Grafica Veneta, una storia di caporalato, razzismo e appalti

La prendiamo dalla fine, questa storia. Da domenica 17 ottobre, quando sulla Stampa, intervistato da Laura Berlingheri, parla Fabio Franceschi, il titolare di Grafica Veneta, azienda tipografica con sede a Trebaseleghe in provincia di Padova, leader nella stampa di libri delle principali case editrici italiane e non solo italiane. Vi si leggono, tra l’altro, due frasi del seguente tenore: “Pachistani, nella mia azienda, non li voglio più”, “Loro sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro cultura”. Al netto del razzismo, che trasuda da ogni parola e che non è certo un dettaglio, viene quasi da domandarsi: di che colpe si saranno mai macchiati i poveri pachistani agli occhi del brillante imprenditore del Nordest?

Il caso Grafica Veneta è esploso a ridosso di agosto, e non va dato per scontato che chi si è imbattuto in quella pagina di giornale fosse al corrente delle puntate precedenti. E allora riscriviamole, quelle puntate. A cominciare da quando il caso diventa tale, guadagnandosi l’onore delle cronache.

Il lavoratore legato e imbavagliato

Torniamo indietro di appena tre mesi, siamo al 26 luglio 2021, quando la procura di Padova esegue diversi arresti, alcuni eccellenti.

Le persone sottoposte a misure cautelari sono undici, tra loro: Giorgio Bertan e Giampaolo Pinto, rispettivamente amministratore delegato e direttore dell’area tecnica di Grafica Veneta, con i due titolari di BM Service, che sono padre e figlio e di cognome fanno Badar, segno della loro origine pachistana, anche se si sono guadagnati la cittadinanza italiana.

L’azienda di cui sono proprietari ha sede a Lavis, in provincia di Trento, e lavora in appalto per l’impresa di Franceschi che conta, tra il nostro Paese e gli Stati Uniti, ben 800 dipendenti diretti, ma affida la parte finale della sua produzione, il confezionamento e il fissaggio dei libri, alla ditta BM service che ha per dipendenti diversi lavoratori, connazionali dei titolari, che svolgono la loro mansione direttamente nei capannoni di Trebaseleghe.

Le inchieste della magistratura hanno inizio oltre un anno prima, nel maggio del 2020, quando lungo una strada provinciale viene trovato un cittadino pakistano legato e ferito, e la stessa sorte tocca ad altri suoi colleghi. È la punizione, ricostruiranno gli inquirenti, che gli viene impartita per essersi rivolti alla Cisl dopo aver sopportato le angherie dei caporali e condizioni di grave sfruttamento presso Grafica Veneta.

Come schiavi

Gli operai pachistani lavoravano 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, senza giornate di riposo, senza ferie, senza malattia, sotto il controllo dei loro aguzzini. Dallo stipendio, i caporali si tenevano tra i 150 e 200 euro per farli dormire in tre per stanza nella casa affittata dalla BM service.

In un caso si è potuto verificare che delle 309 ore lavorate in un mese ne erano state pagate solo 84 (sparite nel buco nero del caporalato ben 225 ore di lavoro).

Nonostante la prima visita in azienda dei carabinieri di Cittadella sia del 7 luglio 2020, la condizione di quei lavoratori non muta per oltre 12 mesi, fino al momento degli arresti. L’accusa, al di là delle imputazioni per caporalato e lesioni contestata ai titolari della BM service e ai loro complici, attribuisce ai due dirigenti di Grafica Veneta la conoscenza e, di conseguenza, l’avallo delle violazioni dei diritti fondamentali dei lavoratori pachistani. Ci sarebbe stato anche il tentativo di inquinare le prove, attraverso la manomissione del registro delle timbrature.

Zaia mostra le mascherine stampate da Grafica Veneta

In diverse intercettazioni, si ascoltano i vertici aziendali dare disposizioni alla cooperativa di lavoratrici rumene, impegnate (tra le diverse mansioni cui si dedicavano) nella realizzazione delle mascherine per la Regione Veneto (rese famose dalle conferenze stampa di Luca Zaia), su cosa rispondere agli inquirenti a proposito di orari, timbrature, utilizzo di un muletto di Grafica Veneta. In una di esse sembra essere lo stesso Franceschi a raccomandare di utilizzare queste lavoratrici “solo” per otto ore, per almeno qualche giorno. Può sembrare una questione laterale, questa, che poco c’entra con il cuore della storia. E invece c’entra eccome, perché “spia” di una prassi consolidata sia di frantumazione del ciclo produttivo, sia di un trattamento dei lavoratori in appalto come se fossero alle proprie dipendenze. A dimostrazione che l’appalto serve solo a comprimere il costo del lavoro.

Un’intervista stonata

A questo punto, possiamo tornare all’intervista alla Stampa, perché al di là delle due perle con cui abbiamo aperto questa ricostruzione, contiene la versione del noto imprenditore su quanto accaduto.

Fabio Franceschi a Porta a Porta

Sulle violenze subite dalle vittime, secondo Franceschi le cose sono andate così: “Alcuni pachistani, dipendenti della ditta BM Service, che aveva rapporti con noi, hanno litigato, si sono bastonati e ci hanno accusato di un mucchio di falsità”. Non esistono quindi caporali e lavoratori che ne subiscono il dominio, sono tutti sullo stesso piano e siccome sono stranieri, quindi incivili, sono soliti picchiarsi tra di loro. A quanto pare, non basta stampare il libro di Barack Obama per farsi un’idea precisa su come funzionano certi sistemi di sopraffazione.

Sulle conseguenze fisiche delle violenze: “Parliamo di prognosi di tre giorni al Pronto soccorso. Abbiamo indicato a un nostro dipendente di andarci a sua volta, dicendo di avere male a un dente. Sa quanti giorni gli hanno dato? Tre”.

Sul ritrovamento dei lavoratori legati e imbavagliati lungo la strada: “Ma li ha visti? Avevano la mascherina in faccia, per calunniarci, e le braccia aperte dietro. Uno era vestito come uno zingaro”. Sul fatto che abitassero ammassati e in precarie condizioni igieniche: “Vivevano in otto in una grande casa, due in una stanza. Neanche male”.

Il rimedio a tutto questo, secondo la punta di diamante dell’imprenditoria veneta? Assumere da qui in avanti solo lavoratori autoctoni, basta con gli stranieri.

Bene (anzi malissimo), con tali (orribili) certezze, penserà chi legge, i dirigenti staranno affrontando a testa alta il processo, certi di uscirne senza nemmeno l’alone di una macchia. Non è affatto così. Gli imputati di Grafica Veneta hanno chiesto e ottenuto il patteggiamento che, se non vogliamo equiparare a un’ammissione di responsabilità (nella sostanza di questo si tratta), possiamo considerare – senza timore di smentita – non esattamente equivalente a un’assoluzione.

Le richieste del sindacato

Fin qui il piano giudiziario, ma esiste anche un piano sindacale della vicenda. Perché i lavoratori pachistani sono stati presi in carico dalla Fiom Cgil e dall’Adl Cobas, che hanno ottenuto un tavolo presso il Prefetto di Padova che si è riunito per la prima volta il 13 agosto. È stato riconvocato, inutilmente, con cadenza praticamente settimanale.

La richiesta dei sindacati, proporzionata all’enormità dei fatti, è stata semplice: l’assunzione da parte di Grafica Veneta dei lavoratori pachistani.

La posizione dell’azienda è stata: temporeggiare fino all’ottenimento del patteggiamento, sostenendo di non poter sottoscrivere accordi prima della definizione della partita giudiziaria, per poi utilizzare l’uscita dal processo per non concedere nulla. Il tavolo prefettizio non è ancora formalmente sciolto, ma è davvero difficile – alle condizioni date – immaginare un suo esito positivo.

Il segretario generale dalla Cgil di Padova, Aldo Marturano, ha reagito all’intervista di Franceschi: “Il titolare di un’impresa leader del mercato dell’editoria, dopo quello che è successo, dovrebbe innanzi tutto scusarsi: nella migliore delle ipotesi, per omessa vigilanza sulla qualità e serietà delle ditte in appalto e a proposito di quanto accadeva nella sua stessa impresa; nella peggiore, per aver fatto prevalere il profitto sulla legalità e sulla dignità delle persone. E dopo essersi scusato, tentare di rimediare offrendo un’opportunità di riscatto alle vittime di reati odiosi. Non solo non lo sta facendo, ma ha pronunciato parole indegne per un importante protagonista del sistema economico di un paese civile, ma anche per un semplice cittadino di una repubblica democratica. La prima domanda che sorge spontanea è se abbia mai sfogliato qualcuna delle opere che pubblica o se per lui stampare libri o produrre qualunque altro bene, sia la stessa cosa. C’è poi da chiedersi se il mondo della cultura abbia qualcosa da eccepire su questo atteggiamento. Perché un simile comportamento non può essere un problema solo per il sindacato, ma dovrebbe interrogare e inquietare l’intera società”.*

Quante storie ci sono dentro questa storia? Molte.

C’è innanzitutto uno spaccato perfetto di come funziona il mondo degli appalti e dei subappalti. C’è la condizione di ricattabilità in cui vivono molti lavoratori stranieri. C’è il razzismo neanche troppo latente che innerva la nostra società.
C’è anche una fotografia attendibile della imprenditoria italiana? Difficile, e forse ingeneroso, rispondere di sì. Ma qualcosa del meccanismo neoliberale questa vicenda ce la racconta e il fatto che stiamo parlando di un’esperienza aziendale di successo, una sedicente eccellenza, ci spiega anche quanto profondo sia il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

*Lo scorso agosto, dopo lo scandalo suscitato dalle notizie sulle condizioni di lavoro alla Grafica Veneta scrittori, fumettisti e case editrici firmarono un appello per condannare lo sfruttamento nel mondo dell’editoria e per chiedere l’assunzione degli operai schiavizzati, tra le adesioni quella di Massimo Carlotto, Zerocalcare, Sandrone Danzieri, Licia Troisi,, Fandango Libri, Coconino Press, BeccoGiallo.