Gramsci, la rivoluzione passiva
e la ricerca dell’universalismo comunista

La teoria delle rivoluzioni passive è uno dei temi più frequentati dalla recente critica gramsciana. Messa a fuoco nel corso degli anni Settanta, questa categoria ha sollecitato numerose analisi e diversi tentativi di attualizzazione, specie per la lettura dei processi di modernizzazione extra-europei, dall’America Latina alla Turchia. Gramsci la raccolse, con la mediazione di alcuni testi più recenti, dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799, anche se essa proveniva da una lunga vicenda intellettuale, che risaliva almeno ai Rights of Man di Thomas Paine e ad altri autori italiani, come Michele Natale e Francesco Lomonaco.

Certamente fu colpito dalla dissonanza tra il sostantivo e l’aggettivo, che gli sembrava esprimere un tratto saliente del ciclo delle rivoluzioni borghesi, al cui interno si collocava, in una posizione esemplare e come caso di sviluppo nazionale, il Risorgimento italiano. L’ossimoro del lemma rifletteva lo sviluppo paradossale della transizione all’Europa moderna. Da un lato il sostantivo sottolineava il carattere di autentico progresso disegnato dalla storia ottocentesca, conseguito senza la ripetizione di esplosioni violente, con interventi “dall’alto” e ondate riformistiche capaci di assimilare alcune esigenze dell’avversario di classe. D’altro lato l’aggettivo indicava la persistente “passività” delle classi subalterne, le quali, a differenza di quanto era accaduto nei movimenti di tipo giacobino, non avevano partecipato al processo storico, restandone ai margini. Questi due tratti – rivoluzione, passività – determinano con sufficiente precisione il dominio semantico della formula.

In un significato iniziale la teoria delle rivoluzioni passive rappresenta un’articolazione e uno svolgimento del motivo che Marx ed Engels avevano inaugurato nel Manifesto comunista e che Marx aveva ulteriormente indagato nei suoi scritti storici. Il carattere «versteckten», latente, del conflitto di classe in intere epoche della storia, l’immagine dello «Hexenmeister», dello sciamano, «che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate», la particolarità della lotta sociale che spiana la strada del potere a Luigi Bonaparte: questi e altri nuclei della lettura marxiana della modernità tornarono puntualmente nella meditazione di Gramsci e ne costituirono l’orizzonte problematico. Non sorprende, pertanto, che al centro di tutta l’elaborazione del concetto rimanga il confronto con l’opera di Marx, dalla Prefazione del ’59 al Capitale, un confronto che Gramsci intraprese nel periodo della detenzione in una forma acuta e creativa, aggiungendovi le suggestioni che provenivano da Machiavelli o da Max Weber, consapevole (come lo era stato Antonio Labriola) del fatto che, per comprendere Marx, non giova ripeterlo o postillarlo ma occorre svolgerne le idee in maniera originale.

Karl Marx

Scavare dentro i testi di Marx per andare oltre Marx, seguendo le discontinue crepe del tempo storico e le esigenze sempre nuove della lotta sociale e politica, significa non solo essere “marxisti”, nel senso autentico dell’espressione, ma penetrare nel livello più profondo della sua concezione. Per questo le non infrequenti invettive contro il marxismo (il «Marx critique du marxisme» e il marxismo come «scandalo universale» di cui, per esempio, parlò una volta Maximilien Rubel) rischiano di apparire astratte e ingenerose, perché la conoscenza dell’opera di Marx rimane viva non solo nella opportuna precisazione filologica dei testi ma anche nel lavoro di rielaborazione che la teoria può e deve compierne. Così come, d’altronde, inesatta e fuorviante è la tesi, tante volte ripetuta dai critici liberali, di un Gramsci che avrebbe costruito un marxismo senza Marx o senza il Capitale. È vero il contrario: Marx fu il suo classico e la riflessione su Marx costituì un impegno costante e irrinunciabile di tutto il suo lavoro intellettuale.
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La categoria di rivoluzione passiva possiede un significato storiografico (la transizione) e un preciso senso teorico (l’egemonia). Come tutte le categorie-chiave dei quaderni ha un carattere duplice, analitico e strategico, perché rappresenta al tempo stesso un paradigma di comprensione storica e uno strumento di trasformazione pratica. Come osservò Togliatti nel 1958, Gramsci rimane sempre, anche nelle più complesse riflessioni teoriche, «un politico pratico», «un combattente», tutt’altro che incline alla ricerca disinteressata e, come si cominciò a equivocare (estrapolando una sua espressione), für ewig. Questo spiega perché, nello sviluppo dei quaderni, il concetto di rivoluzione passiva subisca una prevedibile dilatazione, che riguarda il giudizio del prigioniero sulla sua epoca e sul destino della civiltà europea. Questa dilatazione può essere seguita, grazie al metodo filologico e cronologico, passo dopo passo e nota per nota. La necessità di tale sviluppo risiede nel risultato stesso della transizione borghese.

Nel suo ciclo espansivo, che Gramsci data tra il 1789 e il 1870, la borghesia aveva provveduto alla mondializzazione dell’economia e all’edificazione degli Stati nazionali europei. Proprio queste conquiste storiche – gli Stati nazionali e il cosmopolitismo dell’economia – diventano, dopo la svolta di fine secolo, i poli di una contraddizione, le cui espressioni principali sono la grande guerra e la crisi del ’29. Come avevano insegnato Marx ed Engels, il mago borghese «non riesce più a dominare le potenze degli inferi» che ha sollevato dalle viscere della storia. Gramsci scrive nel Quaderno 8 che «la classe borghese è “saturata”: non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa». Lo «spirituale» si distacca dal «temporale», in forme più acute e pericolose rispetto al periodo medievale, perché «i raggruppamenti sociali regressivi e conservativi si riducono sempre più alla loro fase iniziale, mentre i raggruppamenti progressivi e innovativi si trovano ancora nella fase iniziale appunto economico-corporativa». Perciò «si ritorna alla concezione dello Stato come pura forza», si chiude il ritmo ascendente delle rivoluzioni passive. Secondo la celebre formula del Quaderno 3, «il vecchio muore e il nuovo non può nascere». La necessità del passaggio dall’«individualismo borghese» all’«economia programmatica», indicata nei fogli iniziali del Quaderno 22, denota la trama drammatica della nuova epoca, il bisogno di uscire dalla contraddizione distruttiva instaurata dalla borghesia liberale e di “conguagliare” la ragione politica e lo sviluppo delle forze produttive. Il grande tema del cosmopolitismo di tipo moderno, di un universalismo comunista che promuova l’unificazione del genere umano, per molti versi conclude l’itinerario dei quaderni e rivela la mentalità di fondo del grande recluso. Uscire dalla contraddizione generata dalla borghesia, subordinare la politica-potenza alla politica-egemonia, distinguere industrialismo e capitalismo, riformare la democrazia all’altezza di un mondo unificato, significa anche restituire un senso concreto alla sfera etica, oltre la scissione che, fin dal suo primo apparire, il mondo borghese ha sancito tra morale e politica.

La riflessione di Gramsci si muove sempre in una dimensione globale. Sia nell’analisi del ciclo espansivo delle rivoluzioni borghesi sia nella considerazione del tempo presente il problema nazionale rappresenta il risultato di combinazioni internazionali, di un processo storico universale che, sul piano della teoria, è raffigurato dal principio di traducibilità. Tra «punto di partenza» nazionale e «prospettiva internazionale», come scrisse nel Quaderno 14, il rapporto è reciproco, circolare e inestricabile. Alla base di questa visione globale rimane la consapevolezza della crisi irreversibile dello Stato nazionale moderno, che rappresenta il motivo di fondo della critica al pensiero politico liberale e l’orizzonte di tutta la sua elaborazione. Chiudere Gramsci nella sfera nazionale significherebbe non comprendere i motivi ultimi e più radicali della sua riflessione. La ricerca di nuove forme politiche sovranazionali, orientate dal principio di interdipendenza, guida quella indagine sul mutamento morfologico della politica moderna che costituisce il cuore pulsante dei quaderni e che, possiamo aggiungere, non ha equivalenti, in termini di drammatica consapevolezza del problema contemporaneo, nel pensiero politico europeo degli anni Trenta del Novecento. Dopo la morte di Max Weber (il 14 giugno 1920), con la cui opera Gramsci intrattenne un rapporto significativo, le grandi correnti teoriche, da Croce a Carl Schmitt, fallirono nel compito di individuare nel tramonto della sovranità nazionale e nella contraddizione con l’economia globale la radice della crisi attuale. Non così Gramsci, che proprio quel nodo collocò saldamente al centro della sua ricerca.

La realtà degli anni Trenta del Novecento, quella in cui sviluppò la teoria delle rivoluzioni passive, mostrava il limite estremo a cui era giunta la divisione del genere umano, il punto in cui la contraddizione fra cosmopolitismo dell’economia e nazionalismo politico aveva conseguito la tensione più drammatica. Nessuna delle «grandi potenze» – l’Europa, l’America, la Russia sovietica – sembrava in grado di esercitare una funzione egemonica, di compiere il passo decisivo in direzione di una «economia programmatica». La decadenza della vecchia Europa, l’affermazione dei fascismi e l’emergere del nazionalsocialismo, spalancava il vortice di una crisi organica globale, dentro cui Gramsci non mancò di presagire le ombre inquietanti di nuova guerra e distruzione. Una rivoluzione passiva, come quella che aveva guidato la modernizzazione dell’Europa, avrebbe richiesto la capacità, da parte delle classi dirigenti, di assimilare e svolgere “dall’alto” le innovazioni che il movimento operaio aveva introdotto nella storia mondiale. Ma la borghesia, declinata nel «langer Katzenjammer» (Marx), nella «lunga nausea» della sua odissea, non trovò l’energia per un tale compito e precipitò l’umanità in un’altra e più grande epoca di devastazione.

 

Questo testo è tratto dalla prefazione al libro

Marcello Mustè

Rivoluzioni passive. Il mondo tra le due guerre nei Quaderni del carcere di Gramsci

Viella, Roma 2022 (Euro 18)