E quel canyon incredibile, con un fiume di acqua limpida dove il detective indigeno va con il vecchio aborigeno a cercare le tracce delle sue origini nei graffiti sulle pareti di roccia. Un posto misterioso, magico che i bianchi non conoscono. Come potrebbero?

Il luogo si chiama Cobbard Gorge, è in realtà a circa 150 chilometri di distanza da Middleton. Ed è un luogo aperto al turismo. E nel film, solo in quel luogo ancestrale, c’è l’acqua tanta acqua, la vita, che deve rimanere nascosta, perché la vita sarà distrutta dai bianchi. Il film sono le atmosfere, i paesaggi le rocce, e i due che corrono con le loro auto, cercano di prendere i cattivi, ma almeno Jay spera di ritrovare un qualche scopo alla sua vita oltre al bere e a sparare con il suo fucile precisissimo. E’ anche un western, si diceva. Con cappelloni, pistole e fucili, a pompa ed automatici, magari.

L’ottusità della distribuzione

Un film girato da aborigeni (così continuiamo a chiamarli noi) in alcuni dei luoghi importanti per le storie delle loro diverse etnie. E’ un bel film, non perché ha delle buone motivazioni ma perché i due personaggi e quel paesaggio, quel mondo astratto, rarefatto, impossibile per la vita, funziona.

E’ il secondo film di Sen con il personaggio del detective aborigeno, sempre Pedersen. L’altro film del 2013 si chiama “Mistery Road” ed è stato girato nella stessa zona. Il film del 2016 è stato presentato tra l’altro alla Festa del Cinema di Roma. Non è servito molto. È uscito la settimana di ferragosto 2019 a Roma solo al pomeriggio per due giorni. Grazie ad uno dei pochi cinema indipendenti della capitale. In concorrenza con “Uomo Ragno” e Re Leone. Per il cinema l’Italia è un paese provinciale. D’altra parte, come ha detto di recente un ministro (lo sarà ancora?): che ci frega a noi degli aborigeni?