Guerra, crisi e mercati globali: garantire il diritto al cibo

A quattro mesi dall’inizio della guerra, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina gli impatti del conflitto si fanno sentire ben al di fuori della regione del mar Nero, e le principali agenzie delle Nazioni Unite gridano, ad oggi inascoltate, l’allarme di una crisi alimentare senza precedenti che sta già colpendo le popolazioni più vulnerabili in paesi afflitti da cambiamenti climatici, situazioni di conflitto e fragilità economica.
“L’attuale crisi alimentare potrebbe trasformarsi rapidamente in una catastrofe alimentare di proporzioni globali nel 2023”, ha affermato Rebeca Grynspan, segretario generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, UNCTAD.

Se l’impatto della guerra sulla sicurezza alimentare è in genere visibile nella distruzione dei terreni agricoli, dei sistemi di irrigazione e delle infrastrutture che impediscono i raccolti attuali e futuri, proiettando a lungo termine l’insicurezza sulle popolazioni colpite, in questo specifico contesto, è invece l’aumento vertiginoso dei prezzi del grano, dell’energia e l’estrema dipendenza da pochi attori sul mercato globale a spingerci sull’orlo della “catastrofe alimentare” globale di cui si parla. Mentre scriviamo, circa 25 milioni di tonnellate di grano giacciono nei porti del Mar Nero a causa del blocco russo e delle mine (russe ed ucraine) piazzate lungo la costa. Per capire il dato, basta rapportarlo alle importazioni del 2020 di alcuni paesi: Libano 630mila tonnellate, all’80% provenienti dall’Ucraina; Etiopia 17mila, Yemen (che importa il 100% de suo fabbisogno) 3,9 milioni. Anche i premi assicurativi per le navi che operano nel Mar Nero salgono vertiginosamente, con ulteriori riflessi sui prezzi degli alimenti di base.

Se la guerra non arrivasse ad una soluzione immediata, e ad oggi non se ne vedono segnali, i livelli già record di insicurezza alimentare acuta aumenteranno drasticamente: il Programma Alimentare Mondiale (WFP) dichiara che la fame nelle sue forme più gravi si estenderà ad altri 47 milioni di persone, innalzando la cifra da 276 milioni (già raddoppiate a seguito della pandemia da Covid 19) a 323 milioni, in 81 Paesi, con gli aumenti più consistenti in Africa sub-sahariana.

Etiopia, Afghanistan, Somalia, Sud Sudan e Yemen sono paesi in cui, secondo il rapporto del Global Network Against Food Crisis, realizzato da Unione Europea, FAO e WFP, si rende urgente un’azione umanitaria mirata a prevenire la fame e salvare vite umane dalla morte. Il rapporto fornisce raccomandazioni specifiche a breve termine da attuare prima che si materializzino nuovi bisogni umanitari e si vada verso situazioni catastrofiche.

La tempesta perfetta

L’acuirsi dei livelli di crisi alimentare in questi paesi non avviene solo a causa della mancata fornitura di grano, fertilizzanti e olii dalla regione del Mar Nero. Ricordiamo infatti che Russia e Ucraina forniscono il 30% del grano commercializzato a livello mondiale, il 75% dell’olio di girasole ed il 20% del mais per alimentazione animale: un impatto significativo ma, di per sé non determinante. Tuttavia, la pandemia da COVID 19, aveva già preparato le condizioni per la “tempesta perfetta”, con i suoi strascichi di povertà, aumento delle disuguaglianze, debito e problemi nella catena di approvvigionamento alimentare.

L’aumento progressivo dei prezzi alimentari globali in corso già dalla metà del 2020 ed ora ai massimi storici, e quello dei carburanti anch’essi ai loro massimi da sette anni hanno provocato effetti a catena che si ripercuotono sul cibo. In situazioni in cui le famiglie spendono più del 50% del reddito per alimentarsi, l’inflazione pari o superiore al 15%, mette a rischio le condizioni di salute, abitazione e di esistenza stessa delle popolazioni, tanto che il Global Crisis Response Group (GCRG) delle Nazioni Unite parla ormai di crisi, al plurale: alimentare, energetica e finanziaria e crisi del “costo della vita”.

Non c’è di fatto un problema di disponibilità di cibo (grano) in questo momento ma di accessibilità, dovuta ai prezzi lievitati ed alla mancata solidarietà internazionale. Cina, Stati Uniti, e Canada sono tra i maggiori produttori al mondo di grano, ma la loro produzione è assorbita dal mercato interno. Stesso discorso vale per l’India, il cui governo ha deciso di limitare le esportazioni a causa del danneggiamento dei raccolti per gli eventi climatici estremi che quest’anno hanno interessato il paese: in effetti, in alcune zone, le ondate di calore hanno raggiunto i 45.03 °C.

L’oligopolio del cibo

Abbiamo già evidenziato come essere estremamente dipendenti dalle importazioni di pochi paesi e di pochi attori sia particolarmente rischioso (leggi qui).  La globalizzazione dei mercati ha rafforzato pochi attori dominanti che operano in una posizione di oligopolio, sia in termini di forniture che di riserve. Solo sette paesi al mondo rappresentano l’86% delle esportazioni di grano, mentre tre paesi detengono il 68% delle riserve mondiali di questo cereale. Le cifre non sono dissimili quando guardiamo ai cereali secondari, mais, riso e soia: prodotti che costituiscono insieme al grano in media il 50% delle nostre diete. Trentasei Paesi, tra cui alcuni dei più vulnerabili e impoveriti al mondo, si trovano in una situazione di dipendenza dalle importazioni per più della metà del fabbisogno annuale del cereale di base delle loro diete.

La situazione diventa catastrofica nelle aree del mondo già afflitte da cambiamenti climatici, fragilità delle istituzioni e conflitti, laddove la fame può a sua volta aumentare tensioni preesistenti, in una spirale di instabilità e violenza. Pensiamo alla Nigeria, dove la popolazione in situazione di emergenza alimentare raggiungerà quasi 1,2 milioni di persone tra giugno ed agosto 2022, o la Somalia dove in questo momento c’è un rischio concreto di carestia, con siccità ricorrenti dovute a piogge molto inferiori alla media, prezzi dei generi alimentari in netto aumento ed assistenza umanitaria insufficiente.

Ripensare i sistemi alimentari

In un quadro simile, nel breve periodo la risposta non può che essere umanitaria, emergenziale e rapida, stanziando fondi e creando reti di sicurezza e protezione. Sul medio e lungo periodo, tuttavia, è necessario ed urgente ripensare i sistemi alimentari e le regole del commercio. La sicurezza alimentare ed il diritto al cibo vanno ripensati su basi nuove, preparando le difese contro le inevitabili e sistematiche crisi alimentari del futuro, in particolare nei paesi più vulnerabili agli shock ed in cui più gravi sono le violazioni dei diritti umani ed ambientali.

Come da anni reclamano le reti internazionali di contadini, allevatori e pescatori di piccola scala, che ad oggi costituiscono l’unica garanzia concreta per i paesi di evitare crisi alimentari, è necessario costituire riserve regionali di cereali, lavorare nella direzione della diversificazione della produzione alimentare, e delle diete, aumentando il più possibile l’autosufficienza, e riducendo la dipendenza da fertilizzanti ed energia fossile.

Bisogna ripensare la governance globale in termini di maggiore democraticità – alimentare – e non solo, rimettendo al centro la responsabilità dei governi, tassando i profitti stratosferici raggiunti da pochi attori economici in pochi anni in settori chiave (alimentare, farmaceutico, tecnologico, ed energetico).

Purtroppo i 670 milioni di dollari stanziati dagli USA per far fronte alla crisi alimentare in Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Yemen di fronte ai 40 miliardi di dollari stanziati in aiuti militari per l’Ucraina danno un’idea delle priorità strategiche della super potenza che ci influenza di più, ed a noi più vicina.
Come condizione minima di una governance funzionale, i mercati dovrebbero essere messi in condizioni di operare in trasparenza, ed è necessario stabilire regole chiare che frenino la speculazione finanziaria, in particolare sui beni primari e di base da cui dipende la sopravvivenza dell’umanità in modo estremamente interconnesso, in ogni parte pianeta.