Green pass, si affrontino le questioni etiche senza campagna elettorale

Dopo le prese di posizione dei filosofi Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, a mettere in discussione il green pass è arrivata una lettera firmata da circa 600 docenti universitari che lo bollano come una misura discriminatoria. “La tessera verde – si legge nella lettera – suddivide infatti la società italiana in cittadini di serie A, che continuano a godere dei propri diritti, e cittadini di serie B, che vedono invece compressi quei diritti fondamentali garantiti loro dalla Costituzione (eguaglianza, libertà personale, lavoro, studio, libertà di associazione, libertà di circolazione, libertà di opinione). Quella del “green pass” è una misura straordinaria, peraltro dai contorni applicativi tutt’altro che chiari, che, come tale, comporta rischi evidenti, soprattutto se dovesse essere prorogata oltre il 31 dicembre, facendo affiorare alla mente altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere”.

Un appello e il caso Barbero

In calce al testo c’è anche la firma di Alessandro Barbero che non è solo un docente di storia medioevale all’università del Piemonte, ma è diventato negli ultimi anni un vero fenomeno mediatico le cui lezioni vengono seguite da migliaia di persone su Internet. E questo spiega perché la sua adesione sia bastata per creare un caso.

A dire il vero Barbero si è un po’ discostato dalle posizioni dei promotori della lettera, infatti in un dibattito organizzato dalla Fiom fiorentina qualche giorno fa ha definito il green pass, un provvedimento “ipocrita” perché sarebbe in contraddizione con la non obbligatorietà del vaccino. “Un conto — aveva detto – è dire: ‘Signori, abbiamo deciso che il vaccino è obbligatorio perché è necessario, e di conseguenza, adesso introduciamo l’obbligo’. Io non avrei niente da dire su questo”. Altra cosa invece è dire che non c’è obbligo vaccinale, ma che senza la carta “semplicemente, non puoi più vivere, non puoi più prendere i treni, andare all’università”. I firmatari dell’appello su questo non la pensano tutti allo stesso modo. Ad esempio Paolo Gibilisco, docente di matematica all’Università di Tor Vergata ha dichiarato al Corriere della sera: “Noi siamo contro l’obbligo vaccinale, e contro il green pass proprio in quanto introduce l’obbligo in forma surrettizia”.

A chi sostiene che l’obbligo vaccinale e il green pass siano incostituzionali, il costituzionalista Gaetano Azzariti ha risposto dalle pagine del Manifesto poco tempo fa spiegando che il divieto di imporre trattamenti sanitari è delimitato da due condizioni: il trattamento può essere imposto solo da una legge e solo se la legge assicuri il rispetto della persona umana. Inoltre, il diritto alla salute è un “fondamentale diritto dell’individuo”, ma è anche un “interesse della collettività” e in questa chiave va visto un eventuale obbligo. Per quanto riguarda la presunta lesione della libertà di circolare determinata dall’adozione del green pass, la Costituzione dice che circolare è sempre possibile, “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. In sostanza, non si può esercitare un proprio diritto di libertà a scapito di quello di tutti gli altri.

Una questione etica da affrontare

Detto ciò, è ovvio che il certificato vaccinale digitale, o green pass come si chiama in Italia, pone questioni etiche che vanno affrontate. Lo ribadisce un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicato il 27 agosto scorso e rivolto soprattutto alle autorità nazionali. Se da un lato il certificato vaccinale dà modo di proteggere e promuovere la salute delle persone e della popolazione in generale rafforzando la fiducia nelle istituzioni sanitarie, d’altro canto però bisogna stare molto attenti che non diventi strumento di discriminazione ad esempio nei confronti delle persone che vengono più difficilmente raggiunte dalle campagne vaccinali, come i rifugiati, oppure di chi non possiede gli strumenti digitali per accedere al pass. Inoltre bisogna pensare che il certificato potrebbe agire all’inverso favorendo l’esitazione vaccinale, ovvero la riluttanza a vaccinarsi per le questioni relative alla privacy che solleva e l’idea che i dati possano essere utilizzati per scopi diversi da quelli originari.

Le raccomandazioni dell’Oms sono molte e circostanziate a questo proposito. La prima è che il certificato vaccinale digitale debba essere utilizzato solo durante una emergenza sanitaria, e che sia una misura “prevista dalla legge, proporzionata, di durata limitata, basata su prove scientifiche e non imposta in modo arbitrario, irragionevole o discriminatorio”. Che ci sia trasparenza nella comunicazione e che l’effetto del green pass sia monitorato con attenzione e all’occorrenza il provvedimento venga modificato. Inoltre, che ci sia inclusività nel processo decisionale: ovvero che vengano fornite opportunità a tutte le parti interessate di partecipare alla formulazione e alla progettazione delle politiche che riguardano questi aspetti.
Insomma, bisogna come al solito valutare più questioni ed evitare che tutto il dibattito si riduca a “green pass sì, green pass no”, con prese di posizione più politiche che scientifiche.