Green economy, perché ne parliamo al futuro?

I dieci anni dalla nascita della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile diventa un’occasione per riflettere, con il suo presidente Edo Ronchi, sulla transizione del nostro Paese alla green economy e verificare le aspettative di ieri rispetto agli obiettivi di oggi, i passi avanti e le frenate e come le nuove parole chiave dell’oggi hanno modificato la direzione del progetto iniziale della Fondazione.
Di questo si parlerà nel Meeting promosso dalla Fondazione il 9 maggio prossimo, in cui verrà presentato il nuovo libro di Edo Ronchi “La Transizione alla green economy” e si farà il punto sui 10 anni di attività di una istituzione che consta oggi di una miriade di soci, tra imprese, enti pubblici e privati cittadini, e che ha messo in moto, in questi anni, le più importanti ricerche sullo sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia, sui primi passi di un’economia circolare e sul percorso nazionale verso la green economy.

Una transizione che agli inizi era forse troppo ambiziosa, per un’organizzazione che si proponeva allora, come avanguardia ecosostenibile, la promozione dei temi di un’economia verde come chiave per rispondere alle sfide che a grandi passi si palesavano con tutto il loro carico di problemi, come l’acuirsi della crisi climatica e delle emergenze energetiche e ambientali e che voleva provare ad aggregare, intorno a questo scenario, le imprese pioniere delle energie alternative, del riciclo dei rifiuti e i massimi esperti nei campi indispensabili per portare avanti la mission della Fondazione.
Una mission che voleva iniziare a parlare in una forma organizzata, partendo dalle parole d’ordine di una cultura ecosostenibile che circolava negli ambiti dei movimenti ambientalisti e dei consessi internazionali di gestione dei cambiamenti climatici e delle crisi ambientali anche italiane.

Edo Ronchi

A Edo Ronchi, fondatore e presidente della Fondazione abbiamo chiesto se oggi l’obiettivo ambizioso della transizione, il cambio di passo dalla promozione al cambiamento, è entrato nelle corde della Fondazione oppure è ancora un obiettivo lontano?
“La transizione alla green economy – dice Ronchi – è un processo di cambiamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio, ad elevata qualità ecologica, circolare nell’uso delle risorse, in grado di generare un benessere inclusivo di migliore qualità. È un processo in atto dagli esiti non scontati e che potrebbe anche non avere i risultati sperati: la crisi climatica, per esempio, potrebbe precipitare”.

La nascita ufficiale dell’idea di green economy “avviene nel 2008 – racconta Ronchi -. In quell’anno il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), nella fase più acuta della crisi finanziaria e della recessione internazionale e nel periodo di verifica del Protocollo di Kyoto per il clima ,con un bilancio sostanzialmente negativo perchè le emissioni mondiali di gas serra, anzichè diminuire erano notevolmente aumentate, lancia l’idea di qualificare i pacchetti di misure pubbliche per stimolare la ripresa dell’economia avviando una green economy. Nell’ottobre del 2008 l’UNEP promuove la Green Economy Iniziative : una piattaforma globale che svilupperà analisi e promuoverà iniziative internazionali per favorire investimenti verdi in settori strategici per una green economy. La proposta verrà ulteriormente articolata nell’aprile del 2009 per legare le misure di stimolo all’economia globale a quelle della sostenibilità ambientale, con particolare riferimento a quelle necessarie per far fronte alla crisi climatica, con una proposta di Global Green New Deal” .

Ronchi cita il New Deal del secolo scorso, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, quando si fece fronte alla Grande Depressione, per richiamarlo nel momento in cui si deve far fronte alle difficoltà dello sviluppo globale con un Green New Deal. “Il tema della green economy per far fronte alla crisi climatica verrà ripreso alla successiva Conferenza delle parti (COP) sul cambiamento climatico nel giugno del 2009 a Copenhagen, anche per ridare respiro e orizzonte ad una trattativa internazionale per un nuovo accordo dopo quello di Kyoto che stentava a decollare. Nel febbraio 2010, in preparazione della conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo sostenibile del 2012 (Rio+20) nella riunione del Forum internazionale dei Ministri dell’Ambiente, l’UNEP prepara la risoluzione dell’Assemblea generale del marzo 2010 che metterà la green economy al primo posto tra i temi centrali del Summit Rio +20 per lo sviluppo sostenibile e lo sradicamento della povertà. La Fondazione per lo sviluppo sostenibile punta dalla sua costituzione sulla green economy come economia dello sviluppo sostenibile. Già nel 2012 supporta la prima edizione degli Stati generali della green economy a Ecomondo di Rimini”.

Da allora, attraverso molti Rapporti annuali e tanti Stati Generali, la Fondazione si è trovata a dover portare avanti la propria attività in un Paese scivolato in una crisi difficilissima dal punto di vista economico e conseguentemente sociale. Un attraversamento del deserto per le politiche ambientali ed energetiche in nome di un’economia dell’emergenza, dello spread prima e dei mercati finanziari poi, 10 anni dettati più dalle agende di crisi che non da vere strategie politiche di sviluppo e di crescita. “Gli effetti della recessione nel decennio passato sono stati pesanti per l’economia, in particolare al Sud e per l’occupazione, soprattutto per quella giovanile. Ma i settori più legati alla green economy sono andati un po’ meglio degli altri: sono cresciute le rinnovabili, anche grazie agli incentivi, negli anni della crisi più acuta; gli interventi per le ristrutturazioni energetiche sono le uniche attività edilizie che sono andate bene; cresciuto anche il settore del riciclo dei rifiuti, in particolare al Nord; l’agricoltura biologica e di qualità ha aumentato i fatturati così come il turismo di migliore qualità ecologica come quello diretto alle aree interne e l’agriturismo; è aumentato anche il carsharing. La Fondazione, lavorando per la gran parte delle sue attività quale centro studi e ricerche per questi settori della green economy , è andata bene anche durante gli anni di crisi, aumentando i propri collaboratori, in particolare i giovani”.

C’è un dato che salta agli occhi navigando nel sito della Fondazione. La crescita esponenziale delle imprese associate e che stanno provando a sfidare un pensiero unico dominante che ancora relega la green economy e l’economia circolare ad una delle possibilità del futuro del Paese e non alla sola possibilità per salvare il Paese. Quale è stata la scelta chiave che ha portato la Fondazione al centro del dibattito e capace di attirare un sistema di imprese falcidiato dalla crisi e dall’economia dell’emergenza? “I nostri soci sono aumentati – annuncia Edo Ronchi – anche se dobbiamo tenere i piedi per terra: sono sempre piccoli numeri , parliamo di circa un centinaio fra organizzazioni e imprese che sostengono questa Fondazione perchè hanno particolarmente a cuore la green economy e apprezzano il lavoro che abbiamo fatto in questi anni. La scelta che ci ha portato a buoni risultati penso sia stata quella della produzione di conoscenza, della gran mole di studi e ricerche che abbiamo realizzato e pubblicato. In genere in Italia, nonostante alcune eccellenze riconosciute anche a livello internazionale, la ricerca soffre per carenza di risorse finanziarie. Nei nostri settori tale carenza è particolarmente avvertita.

La Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha contribuito a ridurre questa carenza di ricerca nelle politiche ambientali . Un certo numero di imprese e di organizzazioni – in particolare in alcuni settori come il riciclo dei rifiuti, l’energia e la mobilità sostenibile – hanno apprezzato e sostenuto le nostre attività di studi e ricerche”. Un impegno che oggi raccoglie i suoi frutti dando alla Fondazione un ruolo di primissimo piano nell’elaborazione del più ampio progetto di costruzione di un’economia green e circolare per il nostro sistema paese.