Guai ai poveri! La lunga guerra combattuta dalle classi dominanti

Pubblichiamo stralci dell’introduzione al libro “Classi pericolose, una storia sociale della povertà dall’età moderna a oggi”, un lungo saggio di Enzo Ciconte edito dalla casa editrice Laterza nella collana i Robinson/Letture”. Enzo Ciconte è docente di Storia delle mafie italiane presso l’Università di Pavia, è autore di numerosi saggi sulla criminalità organizzata ed è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia.

Un uomo cammina per strada. Ha i capelli bianchi, trascina i piedi come se facesse fatica a muoverli. Ha con sé un fagotto dove custodisce tutto quello che possiede e che gli consente di sopravvivere. Si dirige con un’andatura lenta in fondo alla piazza, un luogo che conosce bene perché vi trascorre sempre le notti sopra una panchina. È duro, quel giaciglio, ma è sempre meglio che dormire per terra, dove ci sono sporcizia, polvere, umidità e topi che scorrazzano. Questa sera, però, la panchina, la sua panchina, è diversa. Ha dei braccioli in ferro che gli impe­discono di distendersi per dormire. Tutte le panchine della città adesso sono così. Il sindaco ha fatto installare i braccioli in ferro per impedire che siano usate da poveri, da barboni, da chi non ha un tetto sotto cui ripararsi. Non è stato l’unico; altri sindaci si sono comportati allo stesso modo. È una questione di decoro e di ordine pubblico, così è stata giustificata la scelta.

Il nostro povero vecchio non riesce a credere ai suoi occhi, stenta a comprendere perché un essere umano possa essere così crudele; non sa che fare. Alla fine si decide: vuol dire che dormi­rà per terra, e pazienza se aggiungerà altra sporcizia a quella che già ha addosso. Il nostro uomo dai capelli bianchi è di Verona, la città di Giulietta e Romeo visitata da frotte di turisti che ogni anno arrivano da tutto il mondo attratti dal fascino del racconto di William Shakespeare che ha messo in scena la storia avvin­cente e crudele d’un amore contrastato dal cuore di marmo dei genitori, i Montecchi e i Capuleti, le cui famiglie da generazioni si erano combattute senza esclusione di colpi; amore finito con il suicidio dei due giovani.

Il sindaco della città sul finire del primo decennio degli anni Duemila emana un’altra ordinanza, vietando a tutti di dare soldi a poveri, accattoni, questuanti che stazionino davanti a chiese, bar, ristoranti, negozi. I veri poveri non vanno a chiedere soldi per strada, ha detto con sicurezza il sindaco.

Guai ad essere poveri a Verona! Non puoi chiedere l’elemosi­na, non puoi sdraiarti su una panchina, non puoi esistere. La logi­ca di queste politiche è che non è decoroso mostrare in pubblico la povertà e disturbare con spettacoli inopportuni i benpensanti, i ricchi e i ricconi che abitano o frequentano il centro cittadino. Qualche anno dopo, a Pordenone, nel ricco Friuli, tre donne che fanno parte di una rete solidale hanno portato delle coperte a decine di richiedenti asilo ai quali la legge italiana riconosce il diritto all’accoglienza. Ma quello che per la rete solidale è un atto di umanità, per il pubblico ministero è un reato e per il sindaco è un atto disdicevole perché un’accoglienza degna e rispettosa dei diritti umani costituirebbe un fattore di attrazione. Arrive­rebbero altri migranti, questo è il timore, sarebbe un’invasione.

Le foto dell’articolo sono tratte da Vatican News

A Trieste, nel 2019, la Digos viola il domicilio di due coniugi, Lorena e Gian Andrea, con l’accusa di favoreggiamento dell’im­migrazione clandestina a fini di lucro per aver ospitato una notte una famiglia iraniana con due bambini di 9 e 11 anni provenienti dalla rotta balcanica. I due erano sospettati di far parte di una cellula triestina di passeur e di aver fondato Linea d’ombra, l’as­sociazione che ogni giorno accoglie in piazza del Mondo (piazza della Libertà) decine di migranti sofferenti e spesso feriti dalle polizie nel loro viaggio.

Riemerge sempre, dal fondo della storia, la plurisecolare paura dello straniero, del diverso. E non è solo un problema italiano.

Sembrano novità, queste iniziative, e invece sono molto an­tiche e sono il segno più evidente del fallimento storico di po­litiche rivolte a nascondere, eliminare dalla visuale, occultare, reprimere, rinchiudere in luoghi lontani dalla vista poveri, mar­ginali, scarti, reietti della società, con l’illusione che così facendo il problema si risolva. Reclusori e manicomi sono stati a lungo tra i luoghi dove rinchiudere questi soggetti.

Povertà e miseria, debordanti in alcuni periodi e quasi in­visibili in altri, per quanto si faccia per nasconderle non scom­pariranno e, anzi, sono presenti ancora oggi, mentre si stanno scrivendo queste pagine, con l’imperversare del virus, il Co­vid-19 e le sue varianti, che sta provocando in tutto il mondo uno sterminato numero di vittime e un aumento delle povertà e delle disuguaglianze preesistenti. Vittime tra le vittime sono le donne, perché le disuguaglianze economiche si aggravano e si aggiungono anche alle disuguaglianze di genere (…)

Poveri e stranieri sono considerati pericolosi, ma sono senz’altro in buona compagnia perché c’è un’enorme varietà di soggetti definiti come pericolosi: banditi, briganti, vagabondi, assassini, criminali, pendagli da forca, masnadieri, ladroni, ac­cattoni, mendicanti, marginali, prostitute, ebrei, esposti, malati, folli, esclusi, diseredati, schiavi, zingari, ladri, farabutti, taglia­borse, manigoldi, malandrini e imbroglioni di tutte le specie e di tutte le età. Una lunga lista di persone, parziale perché si rinno­verà di frequente, appartenenti alle fasce deboli o a determinate minoranze, sono state considerate pericolose e da controllare per i loro atti criminali o, altrettanto spesso, per la loro semplice condizione sociale. Ci sono pure le streghe, donne pericolose per antonomasia, processate, torturate e costrette alla pubblica abiura dal Sant’Uffizio oppure messe al rogo in piazza perché tutti potessero assistere allo spettacolo.

Sono considerati criminali anche quando non hanno fatto nulla per violare la legge, perché, come si vedrà, si è affermata la tendenza a definire in termini criminali problemi che hanno una forte connotazione sociale, e perciò «non tutti i reati vengono considerati come meritevoli di un castigo e non tutti i castighi sanzionano un reato o un sospetto di reato». Come accade di solito, sono la cultura dominante, le circostanze e i gruppi di potere e di comando in quel periodo storico a determinare la scelta di cosa considerare reato, e se e come punire. E tutto ciò ha a che fare con la giustizia e l’ingiustizia.

Il controllo diventa l’ossessione di tutti i regnanti (…)

Poveri e criminali sono strettamente imparentati; è una con­vinzione diffusa che attraversa i secoli: i poveri sono anche cri­minali. Ma solo i poveri sono criminali? No. Ci sono crimini dei poveri e crimini dei ricchi e dei potenti, solo che «la criminalità dei potenti riflette condizioni socioeconomiche di privilegio». Anche i ricchi rubano è il titolo di un recente libro di Elisa Pazé che ha un incipit fulminante: «Anche i ricchi rubano. E im­brogliano, e giungono ad uccidere. Lo fanno nelle forme più disparate». Rubano cifre enormi.

Questo libro non si occupa di loro, ma è bene che si ricordi che anche i ricchi a volte sono criminali e pericolosi (…)

Ci sono due tendenze nella storia d’Italia che durano nel tempo. La prima: le classi dominanti o, più precisamente, segmenti e gruppi consistenti di esse hanno fatto ricorso con frequenza a forze extralegali quando si sono sentiti minacciati o pensavano di essere soccombenti, oppure hanno utilizzato settori ed apparati dello Stato, a cominciare dai servizi segre­ti. Un particolare rapporto ha legato classi dirigenti e soggetti pericolosi, élite e criminali. Per secoli, sin dall’età comunale, questo comportamento è emerso sotto vari regimi politici e in diverse latitudini.

La seconda persistenza è la corruzione che s’insinua nelle pieghe delle relazioni sociali, economiche e politiche a partire dal grande scandalo della Banca romana fino a Tangentopoli e ancora oltre. Questi si possono definire crimini senza violenza apparente. Sono i crimini dei ricchi, dei potenti che non sem­pre sono puniti. Sono crimini dell’epoca più recente perché quelli commessi nei secoli passati avevano inglobato anche la violenza. Con il passare del tempo, la criminalità dei ricchi e dei potenti sembra orientata più verso la corruzione e le violazioni finanziarie di ingente portata economica, e verso un intreccio di relazioni con forze politiche al governo. Il Novecento e questo primo ventennio del nuovo millennio rappresentano l’apoteosi dei crimini dei ricchi che continuano ad essere in aumento.

Questo è un libro di storia, ma è una storia che ha una pre­cisa prospettiva: guardare dal basso, osservare le smisurate disuguaglianze sociali, le vicende umane, sociali, economiche, politiche, religiose, antropologiche, in particolare delle classi subalterne, per comprendere le quali e per valutarne le varie rappresentazioni pubbliche e le relative percezioni in termini di pericolosità è sempre bene tenere a mente una chiave di lettura suggerita da Antonio Gramsci: «per una élite sociale, gli elemen­ti dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico».

Da qui nasce la convinzione che sia necessario controllarli con ogni mezzo perché sono pericolosi, emarginarli, metterli fuori dalla portata degli occhi dei tanti soggetti timorati (…)

Enzo Ciconte: “Classi pericolose, una storia sociale della povertà dall’età moderna a oggi”. Edizioni Laterza 2022, 312 pagine