Antonio Gramsci in giallo
tra Sherlock Holmes e Padre Brown

Le iniziative che quest’anno si stanno svolgendo in Italia e nel mondo per ricordare l’ottantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci confermano la straordinaria attualità di alcune categorie del pensiero gramsciano.

In questo ricco panorama di eventi si segnalano i tre incontri bolognesi del ciclo Gramsci in giallo, – l’ultimo dei quali si terrà il 30 ottobre – incontri che, a partire da una delle categorie più conosciute di Gramsci, quella di letteratura popolare, stanno presentando a un pubblico sempre molto numeroso le riflessioni e le note di Gramsci su un genere particolare di letteratura popolare, il romanzo poliziesco, e propongono, a partire da queste, un confronto fra alcuni dei più popolari scrittori italiani di noir, sul romanzo poliziesco oggi in Italia, sui suoi protagonisti, sulla capacità di raccontare temi e snodi della storia italiana recente, sui rapporti tra letteratura, fiction e potere.

Gramsci, nelle sue note sul romanzo poliziesco, mentre lavora al suo programma di ricerca sulla letteratura popolare, pur nelle difficili condizioni e limitazioni imposte dallo scrivere in carcere, individua e approfondisce temi che sono ancora oggi di straordinaria attualità per gli appassionati del genere, autori e case editrici compresi: le origini di questo romanzo, le sue particolarità nazionali, gli scrittori più conosciuti, la costruzione e il carattere dei protagonisti più popolari, la serialità, il mercato editoriale e i motivi della grande fortuna presso i lettori.

Elaborate nel 1930 nel carcere di Turi, in due lettere dell’agosto e dell’ottobre a Tatiana Schucht, cognata e principale corrispondente degli anni del carcere, e nei quaderni 3 e 6, le riflessioni e le note sul poliziesco saranno poi riprese da Gramsci nel 1934 e riversate nel quaderno 21 dedicato alla letteratura popolare.

Se a qualcuno può sembrare sorprendente l’interesse gramsciano per il romanzo poliziesco, come ha più volte indicato Carlo Lucarelli, voce ricorrente in tutti gli incontri bolognesi, sorprendente sarebbe stata l’assenza di interesse gramsciano per un tipo di romanzo popolare, inviso al regime fascista.

Come spesso accade nell’officina della scrittura gramsciana, le suggestioni che danno avvio alle riflessioni e alle note nascono da occasioni diverse. Sono due le scintille che accendono l’interesse di Gramsci per il poliziesco: la prima, il 13 febbraio 1930, è una lettera di Tatiana Schucht, che, in attesa di recarsi a Turi per un colloquio, gli scrive che sta rileggendo il volume di novelle di Chesterton l’“Innocenza di Padre Brown”, sul quale avevano discusso a lungo insieme a Roma nei mesi precedenti l’arresto. Gramsci non riprende immediatamente il tema “Padre Brown”, ma sei mesi dopo, l’11 agosto, la informa della pubblicazione in Italia del seguito delle novelle di Padre Brown, “La saggezza di Padre Brown”.

La segnalazione inviata a Tatiana si incrocia temporalmente con la seconda occasione che spinge Gramsci a occuparsi di romanzo poliziesco. Nel numero di agosto di “Pegaso”, una delle riviste la cui lettura in cella era concessa a Gramsci, viene pubblicato un saggio intitolato “Conan Doyle e la fortuna del romanzo poliziesco”. L’autore Aldo Sorani si occupava nelle pagine culturali del tempo di libri e di quella che oggi chiameremmo cultura di massa.

Questo articolo, ancora molto informato e godibile, diventa la fonte principale di Gramsci sul romanzo poliziesco. Grazie alla sua lettura Gramsci comincia a ricostruire le origini e le genealogie del poliziesco, ponendone la nascita ai margini di un genere preciso di letteratura popolare, le “Cause Celebri”, dalle quali si passa ai romanzi di avventura e da questi alla letteratura di carattere giudiziario, che, alla lotta tra il popolo buono e generoso e le forze misteriose della tirannide, sostituisce la lotta tra il delinquente e il poliziotto. Nasce così una letteratura di carattere “giudiziario” nella quale inizialmente il “grande delinquente”, come lo definisce Gramsci, viene rappresentato non solo come superiore all’apparato giudiziario, ma come rappresentante della vera giustizia. Bisognerà attendere Victor Hugo e il personaggio di Javert nei Miserabili per avere una riabilitazione del personaggio del poliziotto, che proseguirà poi con il Rocambole di Ponson du Terrail. Ma sarà Gaboriau, con Monsieur Lecoq, ad aprire la strada a Sherlock Holmes. In questo genere di letteratura, annota Gramsci, è possibile individuare due correnti: “una meccanica – d’intrigo – l’altra artistica. Chesterton oggi, è il maggior rappresentante dell’aspetto artistico, come lo fu un tempo Poe”.

Si arriva così al confronto tra Conan Doyle e Chesterton e tra Padre Brown e Sherlock Holmes, nel quale Gramsci mette a fuoco due “elementi culturali”: il carattere caricaturale e artistico delle novelle di Chesterton e il fatto che le novelle del padre Brown, come scrive nei Quaderni, “sono ‘apologetiche’ del cattolicesimo e del clero romano, educato a conoscere tutte le pieghe dell’animo umano dall’esercizio della confessione e della funzione di guida spirituale, e di intermediario tra l’uomo e la divinità, contro lo ‘scientismo’ e la psicologia positivistica del protestante Conan Doyle”.

“Sherlock Holmes, come scriverà a Tatiana Schucht, è il poliziotto ‘protestante’ che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità. D’altra parte Chesterton è un grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore”.

Poco contava evidentemente nel giudizio di Gramsci che all’inizio della loro formazione il cattolico fosse Conan Doyle e il protestante G.K. Chesterton.