Grillo ora pretende
l’atto di fede

Se c’è la fede c’è tutto. Con la pace nel cuore, prendiamo atto dell’invocazione che in questo senso ha diramato Beppe Grillo poche ore fa. L’ex leader dei cinque stelle, dopo aver consegnato il potere nelle mani di Di Maio, ha pronunciato a Trento queste precise parole: “Ora però noi abbiamo bisogno di un atto di fede per cambiare le cose in questo Paese”. Non ha direttamente bisogno di voti, non gli servono finanziamenti, donazioni, vuole fede. Non fiducia, ché la fiducia è cosa terrena, mentre la fede ti riconnette ai fondamenti non conosciuti della vita sulla terra. Stiamo parlando, cioè, almeno in politica, di un investimento ad altissimo rischio, perché devi credere a scatola chiusa, devi sposare una sorta di “titolo spazzatura”, direbbe un agente di Borsa che per vocazione non ha il senso dello spirito. Ma esattamente questo vuole Grillo, ad un passo dal cielo. E a che titolo invoca? Risponde lui, senza giri di parole: “Mi ritrovo leader del più grosso movimento politico in Italia”: ma come, non aveva da poco appeso il potere al chiodo? Non avevano illustri commentatori preso atto dello storico passaggio di testimone dalle mani del fondatore a quelle dell’azzimato Di Maio? Certo che sì, ma che gli frega? Pecca fortitersed – pecca fortemente ma – frega fortius – frega più fortemente. A questo serve la fede: a passar sopra a questo mare di minutaglia senza senso, la vita è tutta una contraddizione, che ci vuoi fare? Le cose che contano sono altre. Chi, di fronte a queste simpatiche lezioni di etica sente immediatamente odore di casa sono i fedeli di Berlusconi e si può capirne l’emozione. Con un vero atto di fede erano stati chiamati a votare in Parlamento, non al Billionaire, la buonafede – arieccoci –  del loro idolo quando sosteneva che Ruby – una gentile signora entrata in contatto con la generosità del sant’uomo – fosse la nipotina di Mubarak e non la mamma di Pocahontas. Questo passato torna ora potentemente in scena per il fatto che Berlusconi – dato per morto, politicamente – viene adesso accreditato come temibile contendente per chiunque nell’agone politico. Quando quei parlamentari son tornati, dopo il voto, alle loro famiglie, mogli, mariti e figli li hanno accolti tra convulsioni di risa paonazze. Perché, sia chiaro, la fede, quando è sincera, porta anche il buonumore. “La politica dovrebbe essere divertente perché è umana, l’umorismo è umanità, c’è da diffidare di chi non ride”: chi l’ha detto? Forse Berlusconi, il protettore della famiglia Mubarak? No, sono parole di Grillo, pochi istanti dopo aver chiesto un atto di fede. Lotta di classe, popcorn alle masse.