Graziani, simbolo della continuità che la destra non sa spezzare

Inseguendo in Rete le polemiche sul (non)fascismo del partito di Giorgia Meloni può capitare di imbattersi nella foto che pubblichiamo qui sotto. La fiamma è quella che tutti conoscono bene, l’irrinunciabile icona, per Fratelli d’Italia, di un’appartenenza discutibile e da qualche tempo molto discussa. L’uomo in primo piano è Rodolfo Graziani, ritratto quando nel 1953 venne nominato presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. Per chi non lo conosce, si tratta del peggiore criminale di guerra nella storia del nostro paese, autore di stragi di migliaia di civili in Libia e in Etiopia, capo dell’esercito e poi ministro della Guerra nella Repubblica di Salò, responsabile delle razzie di ebrei italiani da consegnare ai nazisti. Certe pagine della sua biografia sono dure da leggere quanto i racconti delle stragi naziste e dell’Olocausto nei campi di sterminio. Se fosse stato estradato subito dopo la fine del conflitto come chiedeva la commissione sui crimini di guerra delle Nazioni Unite sarebbe stato giustiziato, perché in quegli anni si usava così, o almeno condannato all’ergastolo. Al processo che gli fu intentato In Italia, invece, fu condannato a 19 anni di carcere. Di questi, 13 anni e otto mesi vennero condonati per cui Graziani restò in prigione, in tutto, per quattro mesi.

Perché nonostante questa biografia i dirigenti missini dell’epoca decisero di fare di Rodolfo Graziani il presidente onorario del partito? La domanda è malposta: la decisione fu presa non “nonostante” ma “per” quella biografia. Il MSI anche con quella scelta rivendicava la continuità con il Partito fascista della Repubblica di Salò, il suo essere un partito neofascista e neppure tanto “neo”. Graziani non era il solo: anche altri dirigenti del regime di Salò, come Giuseppe e Giulio Caradonna, Pino Romualdi, Giorgio Almirante, Francesco Giulio Baghino e altri, il 26 dicembre del 1946 avevano partecipato all’atto costitutivo del MSI.

Errore storico

Se Giorgia Meloni potesse interloquire con i lettori a questo punto obietterebbe che quando Almirante e i suoi camerati fondarono il Movimento sociale mancavano 32 anni alla sua nascita e 25 ne mancavano quando l’onore della presidenza del nuovo partito fu messo sulle spalle del macellaio del Fezzan, uno degli epiteti con cui i libri di memorie ricordano Graziani per le sue imprese sanguinarie. Certo, il trascorrere del tempo ha, per così dire, i propri diritti e attribuire ai protagonisti della politica di oggi gli stigmi di un passato in cui non solo loro non c’erano ma il mondo era completamente diverso dal nostro è una incongruenza storica imperdonabile più che un’ingenuità.

Ma non è questo il punto. La discussione sul se e quanto sia “fascista” il partito di Giorgia Meloni è un non senso. Quello che piuttosto dovremmo chiederci tutti, anche lei e i suoi, è perché la destra italiana a differenza delle altre destre deve portare dentro di sé il macigno di un “passato che non passa”. Forse solo un altro partito della destra radicale in Europa ha lo stesso problema: la spagnola Vox con il franchismo.

La spiegazione che si tende a dare di questa ambiguità che non si scioglie è il fatto che né le istituzioni statali né la società italiane hanno fatto davvero i conti con la dittatura e i suoi crimini. Che in Italia – come si sente dire – “non c’è stato un processo di Norimberga”. Che in nome di forse malconsiderati “interessi nazionali” nell’immediato dopoguerra si sono attribuite solo all’apparato dittatoriale che si era impadronito del potere responsabilità che erano di tutti gli italiani (altro che “italiani brava gente”).

L’incontro con Andreotti

Questa mancanza di una resa dei conti sul fascismo “storico”, però, spiega molto ma non spiega tutto. Una traccia a suo modo significativa dell’altro che deve essere cercato perché la spiegazione sia completa la possiamo trovare, anch’essa, dentro la biografia di Graziani. Durante l’anno in cui fu presidente d’onore, prima che si dimettesse con l’accusa, sanguinosa per uno come lui, rivolta ai camerati dirigenti del partito d’essere diventati dei “pantofolai”, ci fu il fatale incontro con Giulio Andreotti. Non si sa se nel famoso comizio di Arcinazzo tra il Maresciallo d’Italia e il Divo Giulio ci fu veramente il bacio di cui si parlò all’epoca e dopo, ma certamente l’incontro fu la saldatura apertamente dichiarata tra due interessi politici: per il capo ideale del MSI non lo “sdoganamento”, come si sarebbe detto qualche decennio più tardi, ché l’uomo si sentiva perfettamente legittimato, ma il riconoscimento di un peso politico nell’Italia che usciva dalla guerra; per il rampante dirigente della DC l’allargamento di uno spazio politico e di clientela verso la destra, prezioso serbatoio di voti inutilmente, all’epoca, “congelati”.

1953 – Il comizio di Andreotti ad Arcinazzo

In un certo senso, beneficiari dei conti non fatti con il fascismo italiano non furono solo i neo- o postfascisti, ma anche la classe dirigente moderata che, a dispetto della conventio ad escludendum dell’”arco costituzionale” (che comunque sarebbe arrivata dopo), con il MSI ebbe, com’è noto, traffici e alleanze, palesi o nascoste. Quando poi fu la stessa destra a mettere mano alla propria autolegittimazione con il congresso di Fiuggi e la nascita di Alleanza Nazionale, parve che il processo fosse arrivato a compimento. In realtà la trasformazione aveva lasciato una zona d’ombra, ed era precisamente il giudizio sul passato. Non bastavano i gesti, pur significativi e coraggiosi, dei dirigenti come la visita di Gianfranco Fini ad Auschwitz o la sua dichiarazione sul fascismo “male assoluto” o, molto meno coraggiose, le lacrime di Meloni sulle leggi razziali, a sanare quel vuoto nel giudizio sulla storia che caratterizza in Italia non solo la politica, ma anche la vita pubblica e la cultura popolare: ve la immaginate una nipote di Hitler partecipare all’edizione tedesca di “Ballando con le stelle”? A differenza di quanto è accaduto negli altri paesi d’Europa, in Italia né le istituzioni dello stato, né i partiti democratici (né come in Germania e in Austria le potenze occupanti) hanno chiesto alla destra più radicale la prova dell’avvenuta rottura con il passato. Perché, allora, lamentarsi se non l’hanno data e non la danno?

Il mausoleo di Affile

Fratelli d’Italia e per la loro parte, minore, la Lega e anche Forza Italia continueranno a nascondersi in questa ambiguità? Torniamo alla foto da qui questo ragionamento è partito. Dalla morte di Rodolfo Graziani sono passati sessantotto anni, ma in tutto questo tempo neppure dalla figura di un criminale di guerra dichiarato l’estrema destra nostrana ha pensato che fosse il caso di prendere le distanze. E non si parla di frange marginali, dei soliti nostalgici sprovveduti e un po’ maniaci: il discorso ufficiale all’inaugurazione del mausoleo che è stato eretto al “Maresciallo d’Italia” ad Affile, nel Lazio, fu tenuto da Francesco Lollobrigida, allora politico di spicco di Alleanza Nazionale e oggi ministro e numero due del partito di Meloni, oltre che suo cognato. Era il 2012, lo stesso anno in cui l’attuale presidente del Consiglio, Ignazio La Russa e Guido Crosetto fondarono Fratelli d’Italia. Il mausoleo è ancora là e probabilmente, il prossimo 11 gennaio, anniversario della morte di Graziani, sarà, come ogni anno, meta di pellegrinaggi nostalgici. Non è una vecchia storia, è materia del presente.