Greta, Vanessa e le altre: dopo 50 anni è tempo di agire sul clima

Dopo l’incerto esito del G20 di Napoli su Ambiente e clima molte aspettativeerano state riposte nella COP26 che si svolgerà a Glasgow tra il 31 Ottobre e il 12 di Novembre prossimi.Come è sufficientemente noto COP è l’acronimo di Conference of the Parties che indica una Conferenza delle Nazioni Unite sui mutamenti climatici. 26 indica il numero di queste conferenze dalla prima del 1995.

inquinamento ambientaleVentisei anni sono passati dalla prima e ci sarebbe stato da aspettarsi che, essendosi riuniti già 25 volte, i rappresentanti di quasi tutti gli Stati della Terra avessero non dico risolto il problema, ma fatto sostanziosi passi in avanti per portarlo a soluzione. No, non è stato così. E l’anidride carbonica ha continuato ad accumularsi in atmosfera insieme col metano sotto forma di gas serra.T anto che venti anni dopo la prima COP, i rappresentanti di 157 Stati si riunirono a Parigi a dicembre del 2015 per dire: adesso basta, vediamo che cosa si deve fare per evitare il rischio che l’umanità scompaia.Un problema che, in questi termini, non riguarda noi oggi, ma quelli che verranno dopo. I giovani, cioè.

Quei giovani che da qualche anno si riuniscono e manifestano il venerdì (“Friday for future”) contro l’inefficienza degli amministratori del pianeta che non si decidono a intervenire seriamente e concretamente. Questi giovani sono stati “formati” e guidati da una giovane svedese, Greta Thunberg, la quale non era ancora nata quando si è cominciato a discutere di questi problemi e che non ha esitato a prendere a male parole capi di Stato e di governo perché si dessero una mossa. Lo ha fatto a 16 anni sedendosi davanti al Parlamento di Stoccolma con il cartello Skolstrejkförklimatet, sciopero scolastico per il clima. Da quel 20 agosto 2018 la “rivoluzione” di cui è stata protagonista è stata di parole (e che parole) rivolte ai governanti, per chiedergli di cominciare a saldare il debito contratto da decenni con le generazioni future. Generazioni che ci hanno dato in prestito la Terra sulla quale viviamo in circa otto miliardi e che anno dopo anno stiamo riducendo in condizioni sempre peggiori di come l’abbiamo avuta.

Qualcuno ha ricordato che Greta Thunberg non è stata la prima bambina a parlare di cambiamenti climatici e a scuotere le coscienze. Perché già nel 1992 alla Conferenza delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro del 1992, la dodicenne attivista canadese Severn Cullis-Suzuki “zittì il mondo per 6 minuti” pronunciando un allarmato discorso sul rischio che il clima mutasse pericolosamente. Per la cronaca oggi Severn è una scrittrice e conduttrice tv in Canada, e il suo impegno per l’ambiente è continuato nel corso degli anni.

Quel seme è germogliato bene e ha fatto frutti: non tra gli adulti governanti il pianeta, ma fra i giovani.

Quei giovani, per esempio, che provenendo da Paesi di tutta la Terra, in 400 si sono riuniti a Milano nella Youth4 Climate, conferenza dei giovani sul clima, organizzata dal governo italiano come evento introduttivo alla Pre-Cop26.

Perché a Milano? Perché qui si svolgerà in cinque giorni la PreCop26 cioè un incontro preparatorio della COP di Glasgow della quale sono co-gestori Italia e Gran Bretagna.

Quei cinque giorni qualcuno le ha definite le cinque giornate di Milano. A me, per motivi anagrafici oltre che storico politici, vengono in mente le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre del 1943) quando in quattro giorni il popolo napoletano fece fuori, cacciandolo dalla città, l’esercito tedesco che si arrese a quei popolani.

4 giornate sono state sufficienti, mentre 25 anni non sono bastati per consumare, anno dopo anno, meno energie fossili, più vento, più sole e diminuire progressivamente le emissioni di gas serra.

Sono stati invece 26 anni di chiacchiere improduttive come ha detto apertamente Greta, ormai diciottenne, aprendo i lavori dell’evento.

È doloroso constatarlo, ma sono giusto 50 gli anni da quando “ufficialmente” dalla conferenza di Stoccolma 1972, è cominciato un sostanziale chiacchiericcio sui problemi dell’ambiente terrestre.Da qualche anno sono i giovani, le vittime predestinate di tutto questo, a far sentire con forza la loro voce.

C’è stata una pausa nei venerdì durante il funesto 2020, ma ora l’urlo a far presto è diventato più pressante e chiaro: chiedono una “giustizia climatica” e la vogliono da “ora”.

Non c’è un piano B, ha detto Greta Thunberg. “basta bla bla bla. Dai leader mondiali sentiamo solo parole, fanno solo finta di ascoltarci. Le emissioni continuano ad aumentare. Possiamo invertire questa tendenza, ma serviranno soluzioni drastiche.” E se si continua a prender e perder tempo, tocca a noi. A loro giovani, ma anche a noi adulti.Perché, ha continuato, “Non possiamo più permettere al potere di decidere cosa sia la speranza. La speranza non è un qualcosa di passivo, non è un bla bla bla. La speranza vuol dire la verità, vuol dire agire. E la speranza viene sempre dalla gente”.Senza trascurare, tra l’altro, che intervenire a cambiare significa “posti di lavoro, posti di lavoro verdi. Il cambiamento climatico non è solo una minaccia, è soprattutto un’opportunità di creare un pianeta più verde e più sano. Dobbiamo cogliere questa opportunità. È una soluzione win-win, sia per lo sviluppo che per la conservazione”.

È cresciuta Greta e quest’ultima affermazione lo dimostra chiaramente.

Ha fatto proseliti dovunque riuscendo a coinvolgere i giovani di Paesi che non sapendo che cosa mettere quotidianamente nel piatto dei loro figli e acqua nei loro bicchieri (lo diceva IndiraGhandi 50 anni fa), sono stati a lungo costretti a pensare che le sorti “ambientali” del Pianeta fossero un problema dei ricchi e per i ricchi.

Lo ha dimostrato molto bene la giovane ugandese Vanessa Nakate, che intervenendo con Greta, ha parlato delle difficoltà climatiche del suo continente “che già oggi soffre i danni maggiori della crisi climatica, nonostante emetta solo il 3% dei gas serra”.È stato il racconto delle tragedie che coinvolgono anche l’Africa (come molti non sanno o fingono di ignorare), come le alluvioni che hanno mietuto vittime in Uganda. “Abbiamo inondazioni devastanti e siccità fortissima. – ha detto- C’è sofferenza e morte. In Madagascar si muore di fame, Paesi come l’Uganda, la Nigeria, l’Algeria stanno soffrendo sempre di più tra caldo e siccità. Ma non è solo l’Africa. Pensiamo ai Caraibi, a chi lascia le isole per scappare, alle persone del Bangladesh. Si creeranno milioni di rifugiati climatici. Chi pagherà per tutto questo? Chi pagherà per le persone che muoiono, che scappano, per le specie che scompaiono? Per quanto tempo ancora sarà così? I leader guardano e lasciano che si continui così, senza intervenire davvero nella decarbonizzazione.” E ha gridato con le lacrime agli occhi:“Non possiamo più adattarci come facciamo sempre. È tempo di agire e i leader devono mettere quello che sta accadendo, anche i danni e i morti per il clima, al centro delle negoziazioni. I leader devono smettere di parlare e iniziare ad agire. Basta conferenze e summit: fateci vedere, agite. Agite ora!”.

Che risultato avranno questi giovani?

Spero proprio di non sbagliare se dico che questa volta mi pare che, contrariamente ai riscontri degli anni passati che hanno accompagnato con “benevolenza” gli interventi di Greta e le manifestazioni dei vari venerdì; questa volta, dicevo, abbiano colpito più profondamente e seriamente.

E non mi sembra un messaggio di “convenienza, quello ai giovani riuniti a Milano, del ministro britannico Alok Sharma che presiederà la COP26: “La vostra voce è la più importante di tutte. Io comprendo la vostra frustrazione e mi vergogno per come la mia generazione ha portato ad essere questo mondo, ma oggi possiamo redimerci e iniziare a azioni concrete per mantenere l’Accordo di Parigi e proteggere il Pianeta e le persone dal surriscaldamento globale. Ora è il tempo di impegnarsi, di agire, di costruire il futuro insieme. Il COP26 dovrà essere questo e dovrà seguire anche le vostre indicazioni”.

Pare che glielo abbiano spiegato anche le sue figlie, una mattina, ricordandogli: “Basta parole papà, è il tempo di agire”.