Helsinki-2 è la parola d’ordine per cercare la via della pace

Come Movimento europeo abbiamo preso atto con grande soddisfazione della proposta, che il Presidente Sergio Mattarella ha avanzato davanti al Consiglio d’Europa, di una Helsinki-2. Si tratta di un’idea che il Movimento europeo ha lanciato all’alba del 24 febbraio condannando l’invasione dell’Ucraina appena iniziata per decisione dell’autocrate Vladimir Putin.

Di fronte all’immane tragedia umanitaria che si sta consumando da allora, il primo obiettivo della comunità internazionale e dell’Unione europea deve essere una tregua con l’immediata cessazione dei bombardamenti e delle ostilità in particolare nei confronti della popolazione civile, mettendo fine alle stragi come quella avvenuta a Bucha – una città rimasta inaccessibile all’esercito ucraino per un mese – per mano dell’esercito russo.

Una garanzia per i profughi

La cessazione delle ostilità militari dovrà facilitare ed accelerare la creazione di corridoi umanitari, dando la priorità alla protezione delle donne e dei minori nel quadro di una politica comune di assistenza ai rifugiati e di aiuti per garantire delle misure di inclusione nell’Unione europea di tutti i richiedenti asilo provenienti da paesi terzi.

Al di là della protezione temporanea dei rifugiati – di tutti i rifugiati – la Ue deve adottare con urgenza un quadro giuridico per garantire i loro diritti sul territorio europeo in collaborazione con le organizzazioni della società civile, con particolare riferimento ai minori e ai bambini, come è stato richiesto dal Parlamento europeo il 7 aprile 2021, e portare a conclusione la revisione degli accordi di Dublino.

I tentativi di dialogo si sono scontrati finora con il muro invalicabile dell’aggressore, ma la comunità internazionale e l’Unione europea devono tuttavia tentare ancora questa strada con tutti i mezzi a loro disposizione: il dialogo con Vladimir Putin deve continuare nonostante tutto per imporre prioritariamente il “cessate il fuoco”.

Il Movimento europeo ha già proposto di percorrere anche altre strade come quelle previste dallo statuto delle Nazioni Unite e in particolare dal suo capitolo VII che autorizza sia il Consiglio di sicurezza con una maggioranza di nove membri su quindici (ma con il diritto di veto dei membri permanenti: Russia, Cina, Stati Uniti, Francia e Regno Unito) che l’Assemblea generale in seduta straordinaria con una maggioranza dei 2/3 a decidere misure di peace enforcement che precedono gli interventi di peace keeping. Si tratta delle “Forze internazionali di pace” che potrebbero operare sulla base del documento “United Nations Peacekeeping Operations: Principles and Guidelines”.

Certo, sappiamo anche – e non sottovalutiamo evidentemente questo aspetto essenziale – che l’intervento di queste forze non è mai avvenuto quando c’è stato il veto di uno dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza, ma si ricorda che nel novembre 1950 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite – in seduta straordinaria e per superare i possibili veti nel Consiglio di sicurezza dei membri permanenti – approvò la risoluzione 377A “Uniting for peace” che autorizzava la stessa Assemblea generale a adottare a maggioranza qualificata delle misure di peace enforcement o di peace keeping, pur se questa risoluzione non è stata mai applicata. Sebbene questa possibilità non sia diventata diritto consuetudinario e la sua legittimità sia stata contestata, dare voce all’Assemblea generale avrebbe oggi un grande significato: sarebbe un modo per superare l’impotenza dimostrata dalle Nazioni Unite, che è evidente, nonostante il fatto che essa abbia adottato a larga maggioranza due risoluzioni di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina.

il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte 27-05-2019
il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte 27-05-2019

 

Rendere attuali gli accordi di Minsk del 2014

Questa strada è evidentemente irta di ostacoli, ma l’immane tragedia umanitaria che è in atto deve spingere la comunità internazionale a tentare di intraprendere anche le strade più impervie.

In questo spirito, appaiono importanti tanto il ruolo che potrebbe essere svolto dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) quanto l’attualizzazione degli Accordi di Minsk del 2014 e del 2015, finora mai applicati da Russia e Ucraina, che dovrebbero essere messi sul tavolo del negoziato diplomatico su iniziativa della stessa OSCE, in cooperazione con l’Unione europea che invece si affidò allora e si è affidata ancora una volta oggi a singoli Stati membri rendendo inefficace il proprio ruolo di garanzia e di mediazione.

Contemporaneamente a questo tentativo di appeasement devono proseguire le iniziative coercitive di isolamento del regime di Vladimir Putin a cominciare dalle sanzioni economiche e finanziarie e dall’esclusione della Russia da molte organizzazioni internazionali come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sui diritti fondamentali insieme con tutti gli aiuti necessari all’Ucraina in questa crisi. Tutto ciò nella consapevolezza del fatto che il conflitto “freddo” con la Russia non è contro il popolo russo ma contro il nuovo “Zar” al potere.

Tali sanzioni devono colpire con un embargo totale tutte le risorse energetiche della Russia (gas, petrolio, combustibile nucleare e carbone) – come ha chiesto il Parlamento europeo il 7 aprile 2021 e come ha sottolineato anche il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ponendo l’alternativa fra la pace e il prezzo del gas – mediante una programmazione a livello europeo sia a breve che a medio termine coerente con l’obiettivo della transizione ecologica e con la necessità di rendere l’Unione europea autonoma nella sua politica energetica e di colpire un settore vitale dell’economia di Mosca che contribuisce a finanziare il suo apparato militare.

Il Procuratore della Corte Penale Internazionale, Karim Kahn, ha già avviato il 2 marzo un’inchiesta mentre molti Stati europei hanno già aperto dei dossier per crimini di guerra contro l’umanità nei confronti di Vladimir Putin e degli altri responsabili dell’aggressione rendendo possibile l’emissione di mandati d’arresto secondo le regole del diritto internazionale.

Il Movimento europeo sottolinea l’intesa raggiunta fra Stati membri e Ucraina per la costituzione di un gruppo di indagine congiunto per il reperimento delle prove, con l’assistenza di Europol ed Eurojust, così da assicurare una raccolta la più completa ed efficace possibile. L’Ucraina ha del resto accettato la giurisdizione della Corte Penale Internazionale attraverso una dichiarazione ad hoc, nel 2015, in relazione a crimini di guerra, crimini contro l’umanità ed atti di genocidio perpetrati nei propri territori internazionalmente riconosciuti, inclusi quelli illegalmente annessi dalla Federazione Russa (la Crimea) e quelli illegalmente occupati da forze ribelli sostenute della Federazione Russa (le sedicenti Repubbliche autoproclamate del Donbass). Inoltre, il Parlamento di Kiev ha emendato la Costituzione nel 2016 inserendovi una norma in cui l’Ucraina accetta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale.

All’inchiesta avviata dal Procuratore della Corte Penale Internazionale il 16 marzo si è aggiunto – con tredici voti favorevoli e i voti contrari dei giudici russo e cinese – l’ordine della Corte di Giustizia dell’Aja alla Russia di interrompere con effetto immediato tutte le operazioni militari in Ucraina.

Una campagna di informazione rivolta al popolo russo

Il Movimento europeo sottolinea la richiesta, adottata dal Parlamento europeo il 7 aprile 2022, di creare un Tribunale speciale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra perpetrati dalla Russia. Spetta alle organizzazioni umanitarie e non governative che agiscono in Ucraina e nei paesi vicini di raccogliere prove dei crimini che si stanno perpetrando sul suolo della Repubblica ucraina per inviarle al Procuratore della Corte Penale Internazionale costituendo rapidamente una coalizione internazionale e arricchendo la pagina internet creata ad hoc dall’Ucraina. Sarebbe inoltre importante avviare una campagna internazionale per denunciare la repressione della libertà e dei diritti fondamentali in Russia.

Occorre inoltre avviare una campagna di informazione rivolta al popolo russo, al mondo della cultura, dell’accademia, dell’arte, della scienza e dello sport insieme alle organizzazioni internazionali non governative a cui aderiscono associazioni russe usando gli spiragli di intervento che sono ancora possibili attraverso i media e gli strumenti dei social che non sono stati ancora oscurati dal regime esprimendo una solidarietà fattiva nei confronti di tutti coloro che in Russia hanno manifestato contro l’aggressione dal 24 febbraio e costituendo una coalizione di giuristi, avvocati e magistrati internazionali che sostenga la difesa di tutti gli arrestati.

L’Unione europea deve usare tutti gli strumenti previsti dall’accordo di associazione con l’Ucraina entrato in vigore nel 2017 sia rafforzando tutti gli aiuti al paese aggredito sia prevedendo un piano straordinario di ricostruzione e di peace building che l’aiuti ad avviare dopo la guerra le riforme interne per contribuire al suo inserimento nel processo di integrazione europea.

Nel 1950 alcuni paesi europei che si erano combattuti per decenni hanno trovato nella dimensione comunitaria la via della cooperazione e della pace per il benessere delle loro cittadine e dei loro cittadini e per contribuire alla pace nel mondo.

La fine della guerra in Ucraina dovrà permettere la convocazione di una Conferenza europea per la pace e la sicurezza – sul modello degli Accordi di Helsinki del 1975 (Helsinki-2), della Carta di Parigi e del Memorandum di Budapest – su iniziativa dell’Unione europea e dell’OSCE proponendo di adottare laddove apparirà necessario e in particolare in Ucraina un modello di convivenza, simile a quello che è stato applicato in Italia nella provincia autonoma di Bolzano, con gli accordi De Gasperi-Gruber e con il contributo finanziario dell’Unione europea.

La Conferenza dovrà essere aperta alla partecipazione della società civile e contribuire al rilancio dei negoziati per la riduzione e il controllo degli armamenti a livello internazionale che provocano conflitti, miserie, distruzioni e sofferenze aprendo la strada alla riforma delle Nazioni Unite nel quadro di un rilancio del multilateralismo.