E ora per sopravvivere
i cinquestelle sono
costretti a rinnegarsi

C’è del sarcasmo involontario in questo onestissimo bilancio storico: il solo sindaco cinque stelle che sia riuscito a conquistarsi il favore del pubblico nel corso degli anni è un sindaco che non è più cinque stelle, e solo perché l’hanno cacciato con ignominia dal partito movimento, all’inizio della sua avventura amministrativa. Federico Pizzarotti sta bene in piedi tra i merli del suo castello di Parma. Sugli altri primi cittadini targati da Grillo, quelli che contano per le dimensioni della popolazione comunale, un diluvio piuttosto impietoso. Già si rifletteva sulla malinconica sorte politica di Chiara Appendino a Torino, sui suoi decisivi infortuni di governo, sul fondamentale pallore politico che ha accompagnato la sua presenza sulla scena di una grande e bella città… ed ecco, ora, il tramonto piuttosto repentino, di Virginia Raggi a Roma, nonostante anni di equilibrismi seguiti ad altro tempo in cui la sindaca della capitale ha spesso mostrato di sé il fronte stupefatto: si capiva bene che non sapeva cosa fare della montagna che le era capitata tra le mani. E infatti Raggi, in limpida ammissione di insufficienza, si era messa nelle mani di una conventicola di affaristi di lungo corso che le vivevano attorno in Campidoglio come amici e consiglieri.

Una Raggi con scarsissima fantasia

Il frangente, venuto alla luce, avrebbe potuto divellere Virginia dal suo trono ma non lo fece, forse perché si convenne – destra, centro, sinistra – che magari non era il momento di aprire una fase di crisi così violenta affidata ad un commissario, non sarebbe stato un successo per nessuno. E lei, chiusa la fase creativa ri-creativa di “Spelacchio” – il celebre albero di Natale che fu issato in Piazza Venezia nonostante le sue condizioni da rianimazione – cominciò a navigare sempre più convinta che il suo bacino d’utenza avesse più chance a sinistra che non a destra. E capitò di assistere a qualcosa che aveva il sapore di una conversione: lei, Virginia Raggi, avvocato cresciuta nel bozzolo degli affari della ricca borghesia della destra romana amministrati da Cesare Previsti e Pieremilio Sammarco, rapita dal “Vaffanculo” del grande ispiratore, ci tiene a farsi notare mentre espugna la sede abusiva degli intoccabili di Casa Pound, mentre pronuncia parole di fuoco contro il fascismo e le sue eredità, presenza cerimonie commemorative della Shoah, si appella con vigore ai principi della nostra Costituzione. E la Costituzione, si ricorderà, era quella cosa che, secondo i precetti degli albori cinque stelle, andava buttata all’aria, insieme ai “manipoli” di oziosi che infestavano le aule del Parlamento.

Ma, intanto, scontenta i taxisti, lascia molte strade tra i rifiuti, i trasporti continuano a soffrire, assiste impietrita al rogo che distrugge – roba di poco fa – il vecchio ponte di ferro e al falò di una trentina di autobus in garage… mentre famiglie di cinghiali familiarizzano con la periferia della città e la notizia fa il giro del mondo. Un po’ di sfiga in tutto questo, ammettiamolo, c’è. Comunque, le due prime cittadine promosse da Grillo, nonostante le differenze dei corsi, condividono un errore fondamentale nell’esercizio delle proprie funzioni e dei propri limiti: l’aver fatto ricorso ad una schiera di consiglieri ed esperti evidentemente poco bravi nel loro mestiere e di scarsissima fantasia. E infatti, stava scritto: cominceremo a sapere chi sono i cinque stelle – così si annotava in tempi lontani – quando saranno costretti a chiedere aiuto agli “esperti”, a quelli che sanno cosa fare, e come. Lì si vedrà la stoffa mentale oltre che intellettuale di quella schiera, e così è stato. Raggi lascia il Campidoglio con una almeno iniziale grande amarezza: il venti per cento di gradimento dopo anni di potere è un insuccesso bruciante, l’elettorato di sinistra, diviso tra Gualtieri e Calenda, non ha perso tempo con lei che pure, conviene riconoscerlo, è cambiata, ha evoluto il suo sguardo sulle cose. Mentre, tuttavia, in campagna elettorale si faceva sponsorizzare da Di Battista, fuori area cinque stelle ormai, per i quartieri di Roma (a dispetto di Grillo che Di Battista ha decisamente contestato per la sua deriva filo-governativa, a tratti sinistrorsa).

Conte e il nuovo Movimento

Una campagna condotta quasi esclusivamente con il Pd nel mirino, e con che toni. Ma chiedere il voto dell’ala dura dei fuoriusciti cinque stelle non è servito a molto, anche perché ciò che resta del M5S non attinge più nel vasto mare di una cittadinanza che attende un richiamo per polarizzarsi… ma nel laghetto sotto casa. Non spopola più, soprattutto, tra i ragazzi: ricordiamo giorni non lontani in cui accadeva anche questo: se non ti dichiaravi cinque stelle eri considerato “fuori” dal gruppo di scuola, oltre che dai tuoi tempi. In questi giorni abbiamo assistito agli impietosi sguardi diretti da Grillo alla sua candidata romana: la inquadrava sui palchi come si osserva un cadavere politico e intanto la recuperava come membro del Comitato di Garanzia del partito, assieme a Fico e Di Maio. Grillo sa da un pezzo di essere uscito dalla storia con la sua creatura. Ma non molla del tutto a Conte, incaricato di dar vita e ordine al nuovo Movimento, decisamente diverso da quello che si era affacciato con molta prepotenza, qualche violenza e nessuna cautela sulla nostra scena. Per cui, le resistenze fin qui opposte da Calenda ad una collaborazione con i cinque stelle oggi perdono peso: devono ancora conquistarsi sul campo una qualche fama di affidabilità e coerenza politica, ma non si può negare che non siano gli stessi cinque stelle che giuravano di aver cancellato la povertà o che facevano festa, durante il primo governo Conte, per il varo delle nuove vigliacche misure anti-immigrazione.

Certo, c’era sempre Di Maio in quelle istantanee di giubilo feroce, come no…  massima attenzione, quindi, che tutto è possibile. Tutto si può attendere da parte di chi è entrato in gioco con due, mi sembra incontestabili, obiettivi strategici: bloccare il corso dell’unificazione europea e distruggere la sinistra storica per prenderne il posto. Ora, sono convinti europeisti e, se non hanno abbandonato del tutto l’ipotesi di fare a pezzi in particolare il Pd, ecco che comprendono bene come la loro esistenza dipenda proprio dal rapporto, di governo, con il Pd. Per cui i cinque stelle son chiamati ad accettare un dato fondante in aperta contraddizione con i loro antichi obiettivi, come fossero chiamati a prendere atto di un tremendo spostamento dell’asse di rotazione della terra. Stordimento, ma il fiuto on line corre veloce come luce. In queste ore, ma è solo un micro-esempio, un gruppo di facebook con circa 10.000 iscritti ha cambiato il suo nome: a “M5S Roma” ha preferito “Movimento cittadini Roma”. Qualcosa vorrà dire questa nuova evanescenza abbracciata perché più rispondente ai feeling svagati del presente. Poi, Conte – che pure brindava con Di Maio mentre si allestiva la gogna per il “buonismo” – ha fatto in modo che il nuovo corso, dovunque conduca, maturi all’interno delle esperienze del centro-sinistra, europeista, attento all’ambiente, democratico e antifascista. In aperta opposizione rispetto alle direttive paleologiche di Di Battista, niente europeista, prigioniero del felice ricordo di quando il M5S governava assieme a Salvini, addirittura vicino all’ala dura della Lega e a quella di Fratelli d’Italia quando si dichiarano sovranisti “anti-sistema” senza tuttavia toccare i rapporti di forza all’interno della società.

Quindi, appare evidente che il gancio fornito da Conte a un Movimento ormai esploso abbia il sapore di un salvagente assai presentabile, che non conserva quasi nulla di una epica grossolanità di accenti e comportamenti, che non risolverà tutto ma intanto si sta a galla. Il mare è in tempesta: i dati delle amministrative sono ben noti e pur mettendo in conto il disagio ricorrente provato dai cinque stelle in occasione di elezioni amministrative, dicono di una sconfitta più che preoccupante. La domanda è una sola e non è se Conte ce la farà ma che tipo di elettore si porterà appresso nella sua liturgia politica, che tipo di militante servirà quella liturgia. Perché erano nati per distruggere quel che c’era, non avevano altri credo al difuori di un “vaffanculo” acido, la loro identità stava tutta lì, in quella negazione fondamentale che non richiedeva intelligenza politica, anzi la rifiutava e si fondava su quel rifiuto che era culturale prima che politico. Il pensiero lungo competeva ad altri, a Grillo, il “poeta”, a Casaleggio il “sognatore”, non a loro. Son vissuti così: nessuna libertà interna al partito, nessuna autonomia, nessun contatto non autorizzato tra le diverse zolle territoriali del partito: che tipo di soggetto politico, e quindi di dirigente politico, può nascere da un pozzo di pensiero così asfittico? Di sicuro, può nascere Di Battista, che è un modello e non a caso ora sta fuori-casa. Comunque: Raggi non apre alcuno scivolo in favore di Gualtieri, Gualtieri fa sapere di non cercare apparentamenti, di rivolgersi direttamente agli elettori cinque stelle (oltre ai calendiani), e annuncia che della giunta faranno parte solo rappresentanti delle forze che lo hanno sostenuto, oltre a tecnici ed esperti indipendenti. Calenda sembra più vicino, allora. Ma che rifletteranno i frammenti dei cinque stelle? C’è tempo per le urne e per i colpi di scena.